La strada mulattiera Bardi – Passo di Centocroci

Progetto d’iniziativa regionale Alta Via dei Monti Liguri

ECOMUSEO DELLA MEMORIA

Istituto Internazionale di Studi Liguri – Regione Liguria – Regione Emilia Romagna – Regione Toscana

Sentiero 849

Genova, marzo 2007.

Sergio Mussi

Questo breve studio, tendente al recupero al recupero turistico di una mulattiera che nell’ambito della viabilità medievale possiamo considerare importante in quanto via di “penetrazione” tra l’Emilia e la Liguria, si prefigge di fornire agli appassionati che vorranno percorrerla, oltre alla cartina topografica, informazioni riguardanti il paesaggio, l’ambiente, i nomi di luogo e qualche breve cenno di carattere storico. Dunque, il tratto di mulattiera che da Bardi porta al mare potrebbe appartenere verosimilmente ad una via più antica che, partendo da Piacenza, metteva in comunicazione le due regioni agevolando di fatto il commercio tra l’entroterra padano e i porti di Levanto e Sestri Levante. Grazie alle informazioni tratte dalla bibliografia storica localei e quelle fornite dalle persone più anziane del posto, abbiamo potuto ricostruire il tracciato da Bardi al Passo Scarsella e raccogliere nella forma dialettale i toponimi dei luoghi che s’incontrano lungo il percorso. Infine, l’utilizzo dello strumento GPS ha reso possibile il rilevamento di molti altri dati. Per esempio si è potuta memorizzare lintera traccia del sentiero, le diverse quote d’altitudine, il punto preciso dei toponimi rispetto agli assi delle coordinate, la velocità media di percorrenza e poi con l’ausilio di una fotocamera digitale sono stati fotografati tutti i luoghi. Usata sino agli anni cinquanta, questa mulattiera presenta un andamento piuttosto rettilineo con una larghezza media di 160 cm. E significative pendenze che in alcuni casi superano anche il 30%. L’inizio si trova ai piedi di una spettacolare roccia di diaspro rosso su cui si erge la bellissima fortezza di Bardiii e subito dopo, in località La fratta, c’è un bell’oratorio dedicato alla Madonna di Pompei che fu costruito nel 1891, nei pressi un’ottima fonte sgorga dalla roccia. Riprendendo il suo percorso scende verso il torrente Ceno e qui, tra le località Cà de póru e La muntà, è ancora visibile l’antico selciato. Più in giù, di fronte a U murén, l’alveo del fiume molto ampio e il livello dell’acqua molto basso non dovevano costituire anche nel passato un grande ostacolo all’attraversamento. Poi, aldilà del fiume a quota 394 m. s.l.m., con un orientamento nord-sud, la mulattiera s’inerpica per la Val Noveglia superando i piccoli borghi di Gazzo, Cà di Rolla, Pezza, Lama, Stradella, Casivecchio, e raggiunge La bùca ‘d Santa Dona, a 993 m. d’altitudine, antico passo che immette nell’Alta Val Taro. Qui il panorama che si apre sulle montagne che stanno di fronte e le belle valli sottostanti è indubbiamente speciale. Dal Passo poi la mulattiera ridiscende e dopo aver superato l’abitato di Porcigatoneiii che conserva nella sua chiesa una pala del Lanfranco, s’abbassa ripidamente e attraverso un bellissimo bosco di cerri si giunge in località Ghirardi inserita nell’omonima oasi protetta dal WWF. Dopo una breve salita a Cà segalè, la mulattiera riprende la sua discesa fino al greto del fiume Taro che attraversa a quota 435 m. s.l.m., tra le località Bertorella e il torrente Ingegna. Anche in questo caso, come abbiamo visto per il Ceno, per la traversata è stato scelto un punto in cui la grande ampiezza del letto ed un livello molto basso dell’acqua la favoriscono. Recentemente, in questo luogo detto Cantaràgna, durante gli scavi per la realizzazione di un lago artificiale per la pesca sportiva, sono state rinvenute le basi di alcune pile di un ponte probabilmente di epoca medievale. Superato il fiume, in località al Curnà, vi è un oratorio dove nel 1617 si venerava ancora S. Giacomo apostolo passato poi ad essere contitolare della parrocchia di Campi con San Cristoforo profugo dalla chiesa di Malarinoiv rovinata per frana, pare, verso la metà del secolo XVII. La mulattiera da qui prosegue il suo percorso e s’inerpica nuovamente toccando dapprima l’abitato di Campiv poi San Quirico e infine Foltavi che si trova a un’altituidine di 750 m. s.l.m. In questo paese immerso nel verde dei castagneti, si trova un bell’oratorio dedicato a San Rocco. La mulattiera qui s’allaccia al sentiero 849 e sale vertiginosamente fino a Da u tèrmu, luogo di confine con la Liguria dove s’incrocia con l’Alta Via a quota 1080 m. s.l.m. Proseguendo raggiunge la località Caranza e da qui Varese Ligure.

iD. Tommaso Grilli – Giovanni Tomaselli, dic. 1995,‘Il Pellegrino; ediz. Grafiche Lama.

iiImportante centro dell’Alta Val Ceno situato a 625 m. di quota.

iiiPorcigatone era in origine Porcile Garatonis, luogo che doveva appartenere ad un certo Garatone e dove si allevavano i maiali (s.v. G. Petracco Sicardi luglio 1979, Tracce Linguistiche Longobarde in Valtaro e Valceno nell’Altomedioevo, Compiano Arte e Storia, Tipografia Benedettina Editrice di Parma, pp. 31- 40, p. 35).

ivMalarino è una località situata sulla sponda sinistra del Taro a poche centinaia di metri sopra l’abitato della Bertorella, frazione del Comune di Albareto. Alcuni resti murari che si trovano in questo luogo, per alcuni storici locali, sarebbero da attribuire alla rovinata chiesa di San Cristoforo, per altri all’antico Castrum Campi (‘Il Pellegrino, D. Tommaso Grilli – Giovanni Tomaselli; ediz. Grafiche Lama, Piacenza, dic. 1995).

vCampi, alcuni storici vorrebbero che in questo luogo si trovasse il Castrum Campi citato, in quel poco materiale giunto fino a noi, di una confusionata ‘Descriptio Orbis Romani’, scritta nel 610 e attribuita al geografo bizantino Giorgio Ciprio.

viCampi, alcuni storici vorrebbero che in questo luogo si trovasse il Castrum Campi citato, in quel poco materiale giunto fino a noi, di una confusionata ‘Descriptio Orbis Romani’, scritta nel 610 e attribuita al geografo bizantino Giorgio Ciprio.

Pellegrini in bassa Lunigiana … : il caso Trepuncio e Xago

Pilgrims in Lower Lunigiana and Traces of Ancient Settlements:
the Case of Trepuncio and Xago in Avenza
Salvatori, E.*University of Pisa (Italy)
Mussi, S., Deputazione Storia Patria per le Province Parmensi (Italy)
Email address: enrica.salvatori@unipi.it
Email address: sergiomussi51@gmail.com
Accedi all’articolo tramite i seguenti link:
https://almatourism.unibo.it/article/view/7304
https://almatourism.unibo.it/article/view/7304/7419
Scarica il pdf. da:  https://almatourism.unibo.it/issue/view/669 al Vol. 8 No. 16 (217)

 

Borgoratto Mormorolo, Borgo Priolo, Zebedo e dintorni …

OLTREPÒ PAVESE

Percorsi storico archeologici per la valorizzazione del territorio

a cura di

Silvia Lusuardi Siena e Simona Sironi

Borgoratto, Mormorolo, Borgo Priolo e dintorni:toponimi in una terra di confine contesa tra città e diocesi (Pavia e Piacenza, Tortona e Bobbio)

Sergio Mussi

Abstract

Lo studio rientra nell’ambito di un’auspicabile futura indagine toponomastica da estendersi a tutto il territorio delle valli Coppa e Staffora, con l’obiettivo di trovare soluzioni ai toponimi non ancora risolti, riconsiderando le proposte etimologiche errate, e di porre le premesse per nuovi dibattiti con l’augurio che ciò possa portare un significativo contributo al rinnovato interesse per la storia dell’Oltrepò Pavese; limitatamente ai toponimi riportati nel titolo e a pochi altri relativi alle zone d’interesse, lo studio ha permesso di formulare alcune ipotesi sostenibili.

Parole chiavi: toponomastica – valli Coppa e Staffora – Borgoratto – Mormorola – Mormorolo – Borgo Priolo – Postema – Zebedo.

The objective of the study falls within the ambit of a desirable future toponimy investigation to be span to the whole the territory of the Coppa and Staffora valleys, for the purpose to find one solutions to toponyms that have not yet been resolved, reconsidering of the incorrect etymologies and lay the foundations for new debates with the hope that this will make a significant contribution to the renewed interest in the history og Oltrepò pavese; restricted to toponyms reported in the title and a to few others relating to the areas of interest, the treaty made it possible to formulate some sustainable hypotheses.

Keynwords: toponymy – Coppa and Staffora valleys – Borgoratto – Mormorola – Mormorolo – Borgo Priolo – Postema – Zebedo.

Premessa

Lo studio si prefigge di dare risposte sostenibili su alcuni toponimi non ancora risolti della Val di Coppa riconsiderando le proposte etimologiche pregresse, formulando alcune ipotesi nuove e ponendo premesse per nuovi dibattiti nell’auspicio che ciò possa portare un significativo contributo al rinnovato interesse per la storia dell’Oltrepò Pavese. Particolare attenzione è stata dedicata al toponimo Borgoratto, che a tutt’oggi non trova una soluzione condivisibile: s’intende così fornire un piccolo contributo per una futura indagine toponomastica relativa a tutto il territorio delle valli Coppa e Staffora1.

Borgoratto

Ant. Borgarati2, dial: Bùrgrát / Bùrgrāt – loc. dial. “a vagh a Bùrgrát3

Il comune di Borgoratto Mormorolo è situato nellOltrepò Pavese, in provincia di Pavia. Il binomio che lo distingue dal Borgoratto Alessandrino, gli venne assegnato con regio decreto del 15 marzo 1863 n. 1211, dopo che nel XVIII secolo fu separato da quello di Fortunago e unito all’entità territoriale di Mormorola4 assumendo, prima il nome Valle di Borgoratto e poi solo Borgoratto5. Il borgo, di origini medievali, è adagiato su un terrazzo di valle rivolto a nord a un’altitudine media di circa 340 metri s.l.m. Il nucleo principale è formato di case addossate le une alle altre lungo un percorso che nel medioevo congiungeva Pavia a Bobbio6 attraverso la Val di Coppa7. La remota frequentazione di questo itinerario troverebbe conferma nei Miracula sancti Culumbani8, manoscritto anonimo del sec. X, in cui è descritto il viaggio di ritorno effettuato dai monaci bobbiensi tra il 17 e il 30 luglio del 929, dopo che si recarono a Pavia da re Ugo di Provenza per ottenere la restituzione dei beni sottratti dai fratelli Guido e Raginerio, rispettivamente vescovo e conte di Piacenza9.

Il territorio di Borgoratto nel passato fu oggetto di contesa, prima tra l’abbazia di Bobbio e la diocesi di Tortona, poi tra l’abbazia, la città e diocesi di Piacenza e il monastero di S. Martino di Pavia.10. A mettere per primo in discussione l’autonomia del coenobium bobiense, pretesa dall’abate Bertulfo – i cui possedimenti comprendevano anche la zona di Borgoratto – fu il vescovo Probo di Tortona che invece li rivendicò alla sua diocesi. La questione fu risolta a Roma, l’11 giugno 628, da Onorio I con l’emissione di una bolla a favore dell’abate.11 Nel corso dei secoli successivi furono molto i tentativi di sottrarre parte del territorio al monastero, dal quale dipendeva anche la curtis Memoriola, particolarmente ad ad opera di funzionari laici ed ecclesiastici. Tuttavia, la prima notizia della perdita della curtis risale ai primi decenni del sec. X quando venne usurpata al monastero di Bobbio da Gandolfo conte di Piacenza, nonché fedele di Berengario12. Nello stesso periodo il conte e marchese Radaldo, importante personaggio del regno «che già aveva avuto in beneficio la domuicoltilis (vd. domusculta) di Barbada»13, tentò di appropriarsi indebitamente di parte del territorio soggetto alla curtis di Memoriola, dove tuttora insiste l’abitato di Borgoratto, «inserendovi anche dei suoi uomini»14. Il tentativo fallì grazie ad un placito di Berengario del 915 che ne stabilì la restituzione al cenobio15. Pochi decenni dopo furono i fratelli Guido e Raginerio di Piacenza ad appropriarsi di altre terre ai monaci bobbiensi, Alla metà del sec. X anche la diocesi di Tortona riuscì nell’intento di sottrarre beni al monastero per mano del vescovo Giseprando16, quando nell’943 ne divenne l’abate. Ultimo testimone di queste vicende, forse, l’antica pieve di Mormorola dedicata ai SS. Cornelio e Cipriano, sovrastante il paese, e divenuta recentemente oggetto di studio17. Sarebbe necessario, però, procedere ad ulteriori verifiche della documentazione archivistica parrocchiale e diocesana perché la tradizione orale locale conserva memoria di un complesso monastico addossato alla chiesa di Mormorola – l’insieme di più edifici costituenti il presunto monastero, demoliti attorno agli anni cinquanta del secolo scorso18. Nel secolo XIX la popolazione di Borgoratto si serviva ancora di un oratorio situato in località Poggio, oggi scomparso. I defunti venivano sepolti presso il cimitero di Torre degli Alberi, a differenza dei monaci le cui tombe si troverebbero invece sotto il sagrato antistante la chiesa.

L’indagine

A seguito di unindagine cartografica, condotta sull’intero territorio della penisola e delle conseguenti ricerche di fonti documentarie e bibliografiche, è emerso un numero considerevole di località denominate Borgoratto e altre con radice rat19, raad e ròd e rot, situate per la maggior parte nell’Italia settentrionale, limitatamente all’area geografica occupata dalle regioni Lombardia, Piemonte, Emilia e Liguria. Una discreta presenza di toponimi con la radice rad, rat, rot e ruot si riscontra anche in Toscana20. L’assenza di una spiegazione plausibile per questa radice nel latino classico e in quello medievale ha indotto a ricercare il termine ràt nell’uso toponomastico di altre lingue. La zona oggetto di questo studio subì una forte celtizzazione nei secc. VIII-VI a.C. e successivamente nei sec. IV-III a.C.21. Un proficuo scambio d’opinioni con Elena Triantafillis22, ha portato a considerare la possibilità che la terminazione rát, del dial. Bùrgrát, sia un sostantivo di provenienza celtica col valore di ‘radura’. I lessici rath, ráith e rát, dall’aspetto semantico molto ampio e dallo sviluppo diacronico, sono presenti in modo particolare nel gaelico e nel tedesco, come è confermato nell’ampia letteratura linguistica e nei molti studi archeologici23. Nell’antico gaelico irlandese l’uso di ráth era molto diffuso24. In ambito agricolo, aveva il senso di «donazione data come contropartita», quindi ‘obbligazione’, ‘garanzia capitale’, ed era usato soprattutto per la regolazione dei contratti. Nell’ordinamento giuridico, ráth, era un concetto fondamentale adoperato per disciplinare molteplici norme, come sostiene Nuti: «si tratta di un impegno su cui s’impostavano molte delle più importanti leggi di quel ricco sistema giuridico. In sintesi, è una ‘garanzia’, formale e sostanziale, che si realizza nei modi e con le funzioni più varie: beni, prerogative sociali e persone stesse sono impegnate come garanti del rispetto di regole di ogni tipo e dei rapporti tra individui. L’adempimento delle condizioni di un contratto, ad esempio, è assicurato da un Ráth, che, in ultima analisi, rimanda ad assicurazioni di valore economico. Ráth, si noti, indica anche la persona stessa che funge da ‘garante’»25.

Fig. 1. Veduta aerea degli scavi di due Rath e relativi recinti portati in luce a Roestown nella Contea di Meath, Repubblica d’Irlanda (Kinsella 2010, p. 114). Si ringrazia il dottor Donald Murphy, direttore di ACSU (Archaeological Consultancy Services Unit Ireland), che ha gentilmente fornito l’immagine qui pubblicata (l’immagine è di proprietà dello Studio Lab).

Fig. 2. Ricostruzione di un Rath altomedievale a Cahercommaun, Contea Clare, Repubblica d’Irlanda, che mostra un probabile sito reale, con piccoli giardini per verdure e cereali immediatamenet contigui, e aperta campagna per il bestiame in ambienti più ampi (The Early Medieval Archaeology project). Per l’immagine si ringraziano ACSU (Archaeological Consultancy Services Unit Ireland) e Studio Lab.

Infatti, a partire dalle prime invasioni barbariche (sec V d.C.), nelle fattorie della campagna irlandese si provvide a munire i Ràth (agricoltural settlement, ‘insediamento agricolo’), di muretti o pali di legno a scopo difensivo. Nel mondo della magia e della religione, erano significate da Ráth le parole grazia’, ‘dono’, ‘favore’ e ‘beneficio’. Nel gaelico scozzese, a Ráth era attribuito il senso di ‘cerchia27. Nell’Aberdeenshire e nel Banffhire i Ráth erano delle fattorie ognuna delle quali apparteneva ad una sola famiglia, che aveva così la terra necessaria per il proprio sostentamento. I Rath, secondo il Brehon law28, per essere costituiti legalmente richiedevano una casa d’abitazione, una stalla per i buoi, un porcile, un recinto per le pecore e una stalla per vitelli, tutti circondati da un fossato o da un bastione costituito da piccoli pali per la protezione. Rath nelle leggi irlandesi significava fattoria, il nome è il corrispondente del nostro podere il quale, però, doveva essere costituito da sette edifici29. In Scozia esistono varie località nominate Ratho. Un toponimo ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi. Ad avvalorare l’ipotesi che il suffisso dial. –rat, ‘ratto’ sia di origine celtica e non latina, è il riscontro nella lingua cimbra e nell’antico alto tedesco del vocabolo Rat (*germ. raþa), al quale sono attribuiti i significati di ‘ruota’, ‘cerchio’ (pron. Râd). Si tratta del termine da cui sono derivate le forme Ráaéed < Ráat < Rat < Rad (pron. Rad), ‘giudice’, ‘adunanza’, ‘assemblea’, ‘consiglio’ e per estensione «luogo del consiglio» o «luogo dell’assemblea», oggi significato dal più moderno Rathaus «casa del consiglio». Nella toponomastica belga e germanica, infine, la desinenzarath, da cui dipendono le varianti -rade, -reuth, -roda, –rode, -roth e –ray, rinvia al concetto di «radura», ancor più manifesto nelle forme «area chiara», «spazio libero all’interno del bosco», «spazio disponibile», analogo ad area «area sgombra», «zona disboscata»30, «estirpazione». Nella località Rado (ant. Rade) che si trova nelle vicinanze di Gattinara nell’alto vercellese, recentemente è stata riportata alla luce, all’interno di un bosco, presso i ruderi del Castrum Radi, una necropoli a incinerazione del V – metà del IV secolo a.C. (Fig. 3)31.

Fig. 3. Corredo funerario rinvenuto in una sepoltura della necropoli golasecchiana del bosco di Rado (Gattinara, VC.). L’immagine fotografica è stata gentilmente concessa dalla dott.ssa Elisa Panero, funzionario archeologo presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e Museo Antichità Egizio, grazie al cortese interessamento della dott.ssa Francesca Garanzini, funzionario archeologo Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Biella, Novara, Verbanio-Cusio-Ossola e Vercelli.

Si tratta di una scoperta molto importante anche sotto il profilo toponomastico. Infatti, l’antica denominazione Rade è dal verbo germanico roden (rodere), e significa ‘radura’ (ted. Rodung). L’etimologia ricorrente per questo toponimo è «terra incolta» che ben s’addice al concetto di ‘radura’.

Alla luce di quanto esposto si ritiene che l’equiparazione ráth = radura, qui significata dai medievali ratus / ratum32, intesa come spazio libero situato in campagna e protetto da qualsiasi genere di delimitazione, come quella naturale del bosco o della foresta, sia la più appropriata per i luoghi denominatiRatto’ e ‘Rado’.

Ratto è anche cognome di famiglia derivato dal luogo d’origine o dal soprannome dato alla persona; esso vede la sua maggior concentrazione in Piemonte (Ratto), in Lombardia (Ratti) e in Toscana (Radi).

I toponimi Borgoratto, e Rado nelle attestazioni medievali

Come già detto, sono numerosi i nomi di luogo che presentano l’endiadi borgo e ratto nelle diverse varianti: Borgorato, Borgoratto e Borgo Rato33. I dati raccolti attestano che tale denominazione, sia nella forma del tipo composto Borgoratto, sia in quella separata Borgo Rato, fu adottata nel periodo compreso tra i secc. XII – XIII, mentre il toponimo Rato (vd. Rado) è attestato in epoca anteriore. In particolare:

– Borgoratto Alessandrino, Burgirati – Burgoratus, a. 1138 (AL)34;

– Borgoratto [Porta di], attuale Piazza Minerva a Pavia, in Burgo Rato, 6 luglio 1181 (PV)35;

-Rado [Castello di], di cui esistono i ruderi, Gattinara, ant. Castrum Radi, a. 1185, Gattinara (VC)36;

– Rado [ant. Rade, a. 882], confermato nel diploma di Ottone III, del 999, ex fraz. di Gattinara, (VC)37.

Per ciò che attiene specificamente al toponimo Borgoratto Mormorolo, la prima attestazione è fatta risalire al 117838. La copia dell’originale del contratto di vendita39 riproduce tre atti riguardanti la stessa famiglia (22 ottobre, 20 novembre e 3 dicembre 1178); da questi si arguisce che il Burgorato è quello di Pavia e non quello dell’Oltrepò. La trascrizione del documento è opera di Cavagna Sangiuliani che in capo al testo annota: «Fonte – A. Orig. In ASM, Pavia, Monastero di San Pietro in Ciel d’Oro». IL suddetto Borgorato, in cui alcuni studiosi hanno creduto di riconoscere quello dell’Oltrepò pavese, compare nel primo dei tre atti datata 22 ottobre 1178, dove l’editore regesta: «Anno Dominice incarnacionis. Millesimo. Centesimo. LXX. octavo. Undecimo. Kalendas novembris. Jndicione Vndecima». Lo scritto è preceduto dal titolo «Ugo Calvo, di Calignaco, Stefano, suo figlio, e Romana ed Elena, loro mogli, vendono a Giovanni Pastore case in Borgorato al di là del ponte della casa del marchese [Malaspina]». Nella chiusura di due atti il notaio Suço del Sacro Palazzo dichiara il luogo della stipula con le espressioni «Actum papie feliciter» e «Actum papie in curte sancti gabrielis coram suprascriptis testibus videlicet ugone ranpaço. et acerbo battitore. Feliciter», cioè in Pavia e nella Corte di San Gabriele della stessa città. Nell’atto è citata, la località Calignaco, dichiarata quale luogo di residenza di Ugo Calvo e famiglia da individuarsi nell’attuale Calignago posta a circa dieci chilometri a nord-ovest del centro cittadino di Pavia. Questo toponimo non può essere confuso né con il Calignano che si trova a circa 12 chilometri a est della città, né con il Calvignano dell’Oltrepò pavese situato a sud-ovest di Casteggio40. Ciò premesso, ne consegue che il Borgorato ricordato nell’atto di Ugo il Calvo corrisponde plausibilmente al Burgo Rato di Pavia41 che fu distrutto nel 165542, stando alle mappe concernenti i secc. XVI- XVII conservate presso i Musei Civici della stessa città e consultabili online43. Dalla lettura della stipula di Suço non sono risultate citazioni del supposto marchese Malaspina né del feudo di Fortunago44.

Se si accetta la presente ipotesi, cade di conseguenza la datazione al 1178 della prima attestazione di Borgoratto d’Oltrepò pavese, poiché, allo stato presente delle ricerche, non sono state rinvenute finora attestazioni antecedenti il sec. XVIII (aa. 1749-1760)45. Nonostante ciò l’espressione dialettale “a vö a Bùrgràt” (io vado a …) – conosciuta e usata in loco autorizza a considerare la fissazione del toponimo nel Medioevo poiché fino a quel periodo, nel parlato, l’uso dell’articolo non si era ancora affermato con decisione: il toponimo quindi deve essersi fissato fra i secoli XII e XIII.

Le ipotesi etimologiche note

Allo scopo di dare una spiegazione plausibile al tipo Borgoratto, una parte degli studiosi di toponomastica e di linguistica dellarea lombarda ha considerato le terminazioni rato’ e ‘ratto suffissi aggettivali o avverbiali derivati di ratus, di raptŭs e del lat. tard. Ripidŭs; alcuni avrebbero individuato nella terminazione ‘ratto’ una probabile forma dialettale dal milanese ràtta da rapĭdu46. Altri specialisti vi hanno riconosciuto riconosciuto un sostantivo borgoro più un diminutivo in –atto47.

Valutate quindi le differenti interpretazioni dei derivati di ratus e raptŭs, per costruire una ipotesi sostenibile si è presa in considerazione quella che al momento è apparsa la più convincente, cioè un uso di ratus, nel valore di aggettivo qualificativo volto a specificare la condizione del borgo. Tale ipotesi è stata manifestata a Giorgio Petracco che, durante i numerosi scambi d’opinione sulla materia, ha proposto la possibile natura giuridica del suffisso ratus, significato dalle accezioni ‘stabilito’, ‘confermato’, ‘legittimato’, ‘ratificato’ da cui, per il toponimo Borgoratto, l’ipotesi più estesa di «borgo riconosciuto». Tuttavia, non essendo ancora noti casi in cui, per l’avvenuta fondazione di un borgo, si fosse resa necessaria una «ratifica» ufficializzata attraverso una nuova denominazione, né altri in cui si sia fatto uso dell’aggettivo ratus accanto a burgus per testimoniare la ratifica – a posteriori – di una nuova fondazione, si è considerata tale ipotesi non percorribile48. Pertanto, in merito ad una possibile origine latina di Ratto e Rado49 da ratus, sostenuta dai più, nonostante l’evidente analogia con le forme ratum, rado, rato, che si evincono dagli antichi composti latinizzati Argentoratum (Argentré, ant. gallico Argentoraton, Argentrato), Argentoratum (Strasburgo), ant. gallico Carpentoracte poi Carpentoractum (Carpentras), Ratomagos50 (Rouen), Vicus Ratum (Amiens) in Francia, la località Ratum (Winterswijk) dei Paesi Bassi, Cluserado (Klüsserat) in Germania e Ratho (presso Edimburgo)51, si è stabilito che si tratti di una tesi alquanto debole; soprattutto in considerazione del fatto che in ambito accademico la questione è ancora aperta. Si noti, inoltre, che esiste una località dal nome Burgh Rath nel distretto di Colonia Rath-Heumar (Renania settentrionale – Vestfalia), menzionata per la prima volta nel 128852. Nei più accreditati dizionari del latino classico e volgare e nel Grande Dizionario della Lingua Italiana53, in cui le parole Rato e Ratto sono ampiamente trattate, di tutte le spiegazioni rese soltanto una ha valore di aggettivo volto a specificare la condizione di un luogo: «Ratto, (ant. racto, ractu, rapto, rato), percorribile agevolmente, non presentando ostacoli al cammino, facilmente accessibile»54, espressione che non lascia dubbi al senso di «spazio libero». Riguardo al vocabolo ‘Rato’, Lidia Sessi sostiene che l’antico irlandese ráth fu reso nel latino come rathus55: «termini gaelici furono “latinizzati” … rathus per “rath” come è stato rinvenuto presso testi composti in iberno-latino (Hiberno- Latin) del VII e VIII secolo»56. Anche il DIL57, sia pure con riserva, suggerisce l’eventualità di una latinizzazione di Ráth in Ratho (da Ráth, prob. gaelico scozzese) dal valore di locativo (ndr. ráth<ratho<rato). Lo stesso Ratho si trova nella frase Expugnatio Ratho Gauli riportata negli Annali irlandesi dell’Ulster dell’anno 64358. Il suffisso –ráth si è conservato in numerosi toponimi del paesaggio rurale belga-orientale, della Renania, del Bergisches Land e della Germania occidentale riferito allaspetto del terreno, come i suoi derivati -roth, – roda, -rode, -rade, – rieth59 e *radutz60. Tra i vari significati dell’a.a.ted. rath vi sono «zona disboscata»61, «superficie sgombra»62, «area chiara», «radura»63 e «luogo indipendente». In soccorso a questa tesi viene anche Gian Domenico Serra64 il quale ipotizza una base celtica Ratum (cfr. Burgus ratum) per i toponimi Rho, (ant. loco Raude, sec. XII), Ròdi, dial. Rot, Rod (ant. fundo Raudus, a. 774), e Arrò di Vercelli (ant. Rade» a. 999). L’ipotesi di ‘radura’, significata dal celtico Ráth, trova inoltre conferma, come si è detto, anche nel luogo in cui è stata scoperta la necropoli di Rado65, presso Gattinara (VC). Si deve porre, inoltre, particolare attenzione ai suffissi –ràt, -ràat, delle forme dialettali bùrgràt / bùrgràat perché è noto che il dialetto è più conservativo delle lingue letterarie: se ne ricava che i suffissi dial. -ràt / ràat siano più affidabili di quelli latini italianizzati in ‘rato’ e ‘ratto’. È plausibile, quindi, che il vocabolo ‘rato’ derivi dal celtico ráth, così come le voci dell’a.a.ted. ‘rato’ e ‘ratto’. Perciò si ritiene che i termini ràt, ràat che hanno partecipato a formare le dialettali bùrgràt / bùrgràat siano confrontabili con quelli celtici tuttora riconoscibili nei toponimi che identificano piccoli centri abitati o fattorie situate nelle campagne dell’Irlanda e della Scozia. È anche plausibile considerare i termini ràt / ràat del dialetto lombardo come affermatisi nel periodo celtico: non è possibile però stabilire se durante la prima grande celtizzazione (secc. IXVI a.C.), oppure, più verosimilmente, durante la seconda (secc. IV-III a.C.).

I vocabolari del dialetto milanese alla voce ratt (‘ratto’, topo), tra le varie espressioni che ne spiegano l’uso traslato, riportano le seguenti: a) fa cor i ratt o fa scappà i ratt, fig. ‘sgomberare’, vd. spazzà ed anche metter fuoco, incendiare; b) ghe pò ballà dent i ratt, ‘e vi si può giocare o tirar di spadone (dicesi di luogo spogliato di masserizie)’66. Da queste metafore si ricava che nell’area lombarda al dialettale ratt, da cui ‘Ratto’, era attribuito anche il senso di ‘spazio vuoto’, ‘spoglio’ – lo stesso di ‘radura’ – ma anche quello di «luogo sgomberato», o «luogo abbandonato».

É certo che nel Medioevo centrale e nel Basso Medioevo in tutta Europa le radure furono utilizzate per la fondazione di nuovi borghi perché in quel periodo la città assistette ad una nuova fase di crescita economica e a una conseguente esplosione demografica per cui si rese necessario reperire ‘aree di compensazione’. Il termine ráth, ora rimasto solamente nel toponimo, testimonierebbe la frequentazione delle radure da parte dei Celti che le avrebbero adoperate per i loro insediamenti67 e presso le quali tenevano adunanze, riti religiosi e sacrificali. La «radura» (lucus)68 fu usata poi dai Romani per gli stessi rituali di sacrificio, per erigervi templi, oracoli, memorie e i primi piccoli insediamenti. Nel caso si tratterebbe di ‘insediamenti temporanei’ poiché una continuità d’uso non sarebbe dimostrabile. Dagli scavi archeologici summenzionati è risultato che la frequentazione delle radure risale al periodo preistorico, ma in questi siti le tracce dei primi insediamenti (qui definiti Ràth), non ancora recintati da un ringfort, risalirebbero al primo Alto Medioevo.

Una nuova proposta

Alla luce di quanto finora esposto, si ritiene di poter formulare le seguenti ipotesi:

a) Il toponimo Borgoratto fa riferimento a piccoli borghi medievali di fondazione e di riedificazione (prob. secc. XII-XIII), detti di “compensazione”, edificati in campagna sui luoghi nominati Ràt ‘Ratto’, significante «radura», poiché ‘aree disponibili’, ‘libere’ perché di pertinenza fiscale o comune, non adatte ad essere coltivate. Ratto proviene dal celtico ráth (vd. il dial. ràt / ràat), con valore di sostantivo: il senso è quello di «area chiara», riferito allo «spazio all’interno del bosco dove entra la luce». Il suffisso -ràt, della forma dialettale bùrgràt, ha lo stesso valore che è attribuito ai suffissi dell’a.a.ted. –rait, –rath, –reut, –reuth, –ried, –riedt, –rod, -rode, roit i quali, in area germanica, assegnano al toponimo il significato di «fondazione su superficie sgombra (per lo più XII-XIII secolo)»69. Il toponimo appartiene al genere degli oronimi e significa «Borgo (del) Ratto»70.

b) Il toponimo Borgoratto è formato dal sostantivo ‘Borgo’ e dall’aggettivo qualificativo ‘Ratto’, dial. ràt / rát71 (del celtico ráth), che attribuisce al nome il senso di «luogo sgombro» o «luogo spoglio» e per estensione «fondazione su luogo abbandonato»72.

Conclusioni

Il toponimo è formato dai sostantivi ‘Borgo’ e ‘Ratto’, come si evince da alcune forme staccate attestate tra i secoli XII-XIV Burgus ratus, Burgum ratum e Burgus rattorum. Alla radice della parola ‘borgo’, stanno le voci del germanico berg, burg, borg già ampiamente trattate in altri studi73. Per ciò che attiene la seconda parte del nome, cioè ‘Ratto’, si è presa in considerazione sia l’ipotesi di un suo valore come aggettivo volto a specificare la condizione del ‘borgo’, sia quella di ‘ratto’ con valore di sostantivo, che è risultata la più convincente. Si è pensato, quindi, di lavorare sulle varie accezioni significate dal celtico ráth, alcune delle quali sembrano rispondere in modo sostenibile alle ragioni che avrebbero determinato la scelta dei luoghi per la fondazione dei toponimi Borgoratto74, in particolare Ráth nell’accezione di «radura»75. Pertanto, si è considerato possibile il passaggio del dial. ràt (da ráth), di provenienza celtica, alla forma italiana ‘ratto’ (ràt< ráth<rato / ratto).

Mormorola

(ant. Memoriola), dial. murmuröla (Fortunago)76

Il toponimo è antico e molto raro. È attestato per la prima volta nella forma Memoriola nel breve dell’abate Guala di Bobbio scritto tra gli anni 833 e 83577. Il nome, che deriva dal lat. měmor «che si ricorda», si ritrova ancora come Memoriola in un documento del 15 maggio 1178 del Codice Diplomatico di Bobbio: «Ecclesia Sancti Nazarii in Memoriola cum decimis et pertinentiis suis». Si ha notizia della sua corruzione in Murmurola in un atto del 13 novembre 1232 conservato nel Fondo della famiglia Landi78 e in Murmurole nel 125179. A partire dal 1863 è associato a quello di Borgoratto, da cui la nuova denominazione Borgoratto-Mormorolo80. Nel secolo scorso si roscontra un’alternanza del nome tra la forma femminile Mormorola e la maschile Mormorolo. Vi sono, infatti, Mormorolo nel 1923, Mormorola nel 1939 e ancora Mormorolo nel 1941. Il toponimo ha alla radice il sostantivo ‘memoria’ (da měmor) al quale è stato attaccato il suffisso diminutivo -ola (lat. ulus, ula) a voler significare una cosa di piccole dimensioni, con risultato memoriòla (vd. aedificiola). Il nome trova spiegazione nelle accezioni di «piccola memoria», «piccola lapide», «piccolo sepolcro», «piccolo monumento» ecc.: «Gli edificatori de’ sepolcri avendo riguardo a tal cosa avviliscono il proprio lavoro, e le cose, che gli appartengono, chiamandole Memoriola»81. Da un’epigrafe dell’anno 227 d.C., rinvenuta a Roma nel 1887, forse sulla via Ostiense, si ricava: «Un colono, Geminio Eutichete, dopo aver fatto presente ai quinquennali del collegio delle Arche Faustine» (collegi magni arkarum divarum Faustinarum)82, la sua situazione economica e, soprattutto, il fatto di essere in pari nei pagamenti per i campi coltivati, chiede loro il permesso di costruire un piccolo monumento (memoriola) negli orti83 da lui coltivati (ndr., che si trovano al piede del monte»84. Il passaggio dalla forma memoriola a mormorola è dovuto al fenomeno della metatesi di r intervocalica che si manifesta nei dialetti. Si tratta di un fatto non comune in cui la metatesi di r va ad unirsi alla prima vocale della parola (es. memorola<mermorola). Ciò è testimoniato dalle attestazioni Memoriòla<Murmuriola<Murmuròla<Mormorola che si riferiscono alla Memoriola di Fortunago (a. 860 Memoriola, a. 1232 Murmurola)85. Le forme memoriola e mormorola non sono poi così dissimili poiché la prima fa riferimento ad un «luogo della memoria», contraddistinto da un sepolcreto o monumento che in genere veniva eseguito con il marmo, la seconda a un edificio dove si prega (vd. mormorare). La parola quindi, per traslato, se in un primo tempo veniva utilizzata per indicare luoghi votivi o della memoria, deve essere poi passata ad indicare gli stessi perché di marmo. Il toponimo, cui nella locuzione dialettale “vagh a murmuröla“, recitata da un abitante di Fortunago parlante dialetto86, è preceduto dalla preposizione ‘a’, dovrebbe essersi fissato nel Tardoantico (secc. III-VI d.C.), poiché l’uso dell’articolo determinativo in quel periodo non si era ancora affermato.

Borgo Priolo87

dial. burgpariö / burgparì; ant. Burgum Piriolli (a. 1250), Priolo (a. 1275)88

La località è situata nell’Oltrepò pavese a sud di Casteggio, tra i ruscelli Ghiaia di Montalto e Ghiaia di Borgoratto i quali, a causa dell’orografia del territorio, si uniscono nell’imbuto vallivo che si forma a valle dell’abitato dando vita al torente Coppa89. Il toponimo è composto dalle parole borgo e priolo dove ‘priolo’ è dal lat. volg. *parĭŏlū(m), forma diminutiva di parium ‘paiolo’ d’origine celtica90 (vd. il gallese pair, irlandese coire ‘recipiente’ o ‘pagliolo’), da cui il dialettale pavese pariö, ‘paiuolo’, ‘calderone’, qui nell’accezione traslata di «larga conca di erosione torrentizia, dovuta al moto vorticoso dell’acqua»91. Si veda anche il lat. medievale parium (da părĭo ‘rendere uguale, pareggiare’), e il suo diminutivo *parĭŏlū(m), termine significante «bassura paludosa» o «conca», «buca»92. Un’altra ipotesi, che tiene conto della particolare conformazione orografica del luogo, è quella che il sostantivo pariolo possa derivare dal lat. medievale pidriolum passato a piriolum per assimilazione del nesso dr con r, poi a periolum per mutazione di i in e e infine a priolum dal significato di ‘imbuto’. Alla base del nome ci sarebbe la forma lat. plētria, ‘imbuto’, a cui è stato aggiunto il sufisso diminutivo -olum, -olo, con risultato «piccolo imbuto», o «piccola tramoggia»93. Il passaggio dal volg. *parĭŏlū(m) al mediev. priolum dev’essere avvenuto per metatesi, poi reso nell’italiano ‘priolo’94. Il significato del toponimo è quello di «imbuto», dal senso figurato di «luogo dove confluiscono le acque», località nella quale è stato fondato il Borgo che ne ha poi ereditato il nome.

Le attestazioni antiche

Burgum Pirrioli (a. 1250); Borgho Periollo (a. 1537); Borgo Periollo (a. 1643); Borgo Periolo (circa 1744); Borgo Priolo (a. 1770).

Postema

dial. la pustēma

La località si trova a sud dell’abitato di Braglia in Val di Coppa dell’Oltrepò pavese. Si tratta di un ampio coltivo in forte pendenza dalla forma a cuneo esposto a Nord, compreso tra il torrente Ghiaia Coppa e il Fosso Zebeda a valle di Borgoratto Mormorolo. Il nome deriva dal lat. apostema95, entrato nel dialetto come pustēma per aferesi di a e per la dittongazione di o interconsonantica in u (o<ou<u)96, è composto da apò, it. ‘da’, indicante «separazione, allontanamento» e da istemi «stare, collocarsi» che, come apostasia, è dal v. gr. Aphistemi, da apo ‘sopra’ e istemi ‘io ripongo’: qui nel probabile senso di «luogo posto sopra, in alto»97. Il dial. pustēma rimanda al termine posta, ‘positura’, dal lat. positus, situs, ‘sito’, ‘luogo’, ‘sito dei campi’98, ‘il modo come la cosa è posta, e situata’99, «il sito dell’horto sia di lungi dall’Aia»100 e da postema «ciò che se ne va dal corpo»101, derivato di ‘porre’, dal lat. póněre. Un’altra ipotesi possibile è quella che vuole il dial. pustēma – reso poi in italiano come ‘Postema’102derivato dalla forma *posthiema, lat. pŏsĭtŭs hĭěmălis dove pŏsĭtŭs sta per ‘posizione’, ‘sito’ e hĭěmălis per ‘invernale’ «luogo posto in posizione invernale»103, lo stesso di «esposto al freddo del nord». All’oronimo Postema, quindi, si ritiene plausibile attribuire il significato di «sito dei campi posto esternamente a …» oppure quello di «sito dei campi posto in posizione invernale». Il toponimo, che nell’espressione dialettale recitata da un abitante del luogo104 parlante dialetto è preceduto dall’articolo ‘la’, con chiaro riferimento al femminile ‘terra’ [la (terra) postema], dovrebbe essersi fissato nel Medioevo (secc. XI-XIV) poiché l’uso dell’articolo determinativo si è affermato con convinzione in quel periodo.

Sulla sommità della pustēma, nei pressi della veccha strada provinciale che da Braglia sale a Borgoratto, vi sono un edificio, riscostruzione di un vecchio casolare, le fondamenta di un secondo fabbricato, un pozzo della profondità di circa 10/12 metri e cm. 120 di diametro costruito con pietre, un secondo pozzo situato a un centinaio di metri più ad est e prossimo alla vecchia mulattiera che da Montalto, passando per Boiolo e Borgoratto, saliva fino a Mormorola105.

Zebedo

dial. zöb / zöp, loc. dial. “vö zöp” (Casteggio); “vö zöb” (Borgo Priolo)

Località situata ad ovest di Cappelleta (frazione di Borgoratto Mormorolo), su un falso piano sovrastante il piccolo invaso vallivo dell’omonimo fosso. Il toponimo ha suscitato molte discussioni. Infatti, se da un lato la maggior parte dei linguisti sostiene che il nome si riferisca ad uno stanziamento di Gepidi, per cui Zebedo ne rifletterebbe l’etnico, dall’altro sono schierati coloro che ne contestano l’ipotesi. In realtà la tesi dell’etnico non è dimostrabile né sul piano storico né su quello linguistico: in ambito storico perché nell’esercito longobardo, quando giunse in Italia, le mescolanze tra le etnie che lo componevano erano già avvenute, poi per il breve periodo di permanenza sul territorio e per l’insufficiente documentazione disponibile; in ambito linguistico se è vero che la z iniziale delle forme dialettali zéb / zöb106 p / zöb si è mantenuta e che ciò fa propendere per una sua origine germanica107, come l’accento tonico arretrato sulla prima vocale nel nome Zébedo108, e che quindi è reale la possibilità del passaggio da Gépido a Zébedo (g<z)109, quale prestito dal latino del germanico, tale condizione lascia supporre però che il toponimo si sia fissato in epoca anteriore a quella longobarda da un tema prelatino *żèba, forse da una radice celtica gèb-; soprattutto se si valuta l’area di diffusione del toponimo che lo vede concentrato soltanto tra Emilia, Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto, zona della prima grande celtizzazione (secc. VIII-VI a.C.), più verosimilmente ciò potrebbe essere accaduto durante la seconda (secc. IV-III a.C.).

Considerando questo concetto, si possono formulare le seguenti ipotesi:

a) da géb si ottiene zéb (cfr. Il dialettale locale zébb per Zebedo, probabile contrazione del volgare zébba110 (vd. anche il toscano volg. gèbbia in luogo di gèrbia per ‘Gerbo’ con caduta della r, it. ‘sterpo’111), dal lat. gleba ‘cespuglio di terra’, ‘zolla’ (vd. ‘glebe’, lat. glebosus ‘abbondante’, ‘pieno di zebbe’) e per estensione «terreno coperto di cespugli» o «sterpeto», che vale anche per «terreno incolto», una condizione del terreno che ha determinato anche la denominazione dei toponimi del genere Zerbido e Gerbido112. A sostegno di questa ipotesi vengono in soccorso il ted. gebiet, da gebide, significante ‘area’, ‘campo’, ‘terreno’, ‘territorio’113. Ipotesi che individuerebbe nel toponimo un possibile locus zebedo114, probabile collettivo in –eto da una base preromama *zeba;

b) Il toponimo Zebedo potrebbe derivare dal ted. Gebäude, ‘costruzione’, ‘edificio’, ‘abitazione’, ‘dimora’, ‘insieme di edifici’, ‘il costruito’, ‘villaggio’, ‘colonia’ (principalmente di carattere rurale, legati allo sfruttamento dell’agricoltura), m.a.ted. gebuwede, a.a.ted. gibuwida “bau” ‘costruire’, il sostantivo è un derivato di bauen «il costruito»115. È plausibile quindi che ad influenzare tale denominazione possano essere stati la caratteristica del luogo, l’aspetto del paesaggio, la condizione del terreno oppure la presenza di un costruito in cui oggi insiste il piccolo agglomerato rurale dell’Oltrepò pavese.

c) Ciò premesso, va considerata fra le possibili soluzioni dell’etimo anche una terza ipotesi che vuole il toponimo un derivato in eto di ‘ceppo’, da cui ‘ceppeto’ (c < z), per estensione «bosco, bosco tagliato»: a supporto di quest’ultima il nome dello scomparso Monastero di San Michele del Bosco (de Zebedo) nella Lomellina pavese [de Cebete (a. 1210), de Zebedo (a. 1211), de Bosco (a. 1211), de Zibido e de Sebedo (a. 1212), de Zebete (a. 1229)116.

d) L’etimologia che vuole l’etnico Gepidi derivato dai toponimi Zebedo, Zibido (zìbid), Zéveto (xéveto) e Zévio (xévio) ecc., appare un pò stiracchiata, tanto da sembrare una costruzione di carattere letterario117, più che un’ipotesi etimologica fondata su basi fonetiche e linguistiche. Tutt’al più, pur volendo accettare tale interpretazione, il toponimo Zebedo, scritto al maschile singolare, anche nelle attestazioni documentali di altri toponimi simili, potrebbe rinviare ad un antroponimo o ad un soprannome Gepido (Gepidus) con le sue varianti Cepido (Cepidus)118 e Cibedo (Cibedus)119 che la persona potrebbe aver derivato dalla locazione di propria residenza, ma ciò non è sufficiente per dimostrare che in quel luogo vi fosse un isediamento di Gepidi. Il toponimo dovrebbe essersi fissato in epoca preromana e si confronta con Zebedasco120, Gepidasco «luogo dove c’è il gépido» e Zebidassi, nome a doppia suffissazione (-eto più -accio), dove con il dispregiativo -accio si è inteso rimarcare, forse, la condizione d’abbandono in cui versavano alcuni terreni o costruzioni.

Per un elenco completo dei toponimi italiani ed europei che si confrontano con quelli trattati in questo studio si rinvia il lettore alla Mappa in progress elaborata su Drive121 visibile al seguente indirizzo. WikiToponomastica – Mussi S., google.com/maps/d/edit?mid=1Hx8mhbkcNc9HXPKLMYtG7RjU6tzfzRrz&ll=37.19553454410718%2C-26.470925350000016&z=4

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Early Medieval Ireland and Beyond

A blog about the archaeology and history of early medieval Ireland at UCD School of Archaeology

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NOTE

1Questo saggio è stato possibile grazie alle fattive collaborazioni di Silvia Lusuardi Siena dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, di Elena Triantafillis dell’Università Cà Foscari di Venezia, cui sono debitore per l’intuizione su Ràth, di Enrica Salvatori dell’Università di Pisa, di Lorenzo Coser ai quali va tutta la mia stima e riconoscenza.

2Settia 2006, p. 73.

3La resa in italiano in ‘ratto’ dal dial. t, è data dall’accento tonico posto sulla vocale a (à) il quale tende a rafforzare il suono della seguente t in t dura che in italiano si rende con doppio tt (ràt < ratto).

4Sulle origini della pieve si veda Lusuardi Siena 2006, pp. 7-30.

5Cfr. P.G.T. del Comune di Borgoratto Mormorolo, Relazione tecnica 2013, P. 5.

6Lusuardi Siena 2006, p. 23.

7Garanzini 2006, pp. 1-6.

8Lusuardi Siena 2006, p. 23; Settia 2006, p. 80, Ponzini 2010, pp. 223-297; Miracula sancti Columbani, p. 95; Bardella 2015/16.

9Destefanis 2008, p. 94.

10Destefanis 2000, pp. 84-85.

11Attolini 2001, p. 20.

12Destefanis 2002, 85.

13Il luogo, di cui si è perduta memoria, doveva trovarsi, forse, nelle vicinanze della località Cappelletta in Val di Coppa (PV), cfr. Destefanis 2002, p. 89; Lusuardi Siena 2006, p. 23.

14Destefanis 2002, p. 89.

15Galletti 1980, n. 72, p. 13, che cita I diplomi di Berengario I, pp. 256-259, Codice diplomatico del monastero di S. Giovanni, I, pp. 284-288.

16Destefanis 2008, p. 85.

17Lusuardi Siena 2006, Lusuardi Siena – Strafella 2008.

18Le preziose notizie sono state gentilmente fornite dal Geometra Sig. Arturo De Filippi, ottimo conoscitore della zona, che si ringrazia per la cortese collaborazione.

19csi piemonte 2010, Atlante Geografico del Piemonte, Regione Piemonte, indice toponomastico R, loc. Rat, Ratto ecc. <https://www.yumpu.com/it/document/read/7332433/b-regione-piemonte>.

21Manfredi 1999, pp. 28-31.

22Elena Triantafillis è docente di Glottologia e Linguistica allUniversità Cà Foscari di Venezia.

23Hoffmann 1996; Dalle Carbonare 2003; Hunold 2005, pp. 121-142; Dil 2007, Nuti 2016.

24DIL 2007, s.v. Ráth 1, Ráth 2, <http://www.dil.ie/search?q=rath>

25Nuti 2016, pp. 551-552: «Nello stesso ambito giuridico si faceva uso anche della variante Ráith, “cosa data in garanzia”, pressoché il medesimo senso di Ráth». Nella toponomastica irlandese si riscontra l’uso di raith per ‘terrapieno’, ‘bastione’, dal valore di ‘difesa’, ‘protezione’ e al riguardo, citando il DIL, Nuti osserva che «finisce per coincidere con rith per sviluppi interni all’antico irlandese. Ma una forte solidarietà tra i due termini si crea in base all’analogia metaforica per cui uno scavo ai fini difensivi è una ‘protezione’ quanto lo è una ‘donazione’ ai fini di una garanzia». Si anche che il ráth nell’accezione di ‘capitale’ in Dalle Carbonare 2003, pp. 21, 25, 46.

26O’Sullivan et alii 2008; O’Sullivan et alii 2017.

27Nei nomi di luogo indicava un sito in cui le case erano circondate da un fossato o da una palizzata.

28Sistema giuridico irlandese, conosciuto appunto come legge di Brehon. Il termine Brehon, nell’antica cultura gaelica, era sinonimo di giudice, anche se il ruolo del Brehon era più vicino a quello di un arbitro. Infatti era assegnato ad un saggio al quale veniva affidato il compito di preservare e interpretare le leggi e risolvere le controversie di vario tipo tra i membri di una famiglia allargata.

29Skene 1880, vol. III, cap. VI, pp. 135-171.

30Cfr. Golzi Saporiti 2012, p. 561.

31L’informazione è stata gentilmente fornita dal dott. G. Sommo in data 3.09.18. Csr. Infra.

32Olivieri 2001, PP. 472-473 (vd.Note Rho, MI).

33Robolini 1823-1838, III, pp. 326-327.

34Cfr. Novati – Lafaye 1891, p. 415: «Philippe Maria (Sforza) … en 1138 il fit plus: il érigea fief pour Simonin (Decrét du 28 Mai) les terres Burgirati et Gamaleri districtus Alexandrie». La sua prima attestazione era ritenuta fino ad oggi l’anno 1203, cfr. Battistoni 2002 e Mandelli 1857, p. 64: «come certo Borgoratto di cui trovo menzione in un documento del 1203, senza poterne stabilire la posizione […], Domus rejacentis in Burgo ratto cui coharet ab una parte S. Gratiani – 28 maggio 1211».

35 Mandelli 1857, p. 234; Dionisotti 1861, p. 75; Bruzza 1874; Sommo 2008, p. 21.

36Mandelli 1857, p. 367.

37Mandelli 1857, p. 234.

38Alcuni siti internet (SIUSA , Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche: Doneda; LBC, LombardiaBeniCulturali: Bevilacqua) riportano erroneamente la data del 1158, peraltro senza citarne la fonte. Qui è doveroso ricordare che si tratta di un metodo di divulgazione della notizia, spesso manipolata ad arte a fini turistici e commerciali, che deve essere stigmatizato perché, oltre a far circolare notizie di cui non viene verificata l’attendibilità della fonte, quindi dannose, la proprietà del sito se ne attribuisce illecitamente la paternità espropriandola di fatto al legittimo autore.

39La copia è conservata presso l’ASMI (numero progressivo CXIX): Cavagna Sangiuliani 1910, pp. 172-173.

40Si è constatato che nel titolo del documento, riportato dai siti internet già ricordati, il nome Calignaco è stato omesso; non solo, ma vi è stata aggiunta la nota «Apparteneva al feudo di Fortunago», frase che non compare nella trascrizione di Cavagna Sangiuliani.

41Lusuardi Siena – Strafella 2008, p. 19; Settia 2008, p. 57.

42Pirogallo 1656, p. 29.

43Paviainweb, Musei Civici Pavia, (vd. Borgo Distrutto, detto Rato e Baluardo Borgoratto): SPE 30, 114, 125, 131 nn. 52, 56, 87, 106 pp. 59, 61, 88, 101, Pavia, pianta – anni 1655, 1656, 1724, 1736.

44Cavagna Sangiuliani 1910, p. 173.

45Da ricerca dell’autore presso l’Archivio di Stato di Parma: Carta provinciale del contado di Tortona, Oltre Po pavese e bobbiese, con seguenti giurisdizioni, Raccolta Mappe e Disegno, Catasto Teresiano, ASPr, vol. 55/08, XVIII anni 1749-1760).

46Qui nel senso di ‘erta’ (Pieri 2008a, p. 133, il quale però si ravvede in Pieri 2008b, p. 385 con radda: «Non credo più oggi all’origine da rapĭdu (cfr. TSL 133) … C’è un germ. Ratdo (e Radde), Först. 1206. Ma soprattutto avvien di pensare a un’origine preromana». Al riguardo è opportuno precisare che la maggior parte delle località denominate Borgoratto non si trovano su colli o su pendii.

47Più in dettaglio queste sono alcune delle interpretazioni attribuite al suff. –ratus: Borgo Ratti, composto da borgo e dal cognome Ratti (Oddone 2006, p. 11, che riprende Buzzi 1863-1864); Borgoratto, dal medievale *burgulus + il suff. atto con valore diminutivo, anche peggiorativo significante ‘piccolo borgo’ (Rohlfs 1966-1969, p. 1142) – (Serra 1965, pp. 120-140; Serra 1958, p. 38); Borgoratto, sarebbe un derivato in –atto del plurale borgora (Lusuardi Siena 2006, p. 11); Borgoratto, derivato da *burgulus, diminutivo di burgus, ‘piccolo borgo’ (Olivieri 1961, p. 101; Serra 1965, p. 133, che confronta il toponimo con Borgarello, PV; Settia 2008, p. 57); Borgoratto, si ritiene che il nome sia di origine germanico-longobarda e unisca i termini burg (piccolo paese fortificato, da cui anche il tardo latino volgare ‘Burnus’) e Rat (giudice, legislatore): <www.comune.borgoratto.al.it/it-it/vivere-il-comune/storia>. Borgoratto è derivato con il suffisso –atto (Marcato 1997). Borgoratto Alessandrino» dall’a.a.ted. Rat, a voler significare ‘borgo dei consiglieri del duca longobardo’ (Morari-Botto 1994, p. 23); Borgoratto Alessandrino, Ratto è parola germanica e deriva da rath (consigliare). Anche in latino abbiamo il verbo reor, ratus sum. Borgoratto significa ‘Borgo dei Consiglieri’ come Rathaus significa ‘Casa dei Consiglieri’ (Goggi. 1967, p. 111); Borgoratto «forse da burgi frequentemente associato a un primo insediamento di scarsa consistenza, esterno ripetto al nucleo principale» (Destefanis 2015, p. 300), riprendendo (Settia A 1984. p. 317); burgi «espansioni esterne di centri murati» (Settia 1984, p. 317). Inoltre si registrano altre proposte di cui non è stato possibile stabilire la paternità: Borgoratto, composto da ‘borgo’ e ‘ratto’, da rapidŭs nel senso di ‘presto, veloce’ da cui l’ipotesi di ‘borgo cresciuto in fretta’; Borgoratto, composto da ‘borgo’ e ‘ratta’ o da burgus e ripidŭs «borgo in salita», «borgo posto in luogo ripido»; Borgoratto Alessandrino, composto da burgus e raptus, nel senso di «sottratto al nemico con la forza».

48E. Salvatori, dell’Università di Pisa, Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Professore Associato di Storia Medievale, interpellata in merito alla suddetta questione, si è espressa così: «Nel Medioevo non serviva alcuna autorizzazione per le fondazioni di ‘borghi nuovi’, di ‘borghi franchi’ e di ‘ville nuove’, fatta eccezione per le aree di pertinenza fiscale o le aree di proprietà comune, ma di casi simili non vi è notizia».

49Mandelli V. 1857, pp. 234, 367.

50Per il top. Ratomagos (vd. Itinerarium Antonini), il senso potrebbe essere quello di «spazio aperto o radura dove si tiene il mercato».

51Cfr. Ó Cróinín 2013, p. 51.

52Burggraaff 2015.

53Battaglia 1950-1961, vol. 15, p. 547, Scioppo 1835, p. 639.

54Marsi 1586, p. 16: «Miracol or non è s’un bel tempio ratto a l’intrar al piè fu laberinto». Qui l’umanista abruzzese usa il termine ‘ratto’ in luogo di «spazio libero».

55Ó Cróinín 2013, p. 300.

56Picard 2003, p. 47-78; Hickey 2010, pp. 1-3; Sessi 2016, p. 10, nota 10.

57DIL 2007, 1, ie/34834-2, ie/34837: <http://www.dil:ie/34837, <http://www.dil.ie/search?q=rath>.

58O’Hara 2018, pp. 63-64.

59Hoffmann 1996, pp. 5-6.

60Kobler 2014.

61Golzi Saporiti 2012, p. 56.

62Horst 2013.

63Kobler 2014.

64Olivieri 2001, pp. 472-473-478.

65Luoghi fortificati 2000, pp. 109, 116: «databile al X-XI secolo è il castrum di Rado, di forma vagamente rettangolare, con torre-porta d’ingresso e dongione su di un rialzo artificiale recintato […]. La chiesa di San Giorgio di Rado, anch’essa situata non lungi dal castrum e villa omonimi, potrebbe essere stata circondata da fossato e palizzata di cui restano labili tracce». Nella zona attorno, oltre alla necropoli, sono state rinvenute tracce di recinzioni e terrapieni.

66Cherubini 1843, vol. 4, p. 16.

67Qui la mente va al Bosco di Lucelio, trino di Vercelli, probabile lucus caeduus ‘bosco ceduo’.

68Broise – Scheid 1993; Coarelli 1993; Jacob 1993; Scheid 1993.

69Horst 2013.

70Si tratta di un’espressione in cui la preposizione articolata svolge la funzione di rimarcare il legame fisico tra il ‘Borgo’ e il ‘Ratto’. Il nome di luogo Ratto è microtoponimo classificabile tra quelli detti «di perduta memoria». Significa che al momento della resa in italiano il senso originale del dial. Ràt si era perduto.

71Cherubini 1843, vol. 4, p. 16.

72L’attuale abitato sembra avere le caratteristiche del villaggio curtense (prob. caput curtis?) poiché, la disposizione in circolo delle case e dei coltivi dell’intorno, confermerebbero il tipico modello medievale di ‘fattoria carolingia’, cui sarebbe seguito un periodo d’abbandono fino alla fondazione del nuovo borgo avvenuta plausibilmente tra i secc. XII-XIII, cfr. Sergi 1993, pp. 8-14.

73Motz 1976, p. 204-220.

74Cfr. Borgoratto Alessandrino, a. 1138 Burgirati (AL); Rado, Gattinara, a. 882 Rade (VC); Ratto, Soarza (PC).

75Cfr. anche Hoffmann 1996, pp. 1-35.

76Nel dialetto della Val di Coppa il toponimo Mormorola non è conosciuto.

77Il toponimo nella forma Memoriola, è citato nel diploma di Ludovico II, Marengo 7 ottobre 860, e anche in una pergamena del 2 febbraio 865 stilata presso la corte di S. Sofia (vd. R. Vignodelli Rubrichi, 1984, c. 1, p. 1.) – attualmente conservata nel Fondo della famiglia Landi dell’Archivio Doria Pamphilj di Roma, -, in cui Ludovico II conferma al monastero di Bobbio i beni già concessi da suo padre Lotario: 865 febbraiio 2. Ind. XIII. Corte di S. Sofia (s. sofiae curte).

78Vignodelli Rubrichi, 1984, c. 1, p. 1.

79Lusuardi Siena 2006, pp. 13-18.

80Cfr. «a. 828, Memoriola e alia Memoriola nova, seu Uncianum, apparteneva ai beni del Monastero S. Giustina di Padova », in PL, III, p. 994 (luogo non identificato); Mormorola (dial. Murmuröla), Valmozzola (PR).

81Marini 1795, p. 184.

82Fontes juris Romani antejustiniani, III, pp. 458-460, n. 147.

83Cfr. Roggio 2009/2010, pp. 133-288: «La tipologia insediativa sembra quella degli horti sepulcrales di prima età imperiale, variamente coltivati e dove sorgevano i sepolcri recintati dei liberti/coloni, che così imitavano, in morte, le eleganti residenze suburbane dei padroni. Nell’epigrafe del 227, inoltre, vi è una particolarità: essa si riferisce a terreni di proprietà del collegium arkarum Faustinarum matris et Piae, istituzione voluta da Antonino Pio e Marco Aurelio e ai magistrati della quale viene rivolta la domanda del colono».

84De Feis 1888, p. 33; Biavaschi 2006, p. 89; Roggio 2009/2010, pp. 288-332.

85Vignodelli Rubrichi 1984, perg. 1 (1693), perg. 348 (2141), pp. 1, 92; MGH, Ludovici II Diplomata, pp. 127-132, Marengo 860 7 Oktober;

86Si tratta del Sig. Walter Fronti, che si ringrazia per la cortese collaborazione.

87Borgo Priolo (PV) si trova al piede del colle detto Torre del Monte e nel punto in cui due ruscelli che scendono dai suoi fianchi confluiscono nel torrente Coppa.

88Vignodelli Rubrichi 1984, perg. 975 (476), c. 2, p. 252.

89L’idronimo Coppa è un traslato del tipo geomorfico, dal lat. tard. cuppa, variante di cupa ‘tino’, nel significato più esteso di «contenitore delle acque» o di «raccoglitore delle acque», nello specifico in contenitore delle acque provenienti dai ruscelli Ghiaia di Montalto e Ghiaia di Borgoratto.

90Migliorini 2016, p. 31; De Mauro – Mancini 2000, c. 2, p. 1141.

91Devoto-Oli 2011, c. 2, p. 415.

92Flöss 2000, p. 4; Olivieri 2001, p. 413; Fusco 2014, p. 216.

93Si veda il lat. impletorium (da implere), o imblutorium (da imbuere), it. ‘imbevere’, ‘riempire’, ‘penetrare’ (ridotto probabilmente per influenza del greco a pi(li)diriõlus). Forme dialettali derivate sono pler(i)e (friulana); pledria (Bormio); pedria (Ponschiavo); piria (veneziano); péria (Velletri); pírie (abruzzese); píderya (romagnolo); pítria (marchigiano). Ablativo: lombardo pidriö, veneziano piriol, emiliano pidriol, piemontese perya, priğa, abruzzese pitriole (toscano volgare pevera, variante arc. di ‘bevere’).

94Cfr. Priòlo Gargallo (SR); Porto Priolo (ant. porto Priolum 4 maggio 1025, periolus portus a. 1030), scomparso, Via Vinzasca Gombito d’Adda (CR); Priò, Vervò (TN).

95Calonghi 1993, c. 2, p. 212.; Devoto-Oli 2011, p. 160.

96Rohlfs 1966-1969, c. 73, p. 93.

97Mortara 1845, vol. I, c. 2, p. 483.

98Alberti 1612, p. 682.

99Alberti 1612, p. 681.

100Pergamini 1617, p. 422.

101Devoto-Oli 2011, s.v. apostema, ‘ascesso’, c. 2, p. 160.

102Cfr. Villa della Postema (scomparso o cambiato di nome), Imola (BO); Via della Postema (ora Via Garibaldi), Fano (PS); Postema, possessione (scomparso o cambiato di nome), s. Martino Buon Albergo (VR).

103Cfr. Serra 1949, che le attribuisce il senso di «che sopporta la neve»; Sereni 2017, p. 75.

104Si tratta del Sig. Angelo Saviotti, residente in loc. Braglia di Borgoratto Mormorolo (PV), che si ringrazia per la cortese collaborazione.

105La preziosa informazione è stata fornita dal Sig. Arturo Geom. De Filippis abitante a Casteggio (PV).Note

106Per rendere nei migliore dei modi il singolare suono della vocale in zéb si è utilizzata la ö (fr. eu) in quanto essa è la più simile ad un é chiuso tendente a ó chiuso, come rilevato dalla pronuncia ricavata da più persone del luogo parlanti dialetto.

107Si veda anche l’antico ź conservatosi nei termini dialettali liguri źȇna ‘Genova’, źènre ‘genero’, źiero ‘gelo’: Rohlfs 1966-1969, p. 209.

108Il fenomeno tende a rafforzare la b seguente che alla pronuncia assume il suono di b doppio (b<bb).

109Cfr. Zebedo (monastero de …), scomparso (a. 1164) ant. Gebide / Zebide (Lomellina Pavese), Zebello, monte, attuale M. Rubello, Alto Biellese (BI); Zèbeo (MI); Zeveto, via, ant. Zevetho, Chiari (BS); Zevio, dial. veneto zévio (VR); Zebedasco (a. 999), Saluggia (VC); Zebedassi, Cantalupo Ligure (AL); Zebedassi, Montemarziono (AL); Zerbido, Castell’Arquato (PC); Zibido al Lambro, Torrevecchia (PV); Zibido S. Giacomo (MI) ant. Zibede dial. zibid: vd. Friderici I Dipl., pp. 357-358: «Federico concede alla città di Pavia il diritto di libera scelta dei consoli» (Pavia, 8 agosto 1164); Zibello, dial. źibél (PR); Cozzo (a. 891), ant. Cocuzo Cepidasco (MI); Cipedus locus, scomparso, Chartres (FR.); Gerbaja, Parrana S. Martino (LI); Gerbido, Val Tidone (PC); Gèrbo, podere, Riparbella (PI); Sterpeto, Assisi (PG); Strepeto, Bardi (PR); Gebeze, attuale Gebesee, Turingia, Germania; Le Cèbet (bosco), Mariac, France; Ceppeto e Ceppeta (vari) in Toscana.

110Bevilacqua 1567, p. 43.

111Pieri 2008, p. 183.

112Cfr. Zerbido, Castell’Arquato (PC), e Gerbido, Val Tidone (PC).

113Die Limburger Chronik, c. 3, p. 161, gebide.

114Cfr. Cipedus locus in Cartulaire de l’Abbaye de Saint-Pére, pp. 216-751.

115Lieder – Müller 2009, Gebunden, c. 2, p. 295; Grimm 1878, cc. 1655-1657.

116Robolini 1830, IV, pp. 423–425.

117Zanardelli 1901, pp. 90-91.

118Cartulaire de l’Abbaye de Saint-Père, vol. I, p. 216, vol. II, pp. 295-6.

119Cfr. Zibede, Cibedus, vd. Friederici I Dipl., pp. 357-358 (Pavia, 8 agosto 1164), già citato.

120Località presso Pavia scomparsa o cambiata di nome.

121 Mussi S., wikitoponomastica.sergiomussi.it / www.sergiomussi.it

Finito di stampare nel settembre 2019

SAP Società Archeologica s.r.l.

Strada Fienili, 39a, Quingentole (Mantova)

www.archeologica.it

editoria@archeologica.it

La strada mulattiera Bardi- Passo di Centocroci

Progetto d’iniziativa regionale Alta Via dei Monti Liguri

ECOMUSEO DELLA MEMORIA

Istituto Internazionale di Studi Liguri – Regione Liguria – Regione Emilia Romagna – Regione Toscana

Sentiero 849

Genova, marzo 2007.

Sergio Mussi

Questo breve studio, tendente al recupero al recupero turistico di una mulattiera che nell’ambito della viabilità medievale possiamo considerare importante in quanto via di “penetrazione” tra l’Emilia e la Liguria, si prefigge di fornire agli appassionati che vorranno percorrerla, oltre alla cartina topografica, informazioni riguardanti il paesaggio, l’ambiente, i nomi di luogo e qualche breve cenno di carattere storico. Dunque, il tratto di mulattiera che da Bardi porta al mare potrebbe appartenere verosimilmente ad una via più antica che, partendo da Piacenza, metteva in comunicazione le due regioni agevolando di fatto il commercio tra l’entroterra padano e i porti di Levanto e Sestri Levante. Grazie alle informazioni tratte dalla bibliografia storica localei e quelle fornite dalle persone più anziane del posto, abbiamo potuto ricostruire il tracciato da Bardi al Passo Scarsella e raccogliere nella forma dialettale i toponimi dei luoghi che s’incontrano lungo il percorso. Infine, l’utilizzo dello strumento GPS ha reso possibile il rilevamento di molti altri dati. Per esempio si è potuta memorizzare lintera traccia del sentiero, le diverse quote d’altitudine, il punto preciso dei toponimi rispetto agli assi delle coordinate, la velocità media di percorrenza e poi con l’ausilio di una fotocamera digitale sono stati fotografati tutti i luoghi. Usata sino agli anni cinquanta, questa mulattiera presenta un andamento piuttosto rettilineo con una larghezza media di 160 cm. E significative pendenze che in alcuni casi superano anche il 30%. L’inizio si trova ai piedi di una spettacolare roccia di diaspro rosso su cui si erge la bellissima fortezza di Bardiii e subito dopo, in località La fratta, c’è un bell’oratorio dedicato alla Madonna di Pompei che fu costruito nel 1891, nei pressi un’ottima fonte sgorga dalla roccia. Riprendendo il suo percorso scende verso il torrente Ceno e qui, tra le località Cà de póru e La muntà, è ancora visibile l’antico selciato. Più in giù, di fronte a U murén, l’alveo del fiume molto ampio e il livello dell’acqua molto basso non dovevano costituire anche nel passato un grande ostacolo all’attraversamento. Poi, aldilà del fiume a quota 394 m. s.l.m., con un orientamento nord-sud, la mulattiera s’inerpica per la Val Noveglia superando i piccoli borghi di Gazzo, Cà di Rolla, Pezza, Lama, Stradella, Casivecchio, e raggiunge La bùca ‘d Santa Dona, a 993 m. d’altitudine, antico passo che immette nell’Alta Val Taro. Qui il panorama che si apre sulle montagne che stanno di fronte e le belle valli sottostanti è indubbiamente speciale. Dal Passo poi la mulattiera ridiscende e dopo aver superato l’abitato di Porcigatoneiii che conserva nella sua chiesa una pala del Lanfranco, s’abbassa ripidamente e attraverso un bellissimo bosco di cerri si giunge in località Ghirardi inserita nell’omonima oasi protetta dal WWF. Dopo una breve salita a Cà segalè, la mulattiera riprende la sua discesa fino al greto del fiume Taro che attraversa a quota 435 m. s.l.m., tra le località Bertorella e il torrente Ingegna. Anche in questo caso, come abbiamo visto per il Ceno, per la traversata è stato scelto un punto in cui la grande ampiezza del letto ed un livello molto basso dell’acqua la favoriscono. Recentemente, in questo luogo detto Cantaràgna, durante gli scavi per la realizzazione di un lago artificiale per la pesca sportiva, sono state rinvenute le basi di alcune pile di un ponte probabilmente di epoca medievale. Superato il fiume, in località al Curnà, vi è un oratorio dove nel 1617 si venerava ancora S. Giacomo apostolo passato poi ad essere contitolare della parrocchia di Campi con San Cristoforo profugo dalla chiesa di Malarinoiv rovinata per frana, pare, verso la metà del secolo XVII. La mulattiera da qui prosegue il suo percorso e s’inerpica nuovamente toccando dapprima l’abitato di Campiv poi San Quirico e infine Foltavi che si trova a un’altituidine di 750 m. s.l.m. In questo paese immerso nel verde dei castagneti, si trova un bell’oratorio dedicato a San Rocco. La mulattiera qui s’allaccia al sentiero 849 e sale vertiginosamente fino a Da u tèrmu, luogo di confine con la Liguria dove s’incrocia con l’Alta Via a quota 1080 m. s.l.m. Proseguendo raggiunge la località Caranza e da qui Varese Ligure.

iD. Tommaso Grilli – Giovanni Tomaselli, dic. 1995,‘Il Pellegrino; ediz. Grafiche Lama.

iiImportante centro dell’Alta Val Ceno situato a 625 m. di quota.

iiiPorcigatone era in origine Porcile Garatonis, luogo che doveva appartenere ad un certo Garatone e dove si allevavano i maiali (s.v. G. Petracco Sicardi luglio 1979, Tracce Linguistiche Longobarde in Valtaro e Valceno nell’Altomedioevo, Compiano Arte e Storia, Tipografia Benedettina Editrice di Parma, pp. 31- 40, p. 35).

ivMalarino è una località situata sulla sponda sinistra del Taro a poche centinaia di metri sopra l’abitato della Bertorella, frazione del Comune di Albareto. Alcuni resti murari che si trovano in questo luogo, per alcuni storici locali, sarebbero da attribuire alla rovinata chiesa di San Cristoforo, per altri all’antico Castrum Campi (‘Il Pellegrino, D. Tommaso Grilli – Giovanni Tomaselli; ediz. Grafiche Lama, Piacenza, dic. 1995).

vCampi, alcuni storici vorrebbero che in questo luogo si trovasse il Castrum Campi citato, in quel poco materiale giunto fino a noi, di una confusionata ‘Descriptio Orbis Romani’, scritta nel 610 e attribuita al geografo bizantino Giorgio Ciprio.

viCampi, alcuni storici vorrebbero che in questo luogo si trovasse il Castrum Campi citato, in quel poco materiale giunto fino a noi, di una confusionata ‘Descriptio Orbis Romani’, scritta nel 610 e attribuita al geografo bizantino Giorgio Ciprio.

Origine del nome ‘Parma’: una questione ancora aperta

Pubblicato il 15 febbraio 2021 da Sergio Mussi

SERGIO MUSSI

 

Abstract

The occasion of the 2200th anniversary of the foundation of the city has led me to deepen the investigation on the origins of the toponym that some claim to derive from the latin parma, ae (gr. πάρμη, πάρμα, πάρμᾱ, dial. pärma / pèrma), “small and round shield”, convinced that such etymological hypotheses do not satisfy linguistics and toponymy rules. With this my contribution I would like to advance additional sustainable and “open-minded” hypotheses in the hope that in a future they can serve as a trigger for a constructive exchange of opinions among scholars and enthusiasts of the subject.

Premessa

L’occasione della ricorrenza dei 2200 anni dalla fondazione della città di Parma mi ha indotto ad un approfondimento sull’origine della parola parma, ae (gr. πάρμη, πάρμα, dial. pärma / pèrma), convinto che le ipotesi etimologiche note non siano soddisfacenti sul piano linguistico e toponomastico. Pertanto, muovendo dalla loro riconsiderazione, ben lontano dal voler esprimere qui convinzioni assolute sul significato del toponimo, mi permetto di avanzare alcune ipotesi con l’auspicio che fungano da stimolo per un utile scambio d’opinioni fra studiosi ed appassionati della materia. Allo scopo di reperire qualche elemento in più ho intrapreso una ricerca metodologica ponendo particolare attenzione all’aspetto del territorio e alla vegetazione delle zone oggetto della mia indagine. Essa ha comportato l’uso di appositi manuali e dei più moderni strumenti della conoscenza, la verifica delle fonti classiche in cui il nome è attestato, la consultazione della relativa bibliografia, la visione della cartografia recente e storica nonché la localizzazione di vari nomi di luogo che portano la radice palm / parm-. Da un’accurata indagine toponomastica è emerso che quest’ultima sta alla base di un numero considerevole di toponimi e di parole somiglianti che si trovano presso alcune aree geografiche dell’Occidente europeo, dell’Asia Minore e della Russia rivelatisi fondamentali per questo studio. Auspico quindi che possano diventarlo anche per eventuali prossimi futuri studi che si prefiggano di restituire al toponimo ‘Parma’ un senso plausibile.

Le fonti antiche

Le testimonianze più antiche inerenti il nome Parma e l’etnico parmensis ce le consegnano le fonti classiche che parlano di una città costruita ad opera dei Romani nel 183 a.C., contestualmente a quella di Modena, in una zona della pianura Padana dominata un tempo dagli Etruschi e poi dai Galli Boi1. Del toponimo, la cui struttura è rimasta inalterata nel tempo, si riportano qui di seguito i passi tratti da alcune importanti opere latine dov’è citato: T. Livio Ab Urbe Condita [lib. XXX, 55, CIL V, 8659], …Eodem anno Mutina et Parma Colonia Romanorum civium sunt deductae: bina millia hominum, in agro qui proxime Bojorum, ante Tuscorum fuerat, octona jugera Parmae, quina Mutinae acceperunt; Plinio, Naturalis historia [lib. III, 115]2 Intus coloniae Bononia, Felsina vocitata tum cum princeps Etruriae esset, Brixillum, Mutina, Parma, Placentia; Strabone, Eprigrafe [I. 5.], Urbes cis Padum, et apud Padum illustres sunt Placentia, et Cremona, proximae, media ferme regione: inter has vero, et Ariminus, Parma et Mutina, ac Bononia; Tolomeo, In Gallia Togata urbes sunt hae; Placentia, Fidentia, Brixellum, Parma colonia3. Tuttavia, a parlare di una dominazione etrusca della pianura Padana fu ancor prima Catone4, …in Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat, notizia che poi diffonderà Servio dopo averla appresa leggendo Virgilio [Servio, ad Aen. XI, 5607, fine sec. IV]. La più tarda è dell’Anonimo Ravennate [IV, 33, sec. VII]: Iulia Chrysopolis que et Parma.

Il toponimo Parma (dial. pärma)5

È noto che rispetto alle possibili origini di un insediamento preromano nella zona ora occupata dalla città di Parma storici, scrittori, geografi greci e latini avevano opinioni controverse. Del resto, l’assenza di testimonianze scritte più antiche vedono tuttora schierati su posizioni differenti gli esperti di quelle discipline ai quali, oggi, vanno aggiunti linguisti, archeologi e toponomasti, ovviamente anche per quanto concerne l’etimo della parola6. Non è dato sapere il periodo storico in cui il nome si è fissato e nemmeno se sia stato usato per significare un sito di frequentazione preromana, un aspetto del territorio o la fondazione romana stessa, ma tutto lascia pensare che alla base della parola parma vi sia una radice latino-indoeuropea. Lo studio etimologico del toponimo ha permesso di individuare due radici di diversa natura che potrebbero aver concorso alla sua formazione e che sono le seguenti:

a) La prima di origine indoeuropea parm-, alla quale è stata affissa la vocale –a7 a formare ‘parma’ (parm-a < parma).

b) La seconda con il verbo lat. paro8, con l’aggiunta del suff. -ma, con esito ‛parma’ (paro-ma< parma).

Elena Triantafillis al riguardo espone questa valutazione: “Non è escluso che la radice possa essere stata costruita anche per creare etnonimi sul modello uno / unus, quali per esempio l’etrusco Parmni o Parmnial9, com’è avvenuto per gli etnici Enotri, Eneti, Bruttii e similari, applicata a gruppi di genti che si sono aggregati o legati tramite un patto col significato di ‛popolo’ che si è fuso in uno”10, it. Parmenio3, scorreva fra il Monte Silpio e il Colle Stauris (Antiochia); Parmakören (villaggio), Kütahya Merkez, provincia di Kütahya; Parmaksiz Köyü, Mahallesi, distretto di Hayran; Grecia: Perama. Siria: Palmira (tempio di).

Le radici latine parm-, perm- nel corso dei millenni avrebbero contribuito a formare antroponimi, gentilizi e vari toponimi alcuni estinti o cambiati di nome. Tuttavia di tali toponimi ancor oggi se ne possono riconoscere un numero considerevole presso i territori di aree linguistiche differenti e fra loro geograficamente molto distanti, dove si distinguono anche nel significato, condizione che andrebbe a sostegno dell’ipotesi di una loro origine indipendente. Infatti, le radici parm-, perm-, si riscontrano anche presso alcune lingue finniche quali l’Estone ed il Permico11, quest’ultima parlata dai Permiachi e dai Sirieni, minoranze linguistiche componenti il gruppo etnico dei Komi12, oggi detti Komi-Ziriani: gente che vive nel Land Perm, regione dell’omonima repubblica autonoma situata nel nord-est della Russia aldilà degli Urali)13, it. Parmenio, scorreva fra il Monte Silpio e il Colle Stauris (Antiochia); Parmakören (villaggio), Kütahya Merkez, provincia di Kütahya; Parmaksiz Köyü, Mahallesi, distretto di Hayran; Grecia: Perama. Siria: Palmira (tempio di).

Sulla lingua dei Komi esistono molti trattati che tendono a dimostrarne la relazione con l’indoeuropeo, ma se sul piano linguistico alcuni studiosi affermano di aver portato riscontri oggettivi14, su quello archeologico i risultati appaiono ancora alquanto modesti15. In quel territorio esiste una località posta a monte della confluenza tra i fiumi Reka Usa e Reka Kolwa, affluenti del Reka Pechora, che porta il nome Парма ‘Parma’16 come la città emiliana, parola che viene usata da quel popolo anche per significare la taiga17 e per indicare un rilievo boscoso del paesaggio. Tale tipologia ambientale sembrerebbe trovare conferma nel toponimo ‘Pärmistö’ situato presso la località Padasjoki in Finlandia. Giuseppe Grassi18, nel suo Dizionario, alla seconda accezione del nome Parma scrive: fu anche dato traslativamente il nome di ‘parma’ ad alcune opere di fortificazione e riprendendo Paolo Segneri19: tra l’altre fortificazioni, avevano i cittadini di Mastrìc20 innalzato avanti alla porta che conduce a Brusselles, un gran rivellino, chiamato da lor Parma, o vogliasi dire scudo della porta. In questo contesto è doveroso citare anche l’elmo bronzeo di Marburg, città della Germania situata nella regione dell’Assia, di probabile fattura greca21, conservato presso il Museo Archeologico di Vienna, sul quale è incisa una scritta che conterrebbe il vocabolo parmeisui o Parmesiii. Il primo a studiarne l’incisione fu il Mommsen22, ma sulla sua interpretazione i pareri non sono unanimi23.

I termini Palma / Parma

Il termine ‛palma’ o ‘palmo’ è usato per significare più cose fra le quali figurano la pianta delle arecaceae, la zampa dei palmipedi, il ‘palmo’ della mano, la ‘palma’ quale pampino della vite, la ‛palmite’ (termine rustico usato per indicarne il tralcio rampicante o, per metonimia, la vite stessa), ‘Palma’ (isola di… varie), infine il ‛parma’ o parma thraecidica, scudo rotondo della misura di due piedi usato dai guerrieri Traci (i Thraeces) e dai Veliti: … i più giovani e i più poveri fanti arruolati dall’esercito Romano24.

Le ipotesi etimologiche note

Delle proposte etimologiche più ricorrenti, degna di particolare attenzione è quella che vuole il toponimo quale traslato geomorfico riflettente il lat. parma, ‘scudo piccolo e tondo’, con allusione alla forma circolare della città. Tuttavia tale ipotesi non è mai stata accompagnata da una proposta etimologica convincente ed un’analisi toponomastica sostenibile. Si tratta, a mio avviso, di una supposizione che rivela tutta la sua debolezza in quanto), presenta due evidenti criticità:

a) Da un lato considera come elemento certo l’origine latina del termine e ciò non è dimostrabile25;

b) Dall’altro ignora che l’impianto urbano della città romana, che era formato dal classico rettangolo (castra) caratterizzato dal decumano e dal cardo, non mostrava alcun “disegno” tondeggiante o a scudo.

Infatti, anche per la città di Parma, ne è riprova la forma rettangolare del classico accampamento romano che si estendeva per un’ampiezza di 25 ettari, come hanno rilevato gli studi archeologici aggiornati26. Un’altra ipotesi si regge sull’idea che la colonia Iulia Augusta Parmensis abbia preso il nome da la Parma27, (loc. dial.), il torrente che gli scorre appresso. Al riguardo è risaputo che nell’ambito della denominazione orale dei toponimi in genere sono i corsi d’acqua ad ereditare il nome da luoghi omonimi che si trovano lungo il loro corso e non viceversa; però oggi è alquanto raro individuarli in quanto ormai estinti o cambiati di nome a causa di una maggiore parcellizzazione del territorio che è andata sempre aumentando nel corso degli ultimi millenni. Relativamente al toponimo ‘Parma’ esistono infine altre ipotesi che non portano a riprova della loro fondatezza elementi basati sulle regole della linguistica o della disciplina toponomastica, ma si caratterizzano per essere il solo frutto di semplici sensazioni personali. Per questo ritengo che esse non abbisognino di avere qui altra risonanza.

Una nuova proposta

Rispetto a quanto ampiamente sopra argomentato, la mia proposta etimologica “aperta” è frutto di un’analisi che induce a considerare non del tutto convincente la spiegazione del toponimo prendendo dal lat. parma ‘scudo bronzeo tondo’ o ‘scudo piccolo e tondo’, da cui il traslato “città dalla forma di scudo”. Pertanto ho ritenuto più logico riflettere sulla funzione dell’arma piuttosto che sulla sua forma, dato che mi sono sentito influenzato dalla mancanza di notizie certe che lo indicano realmente di foggia tonda. I dizionari di latino più accreditati, alla voce parma, accolgono anche il significato di ‘palmo’, dal quale ho tratto lo spunto per elaborare una nuova ipotesi. L’antico gesto religioso dell’imposizione del palmo delle mani sul capo della persona aveva lo scopo di invocare la protezione di Dio. Tale Auspicio viene chiesto anche nella benedizione del viaggiatore, la Irisch Blessing, impartita al pellegrino dai monaci irlandesi: Possa Dio tenerti nel palmo della Sua mano. Similmente nell’immaginario collettivo la ‘palma’ doveva rappresentare la pianta sotto la quale il viandante trovava riparo dalla luce del sole e dalla pioggia. Allo stesso modo per i popoli nordici la foresta rappresentava il luogo protetto. Se esiste realmente una ragione per la quale ad uno scudo dalla forma rotonda e concava al suo interno, fu dato il nome parma, ci sono buone probabilità che ciò sia avvenuto per effetto della comparazione con la tipica chioma della ‘palma’ che ha le stesse fattezze. Quindi, se da un lato ‘il palmo’ o ‘la palma’ potevano essere assunti a simboli di protezione, dall’altro lo scudo è arma che ‘protegge’ il corpo ‘opponendosi’ ai fendenti dell’avversario. Ciò premesso espongo qui di seguito le mie proposte etimologiche:

a) Parma è sostantivo formato dalla radice latino-indoeuropea parm-, da ‛palmo’28 (palmo < parmo), con successivo passaggio a ‘palma’ (palma < parma) per dissimilazione (l < r), pertinente alle lingue di alcuni popoli, da cui il concetto di ‘copertura’, ‘protezione’29 ‘difesa’ e per estensione ‘fortificazione’. Il senso è quello di ‘luogo coperto, protetto’ o ‘luogo sicuro’.

b) Parma è deverbale del lat. paro, qui nell’accezione di ‛arrestare’, ‛opporsi’, ‛presentarsi avanti’30, più l’aggiunta del suff. -ma con esito ‛parma’. Il significato sarebbe quello di ‘luogo che si offre di fronte’, ‛penetrare’.

Esiste un’altra possibilità ed è quella che il toponimo possa derivare da un gentilizio etrusco derivato da Palma31, prestito del latino volgare, che avrebbe contribuito a formare toponimi, idronimi e antroponimi, ma che al momento non sposo pienamente perché i dati a mia disposizione sono insufficienti.

Conclusioni

A mio avviso un rinvio alla nozione di ‘copertura / protezione’ significata da palma giustifica ampiamente la possibilità di una nascita indipendente di molti toponimi fondati sulla stessa radice: giustifica, insomma, una poligenesi. Di conseguenza questa ipotesi etimologica risulta “economica” anche nel caso di Parma e, allo stesso tempo, è sostenibile e logica perché spiega la vasta diffusione di toponimi a base parm-. Tutto lascia propendere per una fissazione del toponimo in epoca preromana. Non è dato sapere quando e se, e ad opera di chi, Liguri, Celti, Galli, Etruschi, ma dalle informazioni su esposte emerge con evidenza una sua maggiore diffusione in area Toscana ed in Emilia, zone della prima etruschizzazione.

La diffusione in Italia dei toponimi derivati di Parma e Palma

Lombardia: Parmezzana, (dial. Parmezzàna) Calzana, Monticelli Brusati (BS); Parmina (via), Montichiari (BS). Veneto: Parmesana, Monticelli Conto Otto (VI); Parmesàn, promontorio (anche Parmesòn), Speccheri di Vallarsa (TN), dov’è esistito l’omonimo villaggio, oggi scomparso. Emilia Romagna: Parma32, dial. pèrma; Parmetta (la), idronimo, Sesta Sup. Bosco di Corniglio (PR); Parmetta (la), idronimo, canale artificiale affluente del T. Enza, Mezzani Inferiore (PR); Parmossa (la), idronimo affluente del fiume Parma, Schia Pian della Ghiaia (PR); Parmossa (casa), Albazzano (PR); Parmigiana (la) podere, Mercore di Besenzone (PC); Palmirano, Voghiera (FE). Copermio, dial. Cò pèrmi, dal lat. Caput Parmae, Mezzani (PR). Liguria: Palmaria (isola della), ant. Parmaria (dial. parmàia33, a parmaea) vd. MGH: “anno dominicae incarnationis 242, … apud insula Parmarias Anastasia”, cl. 1, p. 524. Toscana: Parmigiano, Querce (LU); Parminiana/o, (ant. parmeniano / parmuniano), estinto Coldisacco (LU),’ “nec non in loco qui dicitur Parminiana, sive Coldisacco…”; Parmigno (ant. Parmignano), Vaiano (PO); Parmigiani (Valle), Cecina (LI); Parmolaia (podere), Ville di Corsano, Monteroni d’Arbia (SI); Parmolaina (podere), Ville di Corsano, Monteroni d’Arbia (SI); Parmoleto (podere), prob. lat. palmula + -eto, (gallico Paumolle, it. Parmarola, con possibile riferimento alla pianta dell’orzo34), Val d’Orcia (GR); Parmoletino (podere), Cinigiano, Castel del Piano, Montenero d’Orcia (GR); Parmoletone (podere), Castel del Piano, Montenero d’Orcia (GR); Camparma (?), (forse contrazione di Campo d’Arma) case sparse, Sovara di Anghiari (AR); Parmigno, già Parmignano, Faltugnano (PO); Parmignola, località scomparsa, posto di guardia sulla strada Romana, Fosdinovo (MS); Parmignola (la), idronimo, Massa-Carrara (MS); Parmola (Fosso di), idronimo, Fosdinovo (MS)35. Palma (Cà della), Castiglione di Garfagnana (LU); Palma (Foce, Rio), Castiglione della Pescaia (GR); Palmaiola (Isola di), Elbano di Rio Marina (LI); Palma (Piàn di ), Manciano (GR); Palma (S. Martino alla), Scandicci (FI); Palmaia, loc. Bagni di Lucca (LU); Palmata, frazione (LU). Marche: Palmiano (AP), dial. parmià, abit. Parmianèse. Lazio: Palmarola, frazione di Roma; Palmarola (isola di), isole Pontine (LT). Campania: Parmarola, isola ponziana; Parmiano (Contrada), (anche Palmiano) Pagliarone, Acerra (NA); Palma Campana (NA), dial. pàrme, abit. parmese -ise. Puglia: Palmariggi (LE), dial. parmarrìci, abit. parmaricìnu, -ìni. Calabria: Palmi (RC), dial. pàrmi, abit. parmisànu, –parmisàni. Sicilia: Palma di Montechiaro (AG), dial. a pàrma, abit. Parmìsi. Cfr. Pittau 2012, Lessico italiano di origine etrusca, pp. 103,104.

Fig. 1. La diffusione in Italia dei toponimi con base parm-, palm-

La diffusione del toponimo Parma e i suoi derivati presso alcune aree del vecchio continente

Russia: Parma (Парма), è situata presso Usinsk (Усинск), Repubblica dei Komi; Perm’ (Пермь), regione della Russia, v. anche il Land Perm’. Finlandia: Pärmistö (il rilievo?), Padasjoki. Turchia (Anatolia): Parmana o Parmanna (ant. estinto); Parmashapas36 (ant. estinto); Paramanzana37/ Parminassa, era il classico Prymnessos presso l’attuale villaggio di Sülün; Parminasa (ant., forse lo stesso Parminassa); Parmin(i)ta (ant. estinto); Parmina (ant. estinto); Parminjia (ant. estinto); Parmenius (idronimo), it. Parmenio38, scorreva fra il Monte Silpio e il Colle Stauris (Antiochia); Parmakören (villaggio), Kütahya Merkez, provincia di Kütahya; Parmaksiz Köyü, Mahallesi, distretto di Hayran; Grecia: Perama. Siria: Palmira (tempio di).

Indice degli antroponimi originatisi daparm-’.

Parmanna; Parména; Parmenia; Parmenide; Parmenio / Parmenius; Parmeno; Parmina / Pàrmina / Palmina; Parmino.

Indice degli idronimi con radice parm-

Parmignola (La), Massa – La Spezia); Parmola (Fosso di), Fosdinovo di Massa- Carrara, attestato nel sec. XIII come ‘Palmola’; Parmossa (La), affluente del T. Parma; Parmetta (La), affluente di sinistra del T. Enza; Parmetta (La), Parma, antico canale artificiale affluente di sinistra del T. Enza (Cfr. Parmashapas39, Parmas hapas, Rio di …, Anatolia, Turchia).

Indice delle isole che portano il nome Palma

Palma (isola), mare Adriatico, di fronte all’abitato di Porto Palma, Meleda (Croazia); Palmaiola (Isola di), Elbano di Rio Marina (LI); Palmaria (isola della), ant. Parmaria, dial. parmàia, a parmaea (SP), al riguardo si veda il lat. parmārĭa, ‘di Palma’; Palmarola (ant. Palmārĭa), isole Ponziane (LT);

Ringraziamenti

Lo studio è stato possibile grazie alla gentile consulenza della professoressa Elena Triantafillis del Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università Cà Foscari di Venezia cui va la mia stima e il mio ringraziamento. Un grazie particolare anche agli amici Cristina Anghinetti, Lorenza Bronzoni, Manuela Catarsi, Lorenzo Coser, Paolo Calastri, Leonardo Farinelli, Patrizia Moradei, Giorgio Petracco ed Enrica Salvatori i quali mi hanno fornito aiuto e preziose informazioni.

Bibliografia

Bertrand A. – Perrot G. 1888, VIII, in Le casque de Marburg, Revue Archéologique, VIII, Forgotten Books, Paris.

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WikiToponomastica – Sergio Mussi

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Note 

1Marcato 1997, UTET.

2Conte, Barchiesi, Ranucci (edd.) 1982-1988, Storia naturale, Torino (trad. libri 1-11: Barchiesi, Borghini, Centi, Corsaro, Giannarelli, Marcone, Ranucci; 12-27: Aragosti, Centi, Consolino, Cosci, Cotrozzi, Fantuzzi, Lechi, Perutelli; 28-32: Capitani, Garofalo; 33-37: Corso, Mugellesi, Rosati), E-R, ibc, Plinio il Vecchio, 78/79 d.C., Istituto per i beni artistici culturali e naturali.

3Altre attestazioni in Cicerone [In Philippica, XIIII] e Marco Valerio Marziale [Epigrammi, III, ; VI, 35, 5].

4Sassatelli – Macellari 2009, La questione delle origini di Parma e del suo nome, TUSCORUM AGER, in Storia Romana, Parmnie, p. 122 123.

5La vocale ä della forma dialettale è fonema intermedio tra a ed e aperto (a tendente ad è).

6Sassatelli – Macellari 2009, La questione delle origini di Parma e del suo nome, TUSCORUM AGER, in Storia di Parma II, Parma Romana, pp. 122-124.

7Questa vocale, nell’uso antico assunto nel criterio della denominazione toponomastica, attribuisce ad un termine il valore di cosa ‘larga’, ‘ampia’, nel confronto con una cosa più piccola e non già quello di genere femminile.

8Walde-Hoffman 1938, Latinisches Etimologysches Wörterbuch, Heidelberg, pp. 256, 257.

9Cfr. Pittau 2012, Lessico italiano di origine etrusca, pp. 103,104.

10Triantafillis Elena, Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari, Linguistica Storica, Università degli Studi di Padova.

11Gruppo linguistico del finnopermico che assieme alle lingue ugriche appartiene al ceppo delle ugrofiinniche.

12Arc. ‘populo’, sostantivo usato nell’antichità per definire l’unione di più genti che decidevano di formare in un unico gruppo, da cui l’etnico stabilito.

13Hausenberg 1998, The Uralic Languages, Komi, pp.. 305, 306.

14Riese 1998, Permian, The Uralic Languages, Edited by daniel Abondolo, Routledge, London and New York, pp. 249-274.

15Ashikhmina 1997, Migration of the Indo-Europeans to the Northern Sub- Urals, according to Archeological data.

16La parola ‘Parma’ è il risultato della traslitterazione dal cirillico Парма (Парма > Parma) ottenuto tramite il sistema di trascrizione internazionale IPA.

17Ashikhmina 1997, Indo-European migrations and a Komi legend about pera the giant, pp. 291-293, p. 292.

18Grassi 1883, Dizionario Militare Italiano, vol. 3, p. 172.

19Segneri (1624 – 1694), studioso e predicatore gesuita.

20Si tratta dell’attuale Maastricht (Belgio), dove un tempo si parlava una variante dialettale del francone.

21Kukahn 1936, Der griechische Helm, Marburgo.

22Bertrand – Perrot 1888, Le casque de Marburg, Revue Archéologique, VIII, Forgotten Books, Paris, pp. 189-192.

23Kukahn 1936, Der Griechische Helm, Marburgo.

24Polibio, Storie, VI, 17-30 (1), da Roma, ordinamento del governo repubblicano e “l’esercito”, Edizioni Paravia.

25Walde-Hoffman 1938, Latinisches Etimologysches Wörterbuch, Heidelberg, p. 256.

26Catarsi 2009, Storia di Parma. Il contributo dell’Archeologia in Parma Romana , Mup Editore.

27Dial. la pèrma, contrazione dell’espressione “l’acqua parma” dove il toponimo è preceduto dall’articolo ‘la’, che lo rende al femminile, in quanto condizionato dal f. acqua.

28Walde-Hoffman 1938, Latinisches Etimologysches Wörterbuch, Heidelberg, p. 256.

29Cfr. Bognolo, Panlessico Italiano, vol. 4, cl. 1, p. 1050, p. 256.

30Walde-Hoffman 1938, Latinisches Etimologysches Wörterbuch, Heidelberg, p. 256.

31Fra i vari possibili gentilizi etruschi è documentato anche un Parmeal che compare nella Epigrafia etrusca tarquiniana (Tarquinia), cfr. J. Kaimio 2017 (a cura di) ACTA INSTITUTI ROMANI FINLANDIAE, THE SOUTH ETRUSCAN CIPPUS INSCRIPTIONS (SECI), Roma, vol. 44, p. 30.

32Cfr. Vilar 2011., Lenguas, genes y culturas en la prehistoria de Europa y Asia suroccidental, p. 384.

33Cfr. Lena 1982, Nuovo Dizionario del Dialetto Spezzino, ‘Parmàia’, La Spezia, p. 172.

34Lena 1982, Nuovo Dizionario del Dialetto Spezzino.

35Cfr. P. Moradei 2017, Fosdinovo in Lunigiana Della toponomastica storica e minore, ‘Parmola’ (fosso), Pacini Editore, p. 115; Dal lat. Parmula, forma di dissimilazione di ‘Palmula’ (a Palma, palma di mano), cfr. Walde-Hoffman 1998, Latinisches Etimologysches Wörterbuch Heidelberg, p. 240.

36Vilar 2017, Lenguas, Genes y Culturas en la Prehistoria de Europa y Asia Suroccidental, p. 348.

37Si noti la singolare somiglianza con la forma dial. f. pramzàna, ‘parmigiana’ e il toponimo lombardo ‘Parmezzana’.

38Patitucci – Uggeri 2007, Antiochia sull’Oronte nel IV sec. d. C., Il Parmenio, p. 66.

39Vilar 2007, Lenguas, Genes y Culturas en la Prehistoria de Europa y Asia Suroccidental, p. 384.

IL MONTE BARDONE E LE ORIGINI DI BERCETO

Link

I secoli dell’Appennino

Antiche Porte editrice, Reggio Emilia, dicembre 2011, La Nuova Tipolito snc, Felina (Reggio Emilia). I secoli dell’Appennino. info@anticheporte.it

Poteri, territorio e popolamento in Val di Taro tra antichità e Medioevo

Atti della giornata di studio Berceto, 2 luglio 2011, organizzazione a cura di

Ermanno Winsemann Falghera

Il monte Bardone e le origini di Berceto

(pp. 91-109)

Giorgio Petracco – Giulia Petracco Sicardi – Sergio Mussi

A. LA VIA DI MONTE BARDONE

Le fonti storiche

Le più antiche notizie del “Monte Bardone” risalgono all’VIII secolo dopo Cristo. Nella sua Historia Langobardorum, scritta fra gli anni 787 e 789 d.C., lo storico e poeta longobardo Paolo Varnefrido, meglio conosciuto come Paolo Diacono, parlando della spedizione del re longobardo Grimoaldo (662-671) contro Forlimpopoli, che riuscì a conquistare attaccandola di sorpresa dalla parte dell’Appennino, dice che il suo esercito era entrato prima in Toscana all’insaputa dei Bizantini … per Alpem Bardonis1 . E più avanti, dopo aver detto che il re dei Longobardi Liutprando nei luoghi dove viveva abitualmente faceva costruire molte basiliche in onore di Cristo, scrive: In summa quoque Bardonis Alpe monasterium quod Bercetum dicitur aedificavit2 . Sempre nell’VIII secolo Carlo Magno, in un capitolato stilato nel 754 a Quierzy3 , si impegna insieme a suo padre Pipino con papa Stefano II, e l’impegno è confermato nel 774 a papa Adriano I, a concedere alla Santa Sede il territorio a sud della linea che andava ...a Lunis (Luni), cum insula Corsica, deinde in Suriano (Sorano presso Filattiera), deinde in Monte Bardone, id est in Verceto (Berceto), deinde in Parma, deinde in Regio, et exinde in Mantua atque Monte Silicis (Monselice). E’ quindi nel capitolato di Quierzy, e non in Paolo Diacono, che parla sempre di “Alpe Bardonis” o, per identificare il luogo del monastero di Berceto, di summa Alpe Bardonis, che troviamo l’espressione “Monte Bardone”. Purtroppo questa espressione è stata usata anche per tradurre i brani di Paolo Diacono: in particolare quello che ricorda la fondazione del monastero di Berceto anche in tempi recenti è stato tradotto erroneamente in questo modo: “Anche sulla cima del monte Bardone edificò un monastero chiamato Berceto”4 . Eppure già nei suoi Annali d’Italia del 1764 Ludovico Antonio Muratori aveva ben più correttamente tradotto: “…edificò eziandio nell’Alpe di Bardone, cioè nelle montagne di Parma, il Monistero di Berceto”. Per parte nostra non ci scostiamo di molto dal Muratori nel tradurre: “Edificò inoltre un monastero, detto di Berceto, sito nella parte più alta dell’Alpe di Bardone”. Come si vede abbiamo scelto una traduzione il più possibile fedele al testo di Paolo Diacono, con la sola licenza di tradurre “detto di Berceto” anziché “detto Berceto”, in quanto Berceto è evidentemente il nome del luogo in cui è stato costruito il monastero, come è dimostrato, oltre che da altre considerazioni che svolgeremo in seguito, dallo stesso testo del Capitolato di Quierzy, che ha …in Verceto5.

Il “Monte Bardone”

Le espressioni dei due testi: “…in Monte Bardone, id est in Verceto…” e “…in summa quoque Bardonis Alpe monasterium quod Bercetum dicitur aedificavit…” si riferiscono quindi allo stesso luogo, cioè all’attuale Berceto, in cui è stato costruito il monastero, e certamente non alla cima di un monte o a un punto in cui il cammino da Parma a Luni superava lo spartiacque appenninico, come ad esempio il passo della Cisa. Se ne deve anche dedurre che le espressioni “…in Monte Bardone…” e “...in summa Bardonis Alpe…” sono equivalenti. In effetti fino a tempi abbastanza recenti (…rispetto a quelli di cui ci stiamo occupando!) con il termine “monte” non si intendeva una vetta, che per i contadini non aveva valore, in quanto economicamente inutilizzabile, bensì la parte alta del territorio appartenente a un centro abitato, in contrapposizione al termine “valle”. Si può notarlo facilmente leggendo i Catasi ed Estimi farnesiani dei secc. XVI-XVII. Ben più preciso il termine “alpe”, che aveva sostituito, con lo stesso significato di “alpeggio”, “territorio di pascolo montano”, i termini saltus e appenninus, che troviamo nella tavola di Veleia6. Il termine “alpe” è ancor oggi vivo con lo stesso significato in molti dialetti e riccamente testimoniato nella toponomastica. Nell’VIII secolo poi in molti documenti è stato dato il nome di “alpe” a un territorio montano, anche molto esteso, delimitato da confini precisi e utilizzato prevalentemente per l’alpeggio e lo sfruttamento dei boschi, ma anche, laddove era possibile, per le coltivazioni: un esempio ci è dato da un praeceptum del 714 dello stesso re Liutprando, relativo ai confini dell’Alpe quae dicitur Plana, in val d’Aveto7 . Tale era certamente anche l’Alpe di Bardone, che doveva comprendere tutta la costa montuosa che da Bardone, oggi frazione del comune di Terenzo, sale fino al crinale della Cisa, delimitata da un lato dal torrente Baganza, dall’altro dal fiume Taro e dal torrente Manubiola. Per summa Bardonis Alpe si sarà inteso il settore di questo territorio più prossimo al crinale appenninico, dove effettivamente sorge Berceto. Il toponimo Bardone può derivare da un originario Bardonis, genitivo di un nome di persona Bardo, che è anche l’etnico dei Longobardi (al proposito si veda il nome del comune di Bardi)8. In Bardone, una collocazione ideale per un grande fundus romano, dove doveva essersi insediata una fara9 longobarda, sia che il significato del toponimo sia “il luogo appartenente a Bardo”, sia che ci si debba invece più genericamente riferire all’occupazione del territorio da parte dei Longobardi, che è certamente avvenuta, insieme alla fissazione del toponimo, già nel VI secolo.

Monasterium quod Bercetum dicitur

Per quanto detto sopra, si può quindi affermare che in un luogo che era già chiamato Berceto fu posata la prima pietra del monastero attorno a cui, col passar degli anni, si è andato formando il paese che ancor oggi ne conserva il nome. Quando precisamente ciò sia avvenuto non si può sapere con certezza, in quanto Paolo Diacono non ce lo dice, ma si sa che Liutprando regnò dal 712 al 744 dopo Cristo. Sulla fondazione del monastero, e soprattutto sul suo primo periodo di vita sotto Liutprando e gli ultimi re longobardi, contiamo di ritornare con un nostro contributo il prossimo anno in occasione del tredicesimo centenario, che sarà celebrato, con una scelta a nostro avviso corretta, nell’anniversario dell’inizio del regno di Liutprando.

Berceto in epoca romana

Sappiamo che il toponimo Berceto era preesistente alla fondazione del monastero ed è molto probabile, anche se non assolutamente certo, che sia il continuatore dei saltus praediaque Berusetis riportati dalla Tavola di Veleia (inizio del II secolo d.C.) come parte delle proprietà dei Coloni lucenses. I Coloni lucenses, probabilmente dei proprietari terrieri della Lunigiana, che apparteneva al territorio del municipium di Lucca, si erano consorziati per acquistare e sfruttare delle proprietà in Lucensi et in Veleiate et in Parmense et in Placentino et Montibus. I saltus praediaque Berusetis appartenevano verosimilmente al territorio di Parma. L’area poteva essere utilizzata già allora sia per il pascolo e lo sfruttamento del bosco che per le coltivazioni, come sembrerebbe suggerire l’espressione saltus praediaque, ma l’interesse maggiore dei Coloni Lucenses10 doveva essere per l’alpeggio estivo delle loro greggi, che andavano poi a svernare in Lunigiana. Berusetis, certamente un toponimo d’area, come dimostra la forma all’ablativo plurale, poteva essere dunque nel II secolo d. C. la denominazione di quella che sarebbe poi stata la summa Bardonis Alpe. Quanto all’etimologia del toponimo, sappiamo che si tratta certamente di un fitotoponimo, cioè un nome di pianta, come dimostra il suffisso latino -eto, ma la base *beruso- che si ricava non è latina e di conseguenza non è facile individuarne il significato. Anche questo costituirà per noi un obiettivo di ricerca in vista del prossimo anno. La via di “Monte Bardone” nel VI e VII secolo L’itinerario che attraversa l’Appennino tra Parma e Luni passando per la Cisa è di gran lunga quello che utilizza il valico più basso e facilmente transitabile in tutto il settore nord-occidentale dell’Appennino tosco-emiliano. Come tale doveva essere frequentato in epoca imperiale, anche se non c’è giunta notizia sicura di una strada che lo percorresse11 . Con la rottura dell’unità del territorio italiano nel VI secolo d.C. e la sua trasformazione in un campo di battaglia, dapprima fra Goti e Bizantini, poi fra questi ultimi e i Longobardi, anche le terre traversate da questo itinerario, il cui controllo era diventato strategico, seguirono le alterne vicende dei confronti militari. La presenza dei Bizantini in Lunigiana ebbe inizio con l’occupazione di Luni nel 554, nell’ultimo scorcio della guerra greco-gotica, ma il controllo dell’Appennino deve essere stato assunto dai Bizantini già nel 553, se, pur essendo tutta la Toscana ancora saldamente in mano ai Goti, il loro ultimo re Teia, venendo da Pavia, per scendere in Campania dovette passare vicino all’Adriatico. La situazione dei Bizantini nel 554 non è facile, perché, mentre sono impegnati nell’assedio della piazzaforte gota di Lucca, che resisterà per mesi prima di arrendersi, in Italia è disceso un numerosissimo esercito di Franchi, comandato dai duchi Leutari e Butilino, che si è attestato in Parma12 . Per impedire che le residue forze dei Goti potessero congiungersi coi Franchi, o che questi andassero al soccorso di Lucca, era essenziale per i Bizantini mantenere saldamente il controllo dell’Appennino e potervi spostare rapidamente le forze disponibili. L’area di Berceto doveva essere in quel tempo un punto nodale del sistema di comunicazioni dei Bizantini, essendo posta all’intersezione del percorso da Parma a Luni con un percorso immediatamente a nord del crinale appenninico. La vittoria definitiva di Narsete sui Franchi e sui Goti nel 555 segna per l’Italia l’inizio di un breve periodo di pace, che terminerà con l’invasione longobarda del 568. E’ da ascrivere al 570 la discesa dei Longobardi in Toscana, con ogni probabilità proprio attraverso la via della Cisa: da quella data ha perciò inizio l’occupazione longobarda di Bardone e Berceto. In quell’anno anche la Lunigiana cadde quindi in mano ai Longobardi, che nei venti anni successivi per passare dall’Emilia in Toscana dovettero utilizzare la via Parma-Luni fino ad Aulla e risalire poi la valle dell’Aulella, per calare a Lucca attraverso la Garfagnana. Scendere direttamente in Garfagnana non era possibile, finché i Bizantini mantennero il controllo del castrum di Bismantova, che era certamente ancora in loro mani all’inizio del periodo dell’interregno dei duchi nel 57413 . La situazione cambiò a partire dal 590. L’offensiva condotta in quell’anno dall’esarca Romano in alleanza coi Franchi portò per un breve periodo alla sottomissione ai Bizantini dei duchi longobardi di Parma e Piacenza14. I Bizantini dovettero approfittarne per recuperare il controllo della Lunigiana, sbarrando così il corridoio che permetteva di comunicare con la Toscana attraverso la Garfagnana. La controffensiva del nuovo re longobardo Agilulfo gli permise di riconquistare Parma e Piacenza, che da allora non furono più governate da duchi, bensì da gastaldi dipendenti direttamente dal re, e lo portò fino alle porte di Roma. Il passaggio dell’Appennino avvenne verosimilmente più a est, probabilmente attraverso il passo di Pradarena, e in questa occasione Bismantova15 dovette cadere in mano ai Longobardi. E’ probabile che la Lunigiana sia invece rimasta bizantina dal 590 fino alla conquista della Maritima Italorum da parte di Rotari attorno all’anno 643 e che a questo lungo periodo risalgano, le fortificazioni ritrovate nell’area di Filattiera 16 e a Monte Castello . Per oltre mezzo secolo la via di “Monte Bardone”, divisa fra Longobardi e Bizantini, cessò dunque di essere un collegamento fra il nord e il centro d’Italia, come dimostra la Vita sancti Bertulfi di Giona, in cui Bismantova è ricordata come una delle tappe del viaggio fatto nel 628 d.C. dal santo tornando a Bobbio da Roma. Questo ruolo fu riassunto nella seconda metà del VII secolo, per non essere più perduto.

B. I TOPONIMI DEL PRIVILEGIO DI RE UGO

Con un diploma rogato in Pavia il 17 febbraio 927 Ugo di Provenza, re d’Italia dal 926 al 945, concedeva vari possessi ai canonici del monastero di Berceto, affinchè potessero provvedere al proprio mantenimento, confermando una bolla di papa Benedetto17. Se si tratti di documento autentico, di una falsificazione, o addirittura di un falso è oggetto di discussione, non però l’importanza del documento18. In questa sede non intendiamo comunque entrare nella discussione sull’autenticità del documento, bensì procedere all’analisi dei toponimi in esso contenuti e all’identificazione, nella misura del possibile, dei possedimenti concessi al monastero di Berceto. Di seguito diamo l’elenco dei possedimenti, con l’avvertenza che esso è ripetuto due volte nel testo del diploma, di cui ci è arrivata una copia del XVII secolo, per cui lo stesso toponimo è a volte reso,
o compreso, in forme leggermente diverse: per parte nostra abbiamo scelto quella a nostro avviso più fedele, riportando l’altra fra parentesi. Abbiamo dunque: …in Pagazziano mansos duo, in Matalitulo similiter duos, in Roationi unum, in Insula unum, videlicet in Casaca mansos duos cum silva que dicitur Orbitula molendinosque ibi sitos duos seu et gaium unum, nec non in Bergaute (alcuni leggono Bergante) mansos tres, et in Busitulo mansos duos, et in Ulmitulo unum, et in Bante similiter unum, et petias duas de prato, quod iam antea soliti fuerunt habere, videlicet curticellam de Viriano (anche Virialo) cum mansis triginta tribus et precariis tribus cum servis et ancillis ibidem pertinentibus et aliis quos modo in illorum detinet manus… . Come si vede si tratta di quindici mansi, distribuiti in nove località diverse, che i canonici iam ante soliti fuerunt habere, più la curticella de Viriano, che sembra quindi una nuova concessione, che da sola conta ben trentatre mansi. Procediamo quindi all’analisi dei singoli possedimenti nell’ordine in cui sono citati nel diploma.

1. in Pagazziano mansos duo

Corrisponde a Pagazzano, frazione del comune di Berceto, posto su un crinale a circa 700 metri di altitudine. La pronuncia dialettale è Pagasàn. Nel Rotulus decimarum del 1230 abbiamo …ecclesia de Pagazano. Il toponimo è un prediale derivante dal gentilizio romano Pacatius19, vi è quindi all’origine un *fundus Pacatianus. In provincia di Bergamo vi è un toponimo identico: il comune di Pagazzano, in dialetto Pagasà, attestato nel 1186 come Pagazanum20.

2. in Matalitulo duos

Corrisponde alla località chiamata in dialetto Matalèi, con la t intensa, ubicata sulla sinistra del torrente Grontone, a nord-est di Pagazzano e a sud di Isola, in comune di Berceto. Le case indicate nella cartina dell’IGM come C. Matteo in dialetto vengono nominate Cà d’Matalèi. La pronuncia dialettale corrisponde a un *Mataleto o *Mattaleto21. Sempre nel Parmense, in comune di Langhirano, abbiamo un identico toponimo Mattaleto. Non abbiamo trovato altri esempi al di fuori della provincia di Parma e non deve essere un caso, perché è proprio in provincia di Parma che per indicare il sorbo montano si è conservato il termine dialettale matàl, proveniente dal sostrato celtico. Si tratta quindi di un fitotoponimo composto da matàl + -eto. E’ invece incerto se il significato sia specificamente quello di “bosco di sorbi” o più genericamente di “luogo dove crescono piante adatte a fornire pali”. Ancor oggi si chiama infatti ‘màtero’ il pollone di castagno, utilizzato per fare pali per le viti, màttero o matterello il legno tondo usato per spianare la pasta. Inoltre il termine ‘matallo’, costruito evidentemente a partire da matàl, è utilizzato in documenti scritti, nel 1625 per indicare il sorbo montano, ma nel 1731 per indicare il viburno. Abbiamo infine il termine di origine celtica, transitato anche in latino, mattaris / mataris / matara con il significato di giavellotto. Si può quindi ipotizzare una base celtica originaria *mattàl / mattàr col significato di “palo”, “asta”22.

3. in Roationi unum

Corrisponde alla località Razzola, in dialetto Rasöla (con s sonoro), o anche al Rasöli, giacchè le Razzole sono tre: di sopra, di sotto e di mezzo. Si tratta di una zona ampia, con molto bosco e una parte di coltivo, situata a sud-ovest di Pagazzano, in comune di Berceto, ad un’altezza media di 700 metri. Roationi deriva da un latino tardo *rogationis, probabilmente un *loca rogationis, col significato di “luoghi del taglio”. Il termine rogatio nell’Alto Medioevo veniva utilizzato per indicare il taglio, nel nostro caso del bosco23. Roationi costituisce uno stadio iniziale nell’evoluzione del toponimo, in cui si è già verificata solo la caduta della g intervocalica, ma non la fusione delle vocali. L’aggiunta del suffisso -ola è certamente avvenuta in epoca medioevale, dato che nei Catasti Farnesiani troviamo alle Ragiole o alle Regiole.

4. in Insula unum

Corrisponde a Isola, località posta nel cuneo formato dalla confluenza del torrente Grontone nel Taro, in comune di Berceto24. La forma dialettale è ísla. Consiste in un grande podere con boschi e campi.

5. in Casaca mansos duo cum silva que dicitur Orbitula molendinosque ibi sitos duo seu et gaium unum

Corrisponde a Casacca, posta a 470 metri di altezza sopra la riva destra del Taro, a nord-est di Ghiare e a ovest di Pagazzano, in comune di Berceto. La pronuncia dialettale è Casáca, con s sorda e intensa. Le prime attestazioni scritte successive al privilegio di Re Ugo sono del XIII secolo: Caxacca nel Rotulus del 1230 e Casachia nella Ratio decimarum del 1299. Nel XV secolo abbiamo Casacha, Caxacha e Casacca. Nei Catasti Farnesiani abbiamo anche Cassacha25. All’origine vi è un prediale romano formato dal gentilizio Cassius e dal suffisso -aco, di origine celtica, quindi probabilmente una *colonia Cassiaca, oppure, se si tratta di un neutro plurale, *loca Cassiaca. La scomparsa della i la troviamo anche nei tanti Cassano, derivati da originari *fundus Cassianus. Hanno la stessa etimologia di Casacca anche Cassacco, in Friuli a nord di Udine, testimoniato come tale (*in Cassacco) già nel 1202, e Cassago, in Brianza26. La vicinanza del paese di Cassio, anch’esso un toponimo prediale formato dal gentilizio Cassius, ma nella forma senza suffisso, suggerisce che la gens Cassia abbia avuto un ruolo importante nella proprietà fondiaria romana della zona. La silva Orbitula corrisponde alla zona boschiva compresa fra Casacca e il rio Erbettola, la cui pronuncia dialettale è erbètla / arbètla, con la vocale iniziale indistinta. Erbettola è certamente il continuatore di Orbitula, che ha alla base il gentilizio Orbius, o un suo derivato27 26 , più il suffisso –ula. Il nome della silva Orbitula richiama anche quello del fundus Orbianiacus della Tavola di Veleia, sito nel pago Dianio del territorio veleiate, cioè nell’odierna Valmozzola, dall’altra parte del Taro rispetto a Casacca. I due molini dovevano essere lungo il corso del rio Erbettola. Il gaium si spiega con il termine longobardo gahagi, col significato di “luogo recintato e sottoposto a defensum”. Da gahagi, attraverso le forme intermedie gahaio, gaio e gagio, attestate nei documenti, si arriva agli esiti gaggio o gazzo della toponomastica attuale. Corrisponde al bosco posto alle spalle di Casacca, che risale la costa del monte. Infatti nei Catasti Farnesiani del 1598 di Casacha di Berzetto tale Agostino di Gabbi, cittadino di Parma, denuncia alcune terre che sono poste in detta villa, fra le quali una “…in Costa di Monte in locho detto al Monte dello Gogio, confina con le proprietà di Lario per una parte, al detto padrone per un’altra parte e a Bertino del Monte Alto28 per un’altra parte, quale è salda pascholiva, in monte in locho detto come di sopra…”.

6. in Bergaute mansos tres.

Corrisponde a Bergotto, frazione del comune di Berceto, posta a 500 metri di altezza, dove confluiscono i due rami sorgentizi del torrente Manubiola29. La pronuncia dialettale è Bargút / Bergút. Le forme storiche più antiche sono: Cappelle de Bergotto nel 1230, Ecclesia de Banguto, sempre nel 1230, Barguto nella seconda metà del XIV secolo30. Non possono perciò esservi dubbi che la lettura corretta è Bergaute e non Bergante. Si tratta certamente di un toponimo di origine germanica. Si può ipotizzare una derivazione da berg + haupt, ove haupt ha lo stesso significato di caput latino, quindi un calco sul latino caput montis, “là dove termina il monte”, con riferimento al monte che scende ripido nel cuneo fra le due Manubiola, di Corchia e di Valbona, proprio davanti a
Bergotto.

7. in Busitulo mansos duos

Corrisponde a Bussetolo, località in comune di Berceto, a nord-ovest di Roccaprebalza, posta a circa 400 metri di altezza sopra la sponda destra della Manubiola. La pronuncia dialettale è Büsèidel. Si tratta di un fitotoponimo, composto da buxus (bosso) più il suffisso -eto, quindi un “bosco di bossi”, a cui è stato aggiunto il suffisso -ulo, forse a indicare un luogo piccolo.

8. in Ulmitulo unum

Corrisponde a Medolo, località in comune di Berceto, a nord di Roccaprebalza, posta in costa a 700 metri di altezza. La pronuncia dialettale è al Mèidel. Si tratta anche in questo caso di un fitotoponimo, composto da ulmus (olmo) più il suffisso -eto, cioè un “olmeto”, a cui è stato aggiunto il suffisso -ulo. A Medolo si arriva con la caduta del nesso iniziale ul-.

9. in Bante unum et petias duo de prato

Non siamo riusciti a trovare nella toponomastica attuale una corrispondenza per questa località, che dovrebbe comunque trovarsi, come tutte le altre otto che la precedono, nel territorio di Berceto. Per l’origine del toponimo, si può forse pensare a un prediale. Bantius era infatti un gentilizio romano31.

10. curticellam de Viriano cum mansis triginta tribus et precariis tribus cum servis et ancillis ibidem pertinentibus et aliis quosmodo in illorum detinet manus.

Riteniamo che la lettura esatta del toponimo sia Viriano, e non Virialo come riportato nella seconda parte del diploma. La gens Viria doveva essere ben presente in Emilia occidentale, se la Tavola di Velleia ci ha tramandato cinque proprietari di quella famiglia e sei fondi Viriani, tutti però ubicati nel territorio di Piacenza o nel settore centro-occidentale del territorio veleiate. Viriano è dunque un toponimo prediale romano, ancora conservato nella sua forma originaria al tempo in cui veniva scritto il diploma. L’esito nella toponomastica attuale dovrebbe essere *Verano32. Pur avendo esteso l’indagine a tutto il territorio della diocesi di Parma, non è stato però possibile trovare un toponimo che continuasse il Viriano del privilegio di Re Ugo. Abbiamo allora considerato la possibilità che il toponimo Viriano fosse uscito dall’uso, sostituito dal nome della curticella che in esso si era costituita33. Seguendo quest’ipotesi ci siamo convinti che la curticella de Viriano possa corrispondere a Corchia, frazione del comune di Berceto posta a 650 metri di altezza in un’ampia conca formata dal ramo sorgentizio sinistro della Manubiola. La pronuncia dialettale di Corchia è Còrcia. La forma storica più antica a noi nota è Corthia, della seconda metà del XIV secolo, mentre nel XVI secolo troviamo Corgia nei Catasti Farnesiani. Conosciamo tre toponimi analoghi: Pian di Cortia, vicino a Sermezzana, sullo spartiacque fra Lunigiana e Garfagnana; Corchia, formata dai due alpeggi di Puntato e Campegine, in comune di Stazzema, che ha dato il nome anche all’omonima cima delle Alpi Apuane; Corcia, frazione di Gualdo Tadino, in Umbria. La derivazione, attraverso una forma intermedia *curtla, è da un originario *curtula, a sua volta il corrispondente nella lingua parlata di curticella34. Non lontano da Corchia, ma già nella valle della Manubiola di Valbona, troviamo il toponimo Corciara (Curciàra in dialetto), che ha alla base un *loca curtularia, col significato di “zona appartenente alla curtula”. Si può quindi ragionevolmente pensare che la curticella de Viriano comprendesse, oltre la conca di Corchia, anche parte, se non tutta, della conca di Valbona. Una comparazione con le informazioni ricavabili dai Catasti farnesiani, pur considerando che nel tempo può esservi stata un’espansione del coltivo, ci fa ritenere che essa potesse comprendere i trentatre mansi riportati dal testo del privilegio35.
Per completezza va detto che in territorio di Berceto, e precisamente nell’unico piccolo settore posto sulla sponda sinistra del Taro di fronte a Pietramogolana, vi è il toponimo Scorza, che va ricondotto a un originario *ex curtula, cioè “parte della curtula”, e segnala quindi anch’esso l’esistenza di una curtis, con ogni probabilità quella di Pietramogolana, che doveva estendersi sulle due sponde del Taro36.

Conclusioni
Le risultanze dell’analisi smentiscono l’opinione dello Schiaparelli, secondo cui la copia del privilegio di re Ugo che ci è pervenuta sarebbe “…alquanto scorretta, specialmente nei nomi di località…”37. Al contrario, le forme toponimiche contenute nel diploma han potuto quasi tutte essere riscontrate in località attualmente esistenti e appaiono coerenti sia con le pronunce dialettali, che con le forme storiche conosciute. Denotano piuttosto l’appartenenza ad uno stadio iniziale dell’evoluzione dei toponimi dalle forme originarie, risultando compatibili sia con la redazione del diploma nel X secolo, che con la copiatura da un documento del secolo precedente, non invece con una redazione in tempi più recenti. A seguito dell’analisi si può inoltre affermare, con certezza per quanto i canonici iam antea soliti fuerunt habere, ma con grande probabilità anche per la curticella de Viriano, che i possedimenti concessi nel privilegio di Ugo di Provenza al monastero di Berceto si trovavano nel territorio dell’attuale comune di Berceto.

Distribuzione all'interno del territorio di Berceto dei possedimenti concessi nel privilegio di Re UGO

Distribuzione all’interno del territorio di Berceto dei possedimenti concessi nel Privilegio di Re Ugo (Cartina realizzata a cura del dott. Nico di Biaso)

 

Note


1 Cfr. Pauli, Historia Langobardorum, libro V, par. 27.

2 Cfr. Pauli, Historia Langobardorum, libro VI, par. 58.

3 Cfr. L.Duchesne (a cura di -), Le Liber Pontificalis, II ediz., Parigi 1955, vol. I, p. 498.

4 Si vedano per esempio le traduzioni di A. Zanella nel 1991 e di E. Bartolini nel 1988.

5 Il suono di b e v era indifferente in epoca romana e, come dimostrano questi testi, ancora nell’alto medioevo, sicché la stessa parola poteva essere scritta nei due modi: questo fenomeno è ancor oggi presente nei parlanti spagnolo.

6 Cfr. G. Petracco Sicardi, Saltus, praedium e colonia nella Tavola Veleiate, in Studi in onore di A . Biscardi, Milano, 1982, III, pp. 289-302; e, della stessa autrice, Il nome “Appennino” in Memorie dell’Accademia Lunigianese di Scienze “G. Capellini”, 67-69 (1997-1999), pp. 41-44.

7 Cfr. C. Brűhl (a cura di -), Codice diplomatico longobardo, vol. III, Roma 1973, pp. 45-48.

8 Per il significato del toponimo Bardi, alla luce di nuovi studi, s.v. qui S. Mussi 2019, Il toponimo Bardi e l’etnico “Longobardi”: una nuova proposta etimologica, in Le presenze longobarde nelle regioni d’Italia. Longobardi: il quotidiano nelle fonti e nei dati materiali”,  Bardi 21-22 settembre 2019, VII Convegno Nazionale organizzato dalla FederArcheo di Udine, http://www.federarcheo.it/longobardi/bardi-2019/ in collaborazione con “L’Associazione il Cammino Valceno di Bardi”.

9 I Longobardi usavano il termine fara per indicare l’unità di base del loro popolo in armi : un centinaio di soldati (arimanni), che si spostavano insieme alle loro famiglie.

10 Sui Coloni lucenses si veda più ampiamente: G. Petracco – G. Petracco Sicardi, La dichiarazione dei “Coloni Lucenses nella tavola di Veleia”, in Archivio Storico per le Province Parmensi, vol. LVI – anno 2004, Parma 2005,
pp. 283-297.

11 Per approfondire la complessa e dibattuta questione dei collegamenti fra Parma, Luni e Lucca attraverso l’Appennino in epoca romana cfr. P.L. Dall’Aglio, Dalla Parma Luni alla Via Francigena, Sala Baganza 1998, cap. I – VI, pp. 1-76, mentre i capitoli successivi risentono dell’accettazione da parte dell’autore della interpretazione della Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio fatta da P. M. Conti nel 1975.

12 Per gli avvenimenti del 554 cfr. Agazia Scolastico, Storie, libro I. Per la discesa in Campania di Teia cfr. Procopio di Cesarea, La guerra gotica, libro IV, par. 34.

13 Bismantova compare infatti, nell’Eparchia dell’Italia Annonaria, negli elenchi della Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio, una modesta opera geografica del VII secolo giunta sino a noi, preziosa proprio perché basata sostanzialmente sulla ricopiatura di documenti precedenti. Per quanto riguarda l’Italia, doveva esservi all’origine una relazione indirizzata alla corte imperiale contenente la lista delle sedi dei corpi militari bizantini, databile probabilmente al 574/575, comunque non prima di questa data e non dopo il 578.

14 Cfr. Pauli, Historia Langobardorum, libro III, par. 35, e soprattutto Epistulae Austrasicae selectae, XL e XLI.

15 I resti di fortificazioni a Castelvecchio e presso la Pieve di Sorano, nell’area di Filattiera, non possono essere identificati, come a lungo si è fatto, con il κάστρον Σωρεών riportato da Giorgio Ciprio nell’elenco dell’Italia Urbicaria. Sorano, era infatti originariamente un Surianum, come scritto nel testo del capitolato di Kierzy, cioè un prediale derivato dal gentilizio latino Surius, di cui vi sono molti esempi in Italia. Κάστρον Σωρεών era invece la base di un corpo di soldati reclutati dai Bizantini nella zona di Sora, in Ciociaria, e corrisponde all’odierno Sorano in provincia di Grosseto, attestato nel 1187 come Sorani, posto su una rupe tufacea sovrastante la valle del Lente, ai confini fra Toscana e Lazio, a occidente del lago di Bolsena.

16 L’ipotesi di una rioccupazione bizantina della Lunigiana dal 590 al 643 rende possibile collocare in questo periodo la costruzione del castrum di Monte Castello, sopra Filattiera, probabilmente attuata contemporaneamente a quella del castrum di S.Antonino di Perti, sopra Finale Ligure, in un unico disegno di rafforzamento delle difese della Maritima Italorum.

17 Cfr. I diplomi di Ugo e Lotario, di Berengario II e di Adalberto, a cura di L. Schiaparelli, Roma 1924 (FISI, 38), pp. 22-25, n° VII. Per quanto riguarda la bolla di papa Benedetto, è incerto se ci si riferisca a Benedetto III, papa dall’855 all’858, o, forse più probabilmente, a Benedetto IV, papa dal 900 al 903.

18 Cfr. Luigi Canetti, Culti e dedicazioni nel territorio parmense – Il dossier bercetano dei santi Moderanno e Abbondio (secoli VIII-X), pp. 9-13.

19 Cfr. Wilhelm Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen, Berlino-Zurigo-Dublino 1966, pp. 203-204 e 364.

20 Cfr. Dizionario di Toponomastica, Torino UTET 1990-1997, p. 551, alla voce Pagazzano, a cura di Carla
Marcato. [Nota tipografica : il secondo ω in Σωρεων ha l’accento circonflesso e non l’accento acuto].

21 La differenza fra Mataleto e Matalitulo si spiega col mantenimento, in questo caso, della forma originaria nella tradizione orale. L’aggiunta del suffisso –ulo, frequentissima in Val Taro, può dipendere dall’essere una località piccola.

22 Cfr. C. Battisti – G. Alessio, Dizionario Etimologico Italiano, Firenze 1952, vol. III, alle voci matallo, màtero e màttero, pp. 2388, 2390 e 2393.

23 Cfr. J. F. Niermeyer, Mediae Latinitatis Lexicon Minus, Leiden 1976, p. 922.

24 Il termine latino insula veniva usato nel tardo antico e nell’alto medioevo anche per indicare il terreno compreso fra due corsi d’acqua, come in questo caso, o circondato per tre lati da un meandro di un fiume. A ciò si deve la grande quantità di toponimi derivati, senza che si debba per forza pensare all’esistenza di un’isola.

25 Dobbiamo un elenco completo delle forme storiche di Casacca alla cortesia della dott.ssa Cornelia Bevilacqua.

26 Cfr. Dizionario di Toponomastica (cit.), p.185.

27 Cfr. W.Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen (cit.), pp. 199, 221, 364, 381, 455.

28 Potrebbe trattarsi della località Montale, poche centinaia di metri a sud di Casacca.

29 Il torrente Manubiola, come molti altri torrenti, è chiamato al femminile “la Manubiola”. In epoca romana infatti il loro nome attuale era un aggettivo, preceduto dal sostantivo acqua.

30 Abbiamo tratto le forme storiche di Bergotto e Corchia da: A. Schiavi, La Diocesi di Parma, Parma 1925-1940. La forma Banguto per Bergotto è chiaramente un errore e dovrà leggersi Barguto, come nell’attestazione della seconda metà del XIV secolo.

31 Cfr. W.Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen (cit.), pp. 212, 561, 575.Cfr. W.Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen (cit.), pp. 212, 561, 575.

32 In provincia di Piacenza abbiamo Verano, in comune di Podenzano, attestato come Viriano nell’830 e Veriano nell’874, e Verano, in alta val Perino, in comune di Farini d’Olmo. E’ certamente possibile, anche se non sicuro, che possano corrispondere a qualcuno dei fondi denunciati nella Tavola di Veleia. Non derivano invece dal gentilizio Virius i molti Varano, presenti anche in provincia di Parma, che hanno alla base un fundus Valerianus.

33 Questo fenomeno di sparizione toponimica è particolarmente frequente a partire dall’XI secolo e avviene per lo più con la sostituzione del titolo di una chiesa al nome del luogo in cui era stata costruita. Così, per esempio, nelle carte del Monastero di Bobbio fra l’862 e il 1000 troviamo numerose citazioni della Ecclesia Sancti Salvatoris in Clauziano, mentre successivamente si parla solo di San Salvatore, località ancor oggi esistente, ubicata in un’ansa del Trebbia fra Bobbio e Marsaglia. Se non ci fossero pervenute le carte più antiche, non sarebbe rimasta nessuna traccia dell’esistenza in quel luogo di un fundus Claudianus.

34 Cfr. S.Pieri, Toponomastica delle valli del Serchio e della Lima, Torino 1898, p. 178, che fa derivare Corchia da *cortula, ma Pian di Cortia da *cortica, ipotesi quest’ultima che ci sembra superabile, tenendo conto della forma storica Corthia per Corchia. In alternativa a quella da *curtula si potrebbe ipotizzare la derivazione da *curticula /curticla, che presenta però maggiori difficoltà linguistiche.

35 Nel Medioevo con il termine mansum si intendeva il terreno che poteva essere lavorato da una famiglia contadina con un solo paio di buoi. All’inizio del X secolo, prima cioè della rivoluzione della produttività agricola avvenuta intorno al 1000, la dimensione del manso (composto da dodici jugeri) doveva ancora essere calcolata sulla base dello jugero romano, ed era quindi di circa tre ettari, corrispondenti a dieci biolche parmensi. In una relazione del 1839 di P. Savani, La macchia di Corchia nel latifondo della Cisa, che utilizza i dati dei Catasti farnesiani, è riportato che nel solo territorio di Corchia vi erano 386 biolche, lavorate da 31 famiglie.

36 Petra Mugulana quod est super fluvio Taro…è citata come punto del confine fra Parma e Piacenza già da un preceptum del re longobardo Pertarito del 674 (cfr. E. Falconi – R. Peveri, Il Registrum Magnum del Comune di Piacenza, Milano, Giuffrè, 1984-1997, vol. I, doc. 141). La Petra Mugulana era collocata sulla riva parmense del Taro ed ai tempi di re Ugo doveva già ospitare un castello. Quanto al settore del territorio di Berceto posto sulla sinistra del Taro, in cui si trova Scorza, dalla lettura del preceptum di Pertarito appare assai probabile che in origine
facesse parte del territorio di Piacenza.

37 Cfr. I diplomi di Ugo e Lotario, di Berengario II e di Adalberto, a cura di L. Schiapparelli (cit.), pp. 22-25, n° VII.

Giace sepolta la città d’Umbria, il più gran tesor che al mondo sia

DEA Documenti di Evidenze di Archeologia

Ministero per i Beni Culturali – Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna

Edizione STUDIO GUIDOTTI snc Ricco di Fornovo, Parma, ottobre 2012

da: “Giace sepolta la Città d’Umbrìa, il più gran tesor che al mondo sia

(a cura di Manuela Catrasi- Elisa Adorni)

APPUNTI DI TOPONOMASTICA

GIORGIO PETRACCO  – SERGIO MUSSI

Si analizzano di seguito il toponimo Umbría e alcuni toponimi del territorio circostante che possono essere significativi per l’interpretazione del sito.

  1. Umbría. In dialetto per andare a Umbria si dice oggi ‘anúma a sitá’. Il mito della ‘città d’Umbria’, sorto all’inizio del XVII secolo (a quest’epoca risale anche la prima citazione del toponimo, nella forma ‘Ombría’ ) ha quindi finito per modificare anche la parlata popolare. L’area di Umbria è posta sopra Tosca, a circa 970 m. di quota, a nord del crinale che corre dal Pizzo d’Oca al Barigazzo, vicino al monte Cravedosso ed è in facile comunicazione con i pascoli posti a sud del crinale e con Gravago. E’ un’area pianeggiante occupata dalla faggeta, e vi si possono notare ancor oggi molti vecchi faggi capitozzati, pratica utilizzata dall’alto medioevo fino almeno al XIX secolo per favorire il pascolo in un bosco rado (pascolo alberato) (1). Il toponimo deriva da un originario *loca umbriva ed è ancora presente, nella duplice forma ombría e umbría, come voce dialettale in alta Val Nure e a Pontremoli (e diffusamente in Italia e nell’area romanza) col significato di ‘ombra’, ‘luogo ombroso’, ‘meriggio per le pecore’. Il toponimo dipende quindi dalle caratteristiche del luogo e probabilmente anche dalla sua utilizzazione per la pastorizia.

  1. Pizzo d’Oca. In dialetto si dice ‘anúma a písu d’oca’ ‘andiamo al Pizzo d’Oca’. Col termine písu nel dialetto locale si intende un rilievo montuoso con la cima a punta : il riferimento è quindi alla sommità, posta a 1004 m. e affacciata con un’alta scarpata rocciosa sulla Val Ceno, di fronte a Bardi e alla confluenza del Noveglia nel Ceno. Anche per questo toponimo la prima attestazione è dell’inizio del XVII secolo, quando, nello stesso testo che nomina per la prima volta Ombría, si dice che le rovine della città stanno ‘in cima al monte Occa’. A nord-ovest di Bergamo, sullo spartiacque fra la valle Imagna e quella di S.Martino, vi è un altro monte Oca, una sommità dirupata su cui i Visconti eressero una fortificazione per controllare il passo del Pertús, distante un centinaio di metri. L’etimologia di Oca/Occa può essere individuata nella radice indoeuropea ouk- ‘alto’ (2). Da questa derivano il greco όκρις ‘monte con scarpata’ e il latino ocris, con identico significato, forse un calco dal greco, forse invece un prestito dall’osco-umbro ukar/ocar (gen. ocrer). Antrodoco, l’antica Interocrium, letteralmente ‘trai monti’, nella pronuncia dialettale è ntreόcu. Si può quindi pensare per Oca/Occa a una voce ligure o celtica con lo stesso significato, che ben corrisponde alle caratteristiche del luogo.

  1. Tosca. In dialetto ‘andiamo a Tosca’ si dice ‘andúma a la Túsca’. Tosca è un abitato sparso, situato, ad una quota intorno ai 600 m., sulla sinistra della valle del rio Spigone, che separa il suo territorio da quello di Varsi. Il fondo Landi ci ha conservato numerose attestazioni medioevali, sempre nella forma ‘Tusca’, la più antica del 1232, dove si cita un ‘castello di Tosca’, che non sembra comunque poter corrispondere a Umbria (3). Il toponimo conserva il nome dei ‘fundos Buelabras et Tuscluatum..in Veleiate pago Salutare’ della Tavola di Veleia (TAV. I,60).

  1. Scolengardo. In dialetto ‘a vo sü a sculengárdu’ ‘salgo a Scolengardo’. Si tratta di una posizione elevata, posta a 700 m. di altezza, sulla costa che dall’estremità nord-est della Riva dei ratti scende verso il Ceno. Costituisce anche un nodo di comunicazioni, che si dipartono verso il Ceno, Bardi, la Tosca e Varsi. Nel fondo Landi la località è citata in diversi documenti fra il 1450 e il 1515 come Scodegardo, Scodingardo, Scondegardo, Scondengardo, Scordengardo (3). Un toponimo Scodegarda, evidentemente lo stesso, è posto dieci chilometri fuori Vicenza, lungo la ‘via Pelosa’ che porta a Padova seguendo la riva sinistra del Bacchiglione. Il Pellegrini (4) lo ha fatto derivare dal germanico *Stodigard ‘recinto per cavalli’, ma la sua ipotesi non può spiegare Scolengardo, di cui non conosceva l’esistenza. Pensiamo piuttosto che entrambi i toponimi derivino da un originario *Sculdenward, composto di sculden ‘debiti’ e ward ‘guardia’, quindi ‘il luogo presidiato in cui si riscuotevano i debiti (tasse, pedaggi, ecc..)’. Lo Sculdahis (5) era un importante funzionario longobardo, che nell’Editto di Rotari è identificato come ‘colui che esige le cose dovute’, cioè un ‘esattore’; solo più tardi diventerà ‘capo di una circoscrizione territoriale’.

  1. Scafardi. Si tratta di un toponimo di area, corrispondente a una zona agricola a nord-est di Tosca, oltre il rio Spigone, in territorio di Varsi, in cui vi è un piccolo gruppo di case, che già nei Catasti Farnesiani del XVI secolo erano le ‘case de li Scaffardi’, mentre la zona viene sempre chiamata Scaffardo. In dialetto si dice ‘anúma a u scafárdu’. Non si conoscono altri toponimi simili, né famiglie con cognome Scaffardi che si possano far risalire a luoghi diversi da questo: se ne deve dedurre che in questo caso la famiglia ha preso nome dal luogo, che doveva essere in origine di proprietà di un personaggio che presso la corte longobarda aveva il ruolo di scaf(f)ardus (5). Paolo Diacono nel libro V par.2 della sua Historia Langobardorum scrive che “Perctarit vero statim suo pincernae (‘coppiere’), quem vulgo scaffardum dicimus, praecepit, ut…”. In una charta commutationis del 771 (Corpus Diplomaticus Longobardus, II, 351.19) abbiamo fra i testimoni “Signum + manus Bertoniscafardo domne regine testis”. La derivazione può essere da una base germanica *skap- ‘contenitore’, o dal longobardo skaffa ‘stipetto a muro’, + *ward-a- ‘custode’. Il ruolo era quindi certamente quello di coppiere regio (ma anche di ‘custode’ della coppa, e forse non solo di quella), a cui potevano aggiungersi altri compiti ‘di fiducia’, come ‘amministratore’ o ‘economo’, attestati però solo da documenti più tardi di area bavarese o francese.

NOTE

  1. Cfr. R. Cevasco 2007, Memoria verde, Reggio Emilia, pp.193-207.

  2. Cfr. S. Feist 1939, Vergleichendes Wörterbuch der Gotischen Sprache, Leiden, pp. 66-67 s.v. auhuma.

  3. Cfr. R. Vignodelli Rubrichi 1984, Fondo della famiglia Landi. Regesti delle pergamene. Il rimando ai singoli regesti è nell’Indice generale: per Tosca s.v. Tusca a p.1069; per Scolengardo s.v. Scodegardo a p.1059.

  4. Cfr. G.B. Pellegrini 1987, Ricerche di toponomastica veneta, Padova, p. 241.

  5. Cfr. G. Principi Braccini 1998/99, Germanismi editi ed inediti nel Codice Diplomatico Longobardo: anticipi da uno spoglio integrale e commentato da fonti latine in vista di un ‘Tesoro’ longobardo’, in Quaderni del Dipartimento di Linguistica – Università di Firenze, n.9, s.v. scaf(f)ardus, pp. 200-201; sculdahis pp. 201-202.

L’origine del nome di Berceto e i primi anni del monastero

GIORGIO PETRACCO – GIULIA PETRACCO SICARDI – SERGIO MUSSI

A) Premessa

Intervenendo alla giornata di studio su Poteri, territorio e popolamento in Val di Taro tra antichità e medioevo, svoltasi a Berceto il 2 luglio dello scorso anno, abbiamo illustrato i primi risultati, relativi alla Via di Monte Bardone e ai Toponimi del Privilegio di Re Ugo1, del lavoro di ricerca, compiuto insieme negli scorsi anni e tuttora in corso, sul territorio di Berceto ed il suo monastero. Nella stessa occasione ci eravamo impegnati a parlare in questo 2012, in cui ricorre il XIV centenario dell’ascesa al trono del re longobardo Liutprando, a cui si deve la fondazione dell’abbazia di Berceto, dell’origine del toponimo Berceto e degli inizi della storia del monastero nella prima metà dell’VIII secolo. Assolviamo oggi a questo impegno2.

B) L’origine del nome di Berceto

B1) la ricerca

All’inizio della nostra analisi potevamo basarci su alcuni elementi sicuri e su altri più incerti. Sapevamo innanzi tutto che Berceto è un fitotoponimo composto dalla radice berc- e dal suffisso latino –eto, usato per definire la presenza in un luogo di un’associazione di alberi, o comunque di piante, dello stesso tipo: di conseguenza la radice berc-, che non è latina, doveva indicare una pianta. Conoscevamo la pronuncia dialettale Berséi/Barséi, con vocale protonica indistinta, che, oltre che a Berceto, può corrispondere anche a *Bercetis. Avevamo inoltre due attestazioni certe dell’VIII secolo d.C., Verceto e Bercetum, che confermano come in quel tempo fosse ancora vivo il betacismo latino. Meno sicura era invece la corrispondenza fra Berceto e i saltus praediaque Berusetis dei Coloni Lucenses nella Tavola di Veleia (TAV. VI, 66), che sembravano rimandare a una base *beruso-, anch’essa certamente non latina.

Si poteva inoltre contare sulla scoperta da parte del Pieri di una serie di toponimi analoghi a Berceto (Berci, Berceta, Bercete, Berceti, Bercio), concentrati in una zona ristretta di alta collina situata a nord di Pescia, intorno al confine fra le province di Lucca e Pistoia, in cui lo studioso aveva ravvisato una possibile derivazione locale dal latino quercus ‘quercia’3. Lo stesso Pieri ammetteva di non conoscere altri casi di evoluzione dal qu- latino in b-, ma va considerato che vi sono toponimi chiaramente derivati da quercus tutt’intorno a quella zona, dove la quercia è diffusamente presente, ma non all’interno di essa. Abbiamo quindi pensato di verificare se si potessero trovare altrove in Italia dei toponimi riconducibili alla radice berc- e alla presenza di querce. La ricerca ha evidenziato la presenza di toponimi con queste caratteristiche in un’ampia zona dell’arco appenninico e alpino, dal Mugello al corso dell’Adige, che ne costituiscono i limiti estremi. Inoltre abbiamo scoperto altre due zone di particolare addensamento, che abbiamo chiamato ‘Leponzia’ e ‘Camuna’, perché coincidenti esattamente col territorio di queste due popolazioni, che furono sottomesse dai Romani solo sotto Augusto, alla fine del I secolo a.C., e conservarono anche successivamente una larga autonomia. Abbiamo chiamato invece ‘Sengauna’ la zona individuata dal Pieri, perché coincidente con l’area in cui nella tavola Peutingeriana è riportata la scritta Sengauni, popolazione non altrimenti attestata nelle fonti4 .

All’elenco che segue, probabilmente non esaustivo, abbiamo aggiunto alcuni esempi significativi di toponimi francesi e spagnoli. Nell’elenco sono compresi anche alcuni toponimi con radice perc-, che si differenziano da altri toponimi della stessa zona solo p per la al posto della b. Abbiamo preso in considerazione anche molti toponimi inizianti con verc-/ vers-/ verz-, ma solo quando era ragionevole pensare che fosse intervenuto il betacismo, e quindi in assenza di altre possibili etimologie5. Anche per i toponimi inizianti con berc-/ bers-/ berz- abbiamo cercato di fare una selezione prudente, giacchè, prima di ritenerli legati alla presenza di querce, andava sempre considerata anche la possibilità che avessero alla base uno dei termini, derivati verosimilmente dalla stessa radice, indicanti, attraverso il significato traslato ‘rami o fronde d’albero’, cose con essi costruite. Tali sono la voce medioevale bersa ‘siepe di rami intrecciati’, ‘recinto per la caccia’, ma in Italia settentrionale piuttosto ‘recinto per la sosta notturna degli animali’6, o il ladino bércia ‘capanna’, ma anche ‘diga’ ‘argine’7.

Abbiamo poi fatto una controverifica, necessariamente non approfondita, sulla distribuzione dei toponimi derivati da robur e cerrus in Italia settentrionale, dove sostituiscono quercus per indicare la quercia, e non ne abbiamo trovato nessuno all’interno della zona ‘Leponzia’ e solo Lovere8 (8) all’interno dell’area ‘Camuna’. Tre toponimi derivati da robur e cerrus si trovano subito fuori dell’area ‘Leponzia’: Rovere, Valmozzola (PR); Rovere, presso Brissago, sul Lago Maggiore, Roveredo, a nord di Lugano e un altro Roveredo in Val Mesolcina.

B2) I toponimi

a) Zona ‘Sengauna’

1. Bercete, presso Pian degli Ontani, com. Cutigliano (Pistoia), a circa 900 metri.

2. Berceti (Cima dei -), presso Pontito, com. Vellano (Pistoia), a circa 750 metri.

3. Berci, presso Castelvecchio, com. Vellano (Pistoia), a circa 450 metri.

4. Bercio, presso Cológnora, com. Villa Basilica (Lucca), a circa 600 metri.

5. Berceta, presso Pariana, com. Villa Basilica (Lucca), a circa 600 metri.

6. Bercete (alle -), in comune di Villa Basilica (Lucca), a circa 400 metri.

7. Berci (Pian dei -), nel comune di Bagni di Lucca (Lucca), a 145 metri.

8. Vérciola, presso Corsagna, com. Borgo a Muzzano (Lucca), a circa 400 metri.

9. Vércina, presso Gioviano, com. Borgo a Muzzano (Lucca), a circa 280 metri.

b) Appennino tosco-emiliano

1. Berceto, dial. Bersèi, è attestato all’inizio del II secolo d.C. (Tav. Veleia) come Berusetis, nel 754 è Verceto, nel 787 Bercetum, nel 927 Bercedo. E’ in provincia di Parma a 808 metri.

2. Versóla, in val d’Antena, com. Pontremoli (Lunigiana), a 500 metri.

3. Berzola, dial. a Bersóla. Si trova sul torrente Parma, com. Langhirano (Parma), a 300 metri.

4. Bersatico, sull’altra sponda del Parma, com. Lesignano de’ Bagni (Parma), a 270 metri. 5

5. Villaberza, nel 976 ‘in loco et fundo Villabarce’. E’ in comune di Castelnovo nè Monti (Reggio E.), a 613 metri.

6. Bercio (Colle del -), presso Piandelagotti, com. Frassinoro (Modena), a 1093 metri.

7. Verzuno, nell’alta valle del Reno, in comune di Camugnano (Bologna), a 281 metri.

8. Berceto. Si trova nel Mugello presso Pomino, com. Rufina (Firenze), a 600 metri.

c) Entroterra ligure

1. Verzi, in val Fontanabuona, in comune di Lorsica (Genova), a 405 metri.

2. Persi, in val Borbera, a 2 km. da Borghetto Borbera (Alessandria), a 262 metri.

3. Berci (Pian dei -), in val Borbera, in comune di Mongiardino Ligure, a circa 700 metri.

4. Verzi, in comune di Finale Ligure (Savona), a 120 metri.

5. Verzi, in comune di Loano (Savona), a 183 metri.

6. Berzi, in comune di Baiardo (Imperia), a 583 metri.

d) Piemonte e Lombardia

1. Verzuolo, dial. Verzéul, allo sbocco della val Varaita (Cuneo), a 420 metri. Nel 1155 è Verzolo, ma nel 1294 Versolio.

2. Mombercelli, dial. Mombërséj, in provincia di Asti, a 233 metri. Nel 1142 Montebarcarium, che è però attestazione isolata, perché dal 1165 abbiamo sempre Montebersario.

3. Berzonno, in comune di Pogno (Novara), presso il lago di Orta, a 450 metri.

4. Barzio, dial. Bars, in Valsassina (Lecco), a 767 metri.

5. Vercéia, in val Chiavenna, presso il lago di Mezzola (Sondrio), a 228 metri.

6. Verzedo, nell’alta Valtellina, presso Sondalo (Sondrio), a 970 metri.

7. Bercio, frazione di Sotto il Monte (Bergamo), a 230 metri.

8. Presionico, località scomparsa, situata presso Bonate (Bergamo) a 230 metri. Nel IX e X secolo ‘..in loco et fundo Presionico’. Potrebbe derivare per metatesi da *loco percionico.

e) Zona ‘Leponzia’

1. Vercio (Alpe -), presso Bracchio, com. Mergozzo (Ossola), a 828 metri.

2. Barzona, in comune di Calasca, in valle Anzasca (Ossola), a 688 metri.

3. Varzo, dial. Varsc, in val Divedro (Ossola), a 568 metri. Nel 1180/81 de Varze e de Varcio.

4. Varsaia (Alpe -), in val Vigezzo, presso Coimo, com. Druogno (Ossola), a 945 metri.

5. Verzasco (Rio -), in val Vigezzo, com. Toceno (Ossola), a 800-1000 metri.

6. Berzona, in val Onsernone (Canton Ticino), a 748 metri. È Berzona anche nel 1265.

7. Verscio, a nord-ovest di Locarno (Canton Ticino), a 296 metri.

8. Verzasca (Val -), nel 1335 Verzascha, nel 1403 Versascha, nel 1475 Varsasca. Si trova a nord-est di Locarno (Canton Ticino), a 240-760 metri.

9. Berzona, in val Verzasca, com. Vogorno (Canton Ticino), a 500 metri.

10. Verzuolo, in val Verzasca, com. Lavertezzo (Canton Ticino), a 600 metri.

11. Verscio, nella valle del Ticino, com. Lodrino (Canton Ticino), a 275 metri.

12. Personico, dial. parsònic, in val Leventina (Canton Ticino), a 320 metri.

f) Zona ‘Camuna’

1. Berzo inferiore, dial. Bérs, in val Camonica, vicino a Breno (Brescia), a 447 metri. E’ Bercio nel XIII secolo, Berzio nel 1421. Si hanno attestazioni più antiche, riferibili a uno dei tre Berzo: nell’830 Berges, nel 998 Bergis, Berges vico et fundo Berce’.

2. Berzo, dial. Bérs, in val Camonica, più a monte, com. Berzo-Demo (Brescia), a 785 metri.

3. Berzo S. Fermo, dial. Bérs, in val Cavallina (Bergamo), a 350 metri. Si tratta probabilmente del Bergis…fine Cauelles in suso per ualle Camonense del testamento di Taidone del 774, in cui è citata anche una ..basilice Sancti Petri sito Bergias.

4. Parzanica, dial. Parsànega, sopra la sponda del lago d’Iseo (Bergamo), a 723 metri.

5. Bersenico, in val Sabbia, in comune di Bione (Brescia), a circa 600 metri.

6. Persone, dial. Persù, in comune di Valvestino (Brescia), a 898 metri.

7. Bersone, dial. Barsún, nelle valli Giudicarie (Trento) a 637 metri. Nel 1288 ‘de Barxono’.

g) Francia

1. Bercé (Forêt de -), nel dipartimento della Sarthe, famosa per la qualità delle sue querce.

2. Berzé-la Ville e Berzé le Chateau, med. Berciacus, nel dipartimento di Saone et Loire.

3. Bersát, med. vicus Berciacus , nel dipartimento della Dordogne.

4. Bersón, nel dipartimento della Gironde.

h) Spagna

1. Bercedo, presso Santander a 950 metri. Nel 1007 è in Berezedo.

2 Bercedo, presso Burgos.

3 Berceo, a est di Salamanca.

B3) L’interpretazione

I dati raccolti permettono di confermare l’opinione del Pieri che i toponimi con radice berc-, e in particolare Berceto, si spieghino con la presenza di querce, ma con un’importante correzione: non ci troviamo di fronte a una variante dialettale di quercia, bensì a una voce indoeuropea *percus/*bercus, che doveva essere diffusa prima della conquista romana in tutta l’Italia settentrionale fino all’Adige e nell’Appennino fino al Mugello, oltre che nell’area celtica oltre le Alpi. Si differenzia dal latino quercus per la labializzazione della labiovelare kw nella radice indoeuropea originaria *kwerc-. La labializzazione delle labiovelari doveva accomunare sia le popolazioni celtiche continentali9 che le popolazioni liguri e celto-liguri già stanziate nell’Italia nord-occidentale nel V secolo a.C., prima della grande invasione gallica.

Le forme con radice perc– costituiscono certamente uno stadio precedente dell’evoluzione linguistica rispetto a quelle con radice berc-, ma sarebbe sbagliato attribuire a priori le prime ai Liguri e le seconde ai Celti. Il passaggio da p a b può infatti essere avvenuto nei vari luoghi in tempi molto diversi, anche in epoca medioevale10, e d’altra parte in alcune zone coesistono forme con perc- e altre, molto più numerose, con berc-(o verc-, che presuppone un ber-, poi modificato dal betacismo), che potrebbero quindi essere sia forme originariamente in perc-, in cui successivamente l’iniziale p è passata a b, sia invece toponimi fissatisi in tempi più recenti, quando il nome della quercia nella parlata locale era ormai passato da *percus a *bercus.

Nell’Appennino tosco-emiliano al tempo della conquista romana l’espressione per ‘quercia’ doveva però essere già *bercus. Lo dimostrano sia la completa assenza nell’area di forme con radice perc-, sia l’attestazione nella Tavola di Veleia, dell’inizio del II secolo d.C., dei saltus praediaque Berusetis dei Coloni Lucenses la cui corrispondenza con l’attuale Berceto appare pressochè sicura. La forma scritta Berusetis può infatti provenire da un *Bercetis con l’inserimento di una vocale a risolvere il nesso rc, nello stesso modo in cui in Spagna il centro di Bercedo è riportato in un documento del 1007 come Berezedo. Inoltre nella Tavola di Veleia Berusetis è toponimo d’area, forse un vicus, e quindi non è facile pensare ad un’omonimia. Quale fosse la popolazione che nell’area di Berceto chiamava *bercus la quercia non possiamo saperlo con sicurezza, ma la presenza in questo settore della Val Taro di molti prediali con suffisso –aco, insieme con la scoperta della tomba di Casaselvatica, attribuita a un guerriero di stirpe boica, fa pensare che si trattasse almeno di genti fortemente celtizzate, se non di veri e propri stanziamenti celtici.

Più in generale, le zone marcate dalla presenza di toponimi con radice perc- o berc– dovrebbero corrispondere a quelle in cui gli idiomi locali hanno resistito più a lungo all’affermarsi dell’uso del latino. In qualche caso, e quasi certamente nella zona ‘Sengauna’, l’uso della voce *bercus per indicare la quercia può essere continuato per tutto il medioevo e forse oltre.

C) L’inizio della storia del monastero di Berceto

Degli esordi del monastero di Berceto nell’VIII secolo ci parla una sola fonte quasi contemporanea, cioè Paolo Diacono, che nella sua Historia Longobardorum, scritta probabilmente dopo il suo ritiro a Montecassino nel 786, dice che Liutprando, che fu re dei Longobardi dal 712 al 744, …in summa quoque Bardonis Alpe monasterium quod Bercetum dicitur aedificavit.. 11. Si tratta di una citazione molto stringata, che non ci dà una data di fondazione precisa all’interno del lungo regno di Liutprando, però il fatto stesso che proprio quella di Berceto venga citata fra le molte fondazioni di monasteri di diritto regio promosse dai re longobardi nell’VIII secolo è certamente spia dell’importanza che il monastero aveva in quel tempo e che dovette perdere progressivamente, fino a passare alle dipendenze dei vescovi di Parma alla fine del IX secolo.

Molto più ricca di notizie della storia del monastero di Berceto è la Historia Renesis Ecclesiae scritta da Flodoardo, canonico e archivista della cattedrale di Reims, intorno al 95012. Da questa fonte, distante più di due secoli dai fatti di cui si scrive e di carattere agiografico, apprendiamo che: a) durante il regno di Chilperico II, che fu re dei Franchi dal 715 al 721, un certo Moderamnus (o Moderannus) fu vescovo di Rennes, b) lo stesso Moderanno, con il consenso del re, intraprese un pellegrinaggio a Roma, dopo aver preso con sé a Reims, dove erano conservate, alcune reliquie di Sa. Remigio; c) durante il viaggio, passando …in monte Bardonum..13, perdette le reliquie, ma le recuperò miracolosamente, dopo aver celebrato la messa …in monasterio quod vocatur Bercetum, in honore sancti Abundii martiris inibi constructum…; d) dopo aver lasciato parte delle reliquie parte delle reliquie a Berceto, incontrò Liutprando e ne ricevette in dono il monastero con un’ampia donazione di terre14; e) compiuto il pellegrinaggio, dopo un breve ritorno in Francia, per l’ordinazione del suo successore, rimase poi a Berceto fino alla morte.

Il racconto di Flodoardo, pur coi suoi limiti, ci permette di stabilire con una certa sicurezza che il monastero di Berceto fu fondato prima della venuta di Moderanno15, ma che solo con il suo arrivo e la dedicazione a S. Remigio assunse una grande importanza. No scioglie però l’interrogativo sulla vera ragione di tale importanza.

Fin qui le fonti che parlano direttamente del monastero di Berceto in età longobarda. Esistono tuttavia delle fonti indirette dell’VIII secolo, che, insieme alla conoscenza della storia di quegli anni, ci consentono di formulare un’ipotesi interpretativa. La prima di esse è uno dei due testamenti dell’abate Widerado in favore dell’abbazia di Flavigny, redatto nel 719, nel quarto anno di regno di Chilperico II, ad Autun, l’antica Augustudunum, in Borgogna16. Fra i sottoscrittori di questo testamento il primo, dopo il testante Widerado, è Moderannus, Christi dono vocatus episcopus, quindi verosimilmente vescovo di Autun, tanto più che l’espressione da lui utilizzata è “consensi” ‘ho dato il mio consenso’ e non “subscripsi”, come nel caso di tutte le altre successive sottoscrizioni. Fatta salva l’improbabile ipotesi dell’esistenza in quel tempo di un vescovo omonimo a Rennes, città della Neustria, di cui nessuno ci dà notizia al di fuori di Flodoardo17, bisogna quindi concludere che Moderanno era vescovo di Autun e che rimase in Francia almeno fino al 719.

Nel 719 si concluse la guerra fra i regni franchi con la vittoria di Carlo Martello, che li riunificò come ‘maggiordomo’ di Austrasia, Neustria e Burgundia, mentre Chilperico II, che pure aveva combattuto contro di lui, venne riconfermato re dei Franchi fino alla sua morte nel 721, ma senza alcun potere. Se dobbiamo credere a Flodoardo quando afferma che Moderanno partì per l’Italia durante il regno di Chilperico II, allora il pellegrinaggio si svolse nel 720, maad autorizzarlo, e forse a promuoverlo, fu certamente Carlo Martello. Potrebbe tuttavia trattarsi anche in questo caso di una

ricostruzione erronea di Flodoardo, e allora vanno considerati come possibile data del pellegrinaggio anche gli anni successivi fino al 726. Nel 725 infatti gli Arabi, nel corso di una delle loro offensive, che durarono vent’anni, dal 719, quando entrarono per la prima volta in Francia, fino alla vittoria di Carlo Martello presso il fiume Berre nel 739, conquistarono e saccheggiarono Autun.

Può essere stato questo il motivo immediato del pellegrinaggio di Moderanno, che svolse comunque certamente un ruolo nella preparazione dell’amicizia, ciòè dell’alleanza, fra Franchi e Longobardi, poi formalizzata nel 730. Quest’amicizia, che fu mantenuta durante tutto il regno di Liutprando e quello successivo di Rachis, ebbe il momento più alto nel 737, quando Pipino, figlio di Carlo Martello, venne inviato dal padre a Pavia da Liutprando che lo adottò come figlio. Negli anni immediatamente successivi Liutprando intervenne in Provenza contro gli Arabi che l’avevano invasa, mentre da parte sua Carlo Martello non accolse la richiesta di aiutodi Papa Gregorio III, contro Liutprando che lo minacciava.

L’importanza dell’insediamento a Berceto, nell’ambito dell’amicizia fra Liutprando e Carlo Martello, di un’abbazia guidata da ecclesiastici di origine franca è confermata, a nostro avviso, dal cosidetto ‘Epitaffio’ di Leodegar’, ritrovato e conservato a Filattiera, in Lunigiana. Questa epigrafe funeraria, arrivata a noi mutila della prima parte del testo e largamente illeggibile sul lato sinistro, è stata oggetto all’inizio del secolo scorso di un importante studio epigrafico e storico di Ubaldo Mazzini, a cui è seguito un ampio dibattito storico-geografico, e recentemente di una rilettura da parte di Ottavio Banti, che ha potuto avvalersi delle tecniche più moderna18.

L’epigrafe parla di un importante personaggio che operò negli ultimi dieci anni della sua vita in Lunigiana e: a) distrusse gli idoli dei pagani, b) riportò alla fede chi se ne era allontanato19, c) distribuì viveri ai poveri e sfamò i pellegrini, d) consegnò ogni anno le decime20, e) edificò l’ospizio di San Benedetto21 e la chiesa di San Martino22. Morì durante il regno di Astolfo, probabilmente nel 753, a un’età di circa 50 anni23.

Il dibattito fra gli studiosi si è incentrato sul nome di questo personaggio, che si trovava certamente nelle prime righe dell’epigrafe andate perdute, se cioè si chiamasse effettivamente Leodegar, e ancor di più sul suo ruolo, se cioè fosse stato un ecclesiastico, oppure un potente e ricco proprietario terriero24. In particolare il Mazzini, che riteneva che si trattasse di un vescovo di Luni di nome Leodegar che aveva stabilito la sua sede a Filattiera/Sorano25 invece che nella città di cui era titolare, basava la sua opinione su tre elementi: a) l’inserimento in due elenchi, per la verità assai recenti, di vescovi di Luni di un Leodegar (o Lentecarius), che avrebbe retto la diocesi nella prima metà dell’VIII secolo; b) un praeceptum del 751 redatto a Ravenna, in cui il re Astolfo conferma al monastero di Farfa e al suo abate Fulcoaldo il contenuto di quattro diplomi del duca Lupone di Spoleto, che gli erano stati presentati …per beatissimum virum Leodegarium episcopum, missum suprascripti monasterii… 26; c) l’aver scoperto in una lastra fotografica, eseguita durante i lavori di restauro della chiesa dove era conservata l’epigrafe, l’immagine di pezzi di intonaco recanti graffite in diversi punti, e quindi verosimilmente in diversi tempi, gruppi di lettere, in alcuni casi formanti quasi l’intera parola, riconducibili a LEODEGAR o a LEUDGARD e a episcopo27.

L’insieme di questi elementi porta anche noi a condividere l’opinione del Mazzini che il personaggio dell’epigrafe di Filattiera si chiamasse Leodegard e avesse la dignità di vescovo, ma non siamo per nulla convinti che sia stato vescovo di Luni: la tradizione che pone Leodegard fra i vescovi di Luni può infatti essere nata proprio dalla lettera dell’epigrafe e della scritta graffita che l’accompagnava. È invece praticamente certo che il Leodegard dell’epigrafe sia lo stesso del praeceptum del 751: lo dimostrano la coincidenza temporale con il decennio di permanenza in Lunigiana e il fatto che il nome Leodegar non ha attestazioni nell’onomastica longobarda, ma ne denuncia invece l’origine franca, assai probabilmente dalla stessa città di Autun di cui era stato vescovo Moderanno. Fra il 660 e il 676 fu infatti vescovo di Autun un altro Leodegar, poi martirizzato nel 678 a opera di Ebroin, maggiordomo di Neustria, dopo due anni di prigionia e orribili torture. Al martirio seguì immediatamente la nascita, soprattutto nelle terre di Borgogna ed Austrasia, di un culto popolare, poi ratificato dalla canonizzazione, per cui oggi un gran numero di chiese in Francia sono intitolate a Saint Léger. È facile quindi che un bimbo nato ad Autun nel 703, a venticinque anni dal martirio del santo vescovo della città, sia stato dato il nome di Leodegar. Lo stesso aveva 16 anni nel 719, quando Moderanno era certamente ancora vescovo di Autun, e può averlo conosciuto ed essere stato con lui in una relazione da allievo a maestro.

Su queste basi la nostra ipotesi, che offriamo alla discussione degli studiosi, è che Leodegar avesse intrapreso già in Francia la carriera ecclesiastica, diventando là vescovo, e abbia poi seguito, forse su chiamata, la stessa strada di Moderanno, venendo incaricato di operare in Lunigiana con l’obiettivo di completare la cristianizzazione, attrezzare il percorso dei pellegrini diretti a Roma e amministrare le terre che il monastero di Berceto vi possedeva28. Il prestigio di cui Moderanno godeva presso la corte longobarda, così come nell’ambiente monastico, dovette trasferirsi , almeno in parte, a Leodegar, ciò che spiegherebbe anche il suo intervento presso Astolfo come ‘ambasciatore’ del monastero di Farfa, sito in Sabina, nel territorio del ducato di Spoleto, in una zona quindi ben lontana dalla Lunigiana e da Berceto.

La decadenza del monastero di Berceto, che non è possibile seguire nella sua progressione per l’assoluta mancanza di documenti che lo riguardino prima del decreto di Carlomanno dell’879, che ne sanciva la perdita dell’autonomia e l’assoggettamento al vescovo di Parma, dovette però iniziare subito dopo la morte di Leodegar, avvenuta intorno al 753. Alla morte di Astolfo nel 756, gli successe infatti sul trono longobardo Desiderio, che era duca di Brescia e fondò due monasteri dedicati entrambi al Salvatore, uno femminile, ubicato nella stessa città di Brescia, nel 753, ancor prima di salire al trono, e uno maschile un po’ più a sud, a Leno, nel 758, dove furono chiamati dei monaci da Montecassino. Desiderio e il figlio Adelchi, associato al trono nel 759, operarono durante tutto il corso del loro regno per dotare i due monasteri di ampie proprietà ed accrescere l’importanza. Fra i beni che un praeceptum del 772 di Adelchi, conferma al monastero del Salvatore, troviamo anche quanto da esso posseduto …in finibus Sorianense in loco que dicitur Monte Longo…, cioè verosimilmente lo xenodochio fatto edificare da Leodegar meno di trent’anni prima29.

CRONOLOGIA DEI PRIMI ANNI DEL MONASTERO DI BERCETO

712 – Ascesa al trono longobardo di Liutprando. È questa la prima data possibile per la fondazione di Berceto, se si accetta l’affermazione di Paolo Diacono che fu Liutprando a promuoverla.

719 – Termina la guerra fra i regni Franchi con la vittoria di Carlo Martello, che li riunifica come maggiordomo di Austrasia, Neustria e Borgogna, sotto il regno, formale, di Chilperico II fino al 721 e di Teodorico IV dal 721 al 737. È di questo anno il primo ingresso in Francia degli Arabi, che conquistano Narbona e ne fanno la base per le successive incursioni. Nello stesso 719, quarto anno del regno di Chilperico, in Autun, l’antica Augustodunum, Moderanno è il primo a sottoscrivere col titolo di vescovo, quindi con ogni probabilità vescovo di Autun, il testamento di Widerado in favore del monastero di Flavigny.

720 – Con questo anno inizia il periodo, che termina con il 726, in cui poté avvenire il pellegrinaggio di Moderanno e il suo incontro con Liutprando, che gli affidò il monastero di Berceto, che già esisteva, insieme a un’ampia dotazione di terre.

725 – Durante una grande scorreria gli Arabi conquistano e saccheggiano Autun.

730 – Viene formalizzata l’amicizia fra Franchi e Longobardi.

732 – Nel corso di una delle loro incursioni nel cuore della Francia, gli Arabi vengono sconfitti da Carlo Martello a Poitiers.

737 – Pipino, figlio di Carlo Martello, viene inviato dal padre a Pavia da Liutprando, che lo adotta come figlio. È questo il momento più alto dell’alleanza fra Franchi e Longobardi. Nei due ani successivi vediamo infatti prima l’intervento di Liutprando in Provenza per cacciare gli Arabi, che l’avevano conquistata, permettendo la controffensiva decisiva di Carlo Martello, che con la vittoria del fiume Berre nel 739 pone fine dopo vent’anni alle incursioni degli Arabi in Francia, dove manterranno ancora per due decenni la sola Narbona. Poi il rifiuto opposto da Carlo Martello alla richiesta di Papa Gregorio III di intervenire in Italia contro Liutprando che lo minacciava.

741 –Muore Carlo Martello, che lascia il potere in Francia ai figli Carlomanno e Pipino.

743 – È probabilmente questo l’anno dell’arrivo in Lunigiana, all’età di quarant’anni, di Leodegar, che vi rimase dieci anni, fino alla morte. È possibile che vi sia stato chiamato da Moderanno: il suo nome infatti, certamente franco, lo collega alla città di Autun, di cui S. Leodegar fu vescovo e martire nella seconda metà del VII secolo.

744 – Muore Liutprando e gli succede Rachis.

747 – Carlomanno si fa monaco e Pipino concentra in sé tutto il potere in Francia.

749 – Il fratello di Astolfo succede a Rachis, che si ritira in convento, e inaugura una politica aggressiva verso i Bizantini e il papa che determinerà la fine dell’alleanza fra Franchi e Longobardi.

751 – Leodegar, recatosi come missus del monastero di Farfa e del suo abate Fulcoaldo presso la corte longobarda in Ravenna appena conquistata, chiede ad Astolfo di confermare quattro diplomi emessi da Lupone, duca di Spoleto, in favore del monastero.

753 – Leodegar muore. Nello stesso anno Desiderio, duca di Brescia, fonda in città il monastero femminile dedicato al Salvatore.

754 – Papa Stefano II, minacciato da Astolfo, si reca in Francia presso Pipino, che in un capitolato stilato a Quierzy si impegna insieme a suo figlio, il futuro Carlo Magno, a concedere al Papa, in caso di conquista dell’Italia, il territorio a sud di una linea che passava da “…Lunis, cum insula Corsica, deinde in Suriano, deinde in Monte Bardone, id est in Verceto…”. Nello stesso anno Pipino scende in Italia e sconfigge i Longobardi, che vengono a patti.

755 – Nuova discesa di Pipino in Italia e nuova sconfitta di Astolfo, che deve accettare condizioni più dure e nello stesso annp muore. Gli succede Desiderio.

758 – Desiderio fonda il monastero maschile di Leno. L’anno successivo associa al regno il figlio Adelchi.

772 – In un suo praeceptum Adelchi conferma al monastero del Salvatore i beni posseduti, fra cui quelli in loco que digitur Monte Longo.

744 – Carlo Magno scende in Italia, sconfigge Desiderio e Adelchi e si proclama rex Francorum et Longobardorum.

1 Cfr. G. Petracco – G. Petracco Sicardi – S. Mussi, Il monte Bardone e le origini di Berceto, in Poteri, territorio e popolamento in Val di Taro tra antichità e Medioevo (Atti della giornata di studio – Berceto 2 luglio 2011), Antiche Porte editrice, Reggio E. 2011, pp. 91-109.

2 La terza parte del nostro lavoro di ricerca sarà costituito dallo studio della toponomastica, attuale e storica, del territorio di Berceto. La raccolta dei toponimi è in uno stadio avanzato, per cui possiamo prevedere di completarne l’analisi e arrivare a pubblicazione nei prossimi anni.

3 Cfr. S. Pieri, Toponomastica delle valli del Serchio e della Lima, Torino 1898, p. 101.

4 Questi Sengauni, il cui nome, che condivide lo stesso suffisso con gli Ingauni della Liguria occidentale, li denuncia come Liguri, possono essere stati una tribù degli Apuani che conservò la pace con i Romani dopo i primi scontri e scampò quindi alla deportazione.

5 Fra cui la più significativa è quella dal latino, iterativo di, da cui derivano, oltre all’italiano versante, molti idronimi, come i vari torrenti Versa nelle province di Asti, Pavia e Gorizia, ma anche, per esempio, il nome del monte Bersario, in provincia di Cuneo, dove a cadere dai fianchi del monte sono dei materiali lapidei, e che dimostra come il betacismo operi anche in direzione v < b. E non abbiamo preso in considerazione Vercelli (sempre Vercellae nelle numerose fonti latine), per la cui possibile etimologia cfr. Dizionario di Toponomastica, Torino 1997, s.v. Vercelli, a cura di A. Rossebastiano.

6 Cfr. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, s.v. 1.Bersa. Il significato ‘recinto per la caccia’, da cui anche bersare, birsare per ‘cacciare’, è rimasto limitato alla Francia. In Italia, con lo stesso significato, abbiamo il longobardo gahagi e brolium dal greco περιβόλιον.

7 Cfr. M. Forni, Wőrterbuch Deutsch-Grődner Ladinisch, a cura dell’Istituto Ladin Micurá de Rű, 2003, s.v. bercia. I termini bersa e bercia possono spiegare toponimi che troviamo anche molto più in alto dell’habitat della quercia, come Bersezio in valle Stura.

8 Cfr. Dizionario di Toponomastica, Torino 1997, s.v. Lovere, a cura di C. Marcato. La pronuncia dialettale lόer corrisponde a una voce dialettale diffusa nel Bergamasco col significato di ‘rovere’ e deriva dal latino robur attraverso la dissimilazione lr.

9 La labializzazione delle labiovelari non è invece avvenuta nel celtico insulare, da cui discendono le lingue celtiche ancora vive, come l’irlandese o il gallese.

10 Si vedano ad esempio i toponimi Brebúggiu, Brigná e Burzín-e, in G. Ferretti – G. Petracco, Toponomastica di Fontanigorda, Genova 2012, pp. 23-24.

11 Cfr. Pauli, Historia Longobardorum, libro VI, par. 58

12 Per un’analisi critica dell’opera di Flodoardo e della documentazione medievale sul monastero di Berceto cfr. L. Canetti, Culti e dedicazioni nel territorio parmense – Il dossier bercetano dei santi Moderanno e Abbondio (secoli VIII-X), in Studi sull’Emilia occidentale nel Medioevo, a cura di R. Greci, Bologna CLUEB, pp. 65-100.

13 Sulla ‘via di Monte Bardone’ cfr. G. Petracco – G. Petracco Sicardi – S. Mussi, Il monte Bardone e le origini di Berceto (cit.), pp. 91-99.

14 Si confrontino gli octingentus mansos… ut tradunt… di Flodoardo, che doveva aver ricevuto questa informazione dall’Italia e stentava a crederci, con i soli quarantotto mansi concessi nel Diploma di re Ugo del 927 ai canonici di Berceto ‘affinché potessero provvedere al proprio mantenimento’, tutti situati nel territorio dell’attuale comune di Berceto.

15 Cioè nei primissimi anni del suo regno, se dobbiamo credere a Paolo Diacono che ne attribuisce la fondazione a Liutprando. E tuttavia non si può escludere del tutto che Paolo abbia inteso come fondazione la ‘rifondazione’ avvenuta con Moderanno. In questo caso il monastero potrebbe essere sorto anche nei primi anni dell’VIII secolo, durante il regno di Ariberto II, a cui si deve la svolta filocattolica della monarchia longobarda e l’inizio della politica di promozione delle fondazioni monastiche.

16 Cfr. The Cartulary of Flavigny, a cura di C. Brittain Bouchard, The Medieval Academy of America, Cambridge-Massachusetts 1991, https://cdn.ymaws.com/www.medievalacademy.org/resource/resmgr/maa_books_online/bouchard_099_bkmrkdpdf.pdf; J. M. Pardessus 1849, Diplomata Chartae, Epistolae, Leges, ediz. Lutetiae Parisiorum ex Typographeo Reipublicae, Biblioteca Palatina Parma, Tomus secundus 628-751, pp. 309-402. Il testamento che ci interessa è oggi attribuito con sicurezza al 719, mentre sull’altro è aperta la discussione e potrebbe essere stato redatto prima, nel 717, come anche successivamente, nel 721 o 722.

17 Cfr. P. F. Ferrario, Catalogus sanctorum Italiae in menses duodecim distributus, Milano 1613, p. 662, ove l’autore annota che “Moderamnus in Tabulae Eppiscoporum Rhedonensium apud Democharem non reperitur: ex quo apparet vel eas Tabulas esse diminutas, vel Moderamnum alterius urbis Episcopum fuisse”.

18 Cfr. U. Mazzini, L’epitaffio di Leodegar, vescovo di Luni del secolo VIII, 1919, ristampato in Annali del Museo Civico di La Spezia, I 1977-78, pp. 251-236; O. Banti, L’epitaffio di “Leodegar” di Filattiera (a. 752), in Studi medievali, Spoleto 2009, pp. 815-832.

19 Gli idoli dei pagani erano quasi certamente le statue stele trovate spezzate durante i restauri della pieve di Sorano: si tratta quindi di un culto preesistente ai Romani e rimasto vivo fino ad allora. ‘Coloro che si erano allontanati dalla fede’ erano invece probabilmente gli ariani.

20 Per quanto riguarda le decime ci sembra valida la ricostruzione del testo fatta dal Banti (… debitas decimas per singulos reddedit annos…), che esclude che il personaggio dell’epitaffio sia un vescovo diocesano, ma non un vescovo missionario’ o l’amministratore dei beni di un monastero, come dimostra la disputa delle decime sorta nel 1600 proprio fra il vescovo di Luni e l’abbazia di Leno, e decisa da Nicolò II a favore del monastero ‘anche se il vescovo avrebbe potuto mostrare diritti più antichi’.

21 Sull’identificazione del dochium patris almifici con lo xenodochio di San Benedetto in Montelungo tutti concordano. Lo xenodochio, citato come tappa della via francigena nell’itinerario di Sigerico (990), risulta far parte del patrimonio del monastero femminile di San Salvatore di Brescia già da un atto del 772, confermato da altri tre atti del IX secolo, mentre nel 1014 in un diploma di Enrico II lo indica come appartenente all’abbazia di Leno (cfr. E. Salvatori, Presenze ospedaliere in Lunigiana, in Atti del convegno di “Riviera di Levante tra Emilia e Toscana: un crocevia per l’ordine di San Giovanni”, Genova 2001, pp. 182-222, ora anche su internet, Gli ospedali nella Lunigiana medievale, integrato da correzioni e aggiunte di Elisabetta Girardi e Roberto Ricci). Sempre lungo la via francigena, ancora nel 1493 (porb. 1470), troviamo il “Prioratus S. Benedicti de Cassio ad monasterium S. Benedicti de Leno de Brixien” (cfr. A. Schiavi 1940, Regestum Vetus, in La Diocesi di Parma, vol. II, “Plebs S. Moderanis de Bercepto”, L’ECO n. XVIII, Biblioteca S. Giovanni, Parma, p. 60.

22 L’identificazione della chiesa di San Martino risulta molto difficile, per la ragione che in Lunigiana sono numerose le chiese che condividono la stessa intitolazione e altre poterono averla in passato per poi cambiarla. Per cui l’ipotesi del Mazzini di riconoscerla nella chiesetta di San Martino in Durasca non convince, anche per la distanza da quello che dovette essere il centro dell’attività del personaggio dell’epitaffio, cioè Filattiera/Sorano.

23 È merito del Banti aver ridotto drasticamente, proponendo di ricostruire con “in pace” il testo mancante alla fine della tredicesima riga dell’epitaffio, gli 84 anni che il Mazzini attribuiva al momento della morte al personaggio che vi è ricordato, riportandoli a 46, età assai più compatibile con l’energia espressa nella sua azione in Lunigiana. Per parte nostra riteniamo che anche la ricostruzione “bis duo de”, proposta dal Mazzini per l’inizio della dodicesima riga e accettata dal Banti, dovrebbe essere sostituita con una forma verbale, per cui proponiamo “repetüt”. Il testo sarebbe allora: … repetüt decies olimpiadis addedit unum et alterum lustrum quibus hic vixit in pace… e in questo caso l’età alla morte sarebbe leggermente più alta, cioè di 50 anni. Quanto all’anno della morte non ci allontaniamo molto dall’ipotesi del Mazzini, proponendo il 753, in quanto anno centrale del periodo 752-754, che corrisponde al quarto e al quinto anno di Astolfo.

24 Si sono pronunciati per un ecclesiastico, oltre al Mazzini (cit.), anche il Bognetti (cfr. G. P. Bognetti, L’età longobarda, vol. II, Milano 1966, pp. 16 e sg.) e il Conti (cfr. P. M. Conti, La lapide di Filattiera e la storiografia altomedievale, in Annali del Museo Civico della Spezia, vol. I, 1977/78, pp. 237-242), che però a differenza del Mazzini non ritengono che sia stato un vescovo di Luni, bensì un corepiscopo missionario. Si sono invece orientati verso l’ipotesi di un laico il Banti (cit.) e prima di lui il Formentini (cfr. U. Formentini, I longobardi sul Monte Bardone, in Quaderni della Giovane Montagna, n. 73, Parma 1929).

25 Il toponimo Sorano (o Suriano), che ne è la forma originaria, che troviamo sia nel capitolato di Queirzy del 734, che implicitamente, nell’espressione … in finibus Sorianense… del praeceptum di Adelchi del 772) deriva, come molti altri toponimi in Italia e come aveva già osservato il Mazzini, da un *fundus Surianus: e cioè un prediale dal gentilizio romano Suris. Non ha nulla a che fare con il καστpov Σωρεώv che troviamo negli elenchi della Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio che corrisponde invece a Sorano in provincia di Grosseto (cfr. G. Petracco – G Petracco Sicardi – S. Mussi, Il monte Bardone e le origini di Berceto, cit., nota 14 a p. 98). Sorano, dove prevarrà poi la denominazione Filattiera in ricordo delle fortificazioni ivi costruite dai Bizantini, che l’occuparono fino alla conquista da parte di Rotari nel 643 o, forse più probabilmente, da parte di Grimoaldo nel 670, rimase il centro più importante

26 Cfr. C. Bruhl, Codice Diplomatico Longobardo, vol. III/I, Roma 1973, pp. 111-115. Abbiamo riportato la frase più significativa, ai nostri fini, del praeceptum di Astolfo, che il Mazzini conosceva solo attraverso la mediazione del Mabillon.

27 Oggi, oltre ai pezzi di intonaco recanti i graffiti, anche la lastra fotografica è perduta, ma crediamo che non si debba dubitare della buona fede del Mazzini, che in questo studio dà prova di grande serietà scientifica.

28 È verosimile che una buona parte, o forse la maggior parte, delle terre assegnate da Liutprando al monastero di Berceto (ottocento mansi, secondo quanto riferito a Flodoardo) si trovasse nell’alta Lunigiana. È molto probabile che queste terre , o parte di esse, siano state poi riassegnate da Desiderio ai monasteri da lui fondati.

29 Confronta C. Bruhl, Codice Diplomatico Longobardo, vol. III/I, Roma 1973, pp. 251-260, e in particolare p. 255 righe 13 e14.

da: Archivio Storico delle Province Parmensi 

della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi

Quarta serie, Volume LXIV – anno 2012, Parma 2013, pp. 165-180

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Il toponimo Bardi e l’etnico “Longobardi”: una nuova proposta etimologica.

Abstract

The toponym Bardi has often been read as an ethnic identifier. In this work, while critically examining these readings, the problem of theories that assign a term an ethnic origin without having demonstrated their plausible historical-linguistic correctness is addressed. These hypotheses sometimes appear to be based more on the assonance of the toponym with the name of a people, as well as on a fictionalized popular tradition, than on an adequate etymological study. Furthermore, these theories are often the result spoiled by research solely aimed at restoring to local communities a not better defined “ethnic identity”, as well as emphasizing its history for tourism and commercial purposes. This work therefore proposes an etymological rereading of this toponym starting from linguistic and social considerations.

Il toponimo Bardi è stato letto spesso come identificativo etnico. In questo intervento, nell’esaminare criticamente tali letture, si affronta il problema delle teorie che assegnano a un termine un’origine etnica senza che ne sia dimostrata la loro plausibile valenza sul piano storico-linguistico. Tali ipotesi appaiono alle volte basate maggiormente su l’assonanza del toponimo con il nome di un popolo, oltreché su una romanzata tradizione popolare che su un adeguato studio etimologico. Inoltre queste tesi sovente sono il risultato viziato da una ricerca volta a restituire ad ogni costo alle comunità locali una non ben definita “identità etnica”, oltre ad enfatizzarne la storia a scopo turistico-commerciale. Il contributo propone quindi una rilettura etimologica di questo toponimo muovendo da considerazioni linguistiche e sociali.

Premessa

Il convegno titolato Le presenze longobarde nelle regioni d’Italia. Longobardi: il quotidiano nelle fonti e nei dati materiali, tenutosi a Bardi nei giorni 21 e 22 settembre 2019, mi ha offerto l’occasione per affrontare nuovamente l’argomento dei toponimi “etnici”1, categoria a cui, secondo il parere di vari studiosi, apparterrebbe il nome di luogo Bardi accorciamento dell’etnico Longobardi e che per lo storico Vito Fumagalli sarebbe “indice di fondazione longobarda”2.

La tesi non trova unanime consenso tra i linguisti e i toponomasti, tant’è che alcuni considerano tale toponimo un derivato del personale Bardo3 ed altri dal germanico *bard nell’accezione di ‘colle’, ‘monte’ o dal celtico barr ‘cima boscosa’4. Questa diversità di pareri ha condizionato per decenni chiunque si prefiggesse di riconsiderare il tema dell’etnicità del termine e del luogo e di chiarire per la località un periodo storico di cui si hanno poche, confuse e soprattutto leggendarie notizie. Di fronte alla diversità dei pareri ha invece acquistato maggior peso nelle pubblicazioni locali l’ipotesi etnica, che presenta l’indubbio, ma anche pernicioso vantaggio, di fornire alla località così nominata una presunta identità e origine gloriosa, funzionale anche alla promozione turistica.

Se però andiamo a guardare gli studi più recenti e le novità scaturite dai dibattiti accademici sul tema dell’identità dei popoli germanici e sui processi di etnogenesi, particolarmente quella delle genti longobarde, troviamo una lettura ben diversa da quella narrata dalle storiografie romantiche e nazionalistiche otto-novecentesche germanica e italiana5 spesso “finalizzate a ricostruire il mito delle nazioni che purtroppo godono recentemente di una rivitalizzazione”6.

Ne consegue che gli esperti di toponomastica che volessero cimentarsi nello studio etimologico dei toponimi considerati di origine “etnica”, non dovrebbero prescindere dalla conoscenza dei saggi di Ernesto Sestan e di Reinhard Wenskus passando per Patrick Geary e Walter Pohl per arrivare a Giovanni Tabacco, fautore dello smantellamento della “teoria delle colonie arimanniche” sostenuta dal tedesco Fedor Schneider7, e infine a Stefano Gasparri i quali demoliscono il metodo che il Gian Piero Bognetti utilizza nella prima metà del secolo scorso per individuare insediamenti militari, fare e confini longobardi8. Tale metodo si fondava sostanzialmente sui seguenti principi:

  1. i toponimi che portano alla base il termine germanico arimann (heer-mann, ‘uomo dell’esercito’) sono la spia di uno stanziamento militare longobardo distinto da quello romano tanto nelle città come in campagna;

  2. i
    toponimi contenenti i termini fara, sala sono un sicuro indizio
    della presenza longobarda perché fanno riferimento al loro sistema
    d’organizzazione sociale;

  3. attraverso l’individuazione di toponimi d’origine germanica si possono stabilire i confini dei territori occupati dai longobardi;

  4. le intitolazioni di chiese a santi cui i longobardi erano particolarmente devoti, quali s. Michele Arcangelo e s. Giovanni Battista, sono anch’esse spia certa di fondazioni e insediamenti abitativi autonomi longobardi9.

Tali convinzioni vengono giudicate oggi dalla maggior parte degli studiosi di storia, di linguistica, di archeologia e di toponomastica frutto di un’interpretazione forzata e non accettabili acriticamente. Si tratta infatti di un modo di procedere nelle ricerche superato, in quanto s’è notato che:

  • l’onomastica non è necessariamente un elemento di identificazione etnica, come dimostrano vari nomi latini relativi a personaggi altolocati e sovrani longobardi (ad esempio il celebre longobardo Paolo Diacono10);

  • certi toponimi di origine germanica potrebbero essersi fissati in epoca successiva alla dominazione longobarda;

  • le dedicazioni di santi alle chiese non possono essere usate, da sole, come elementi probanti per stabilirne la vetustà in assenza di altre prove documentali o riscontri archeologici.

Sembra però che a tali ormai sorpassati principi si sia ispirato nel 1974 Vito Fumagalli11 per formulare l’ipotesi che attribuisce al toponimo Bardi l’origine ‘etnica’. Lo studioso si è basato in particolare su alcuni elementi che compaiono nelle carte longobarde di Varsi redatte dal 735 al 77412: l’espressione “silva arimannorum” menzionata in una Charta venditionis piacentina dell’89813, alcuni toponimi del circondario di apparente origine germanica e vari antroponimi riconducibili alla stessa lingua14. Non è chiaro come lo studioso bardigiano, pur avendo esaminato quelle carte, delle quali nemmeno una fu redatta in Bardi, dato che la località non v’è mai citata, abbia potuto individuare in quel luogo “l’originario piccolo presidio longobardo”15. Con ciò non si può escludere a priori tale ipotesi, ma rimane pur sempre un’ipotesi non dimostrata, perché, come già detto sopra, non esistono nemmeno reperti archeologici che siano interpretabili come indici di frequentazione insediativa riferibile a quel periodo.

Tale metodologia di studio16, adottata ancora oggigiorno da alcuni estimatori del Bognetti, in special modo dagli studiosi di storia locale, è da considerarsi alquanto insidiosa. Infatti, nonostante sia risaputo che il solo dato toponomastico non fornisce informazioni sufficienti ad elaborare ipotesi plausibili sul piano linguistico e scientifico, che deve necessariamente essere confrontato con i dati storico-archeologici, si concede troppo spazio all’emotività soggettiva, al fascino del mito delle origini, che è palesemente in contrasto con i criteri dettati dalla rigorosità scientifica.

Il toponimo

L’abitato di Bardi è posto in posizione indubbiamente strategica ad un altitudine di 625 m. slm., è adagiato su una sella situata tra le pendici del colle Montello, che si trova a sud del Mt. Crodolo, e l’imponente ‘rocca’ di diaspro rosso situata sulla sponda sinistra del torrente Ceno, sulla quale si erge una tra le più maestose fortezze d’epoca tardo medievale della provincia di Parma e da cui si domina tutta la vallata. Il primo esemplare di fortificazione fu edificato sulla metà superiore della roccia circa i primi del sec. IX, plausibilmente da Andrea habitator in Bardi, montanea Placentina, filius quondam Dageverti et p(ro)fessu sum lege vivere romana, forse di origine longobarda (a giudicare dal nome del padre), ma professante legge romana per ragioni che sfuggono17, il quale sul finire del secolo cedette l’altra metà della ‘roccia’ al vescovo di Piacenza Heurardo al prezzo di cento soldi. La charta venditionis dell’898 di Andrea è stata oggetto di molte discussioni pertinenti la sua autenticità nella prima metà del secolo scorso18, ma la questione è stata risolta dallo studioso piacentino Pietro Castagnoli in favore dell’autenticità nel 196119. Dalla lettura del documento si evince che il castrum edificatum esse videtur de moderno tempore e castrum modo edificatum esse videtur, a significare che nel momento della stipula – 898 – a Bardi era stato edificato “da poco” un castello20.

La prima attestazione del toponimo, tuttavia, nelle forme “de Bardi” e “in Bardi”, è precedente: si trova nell’atto di donazione che il prete Aliberto fece in favore dell’abbazia di s. Silvestro di Nonantola il 25 luglio 833: Alibertus presbiter filius quondam Iohanni de Bardi, che dona tam casis habitationis mee in Bardi vel alias tectoras, seu pro aliis singulis casalibus, una cum suprascripta ecclesia sanctorum Protasii et Gervasii, frasi che il Fumagalli estrapolò da un documento pubblicato da Lodovico Antonio Muratori nel 173921.

L’indagine

Allo scopo di addivenire ad una possibile soluzione del toponimo Bardi è stata avviata un’indagine per verificarne la diffusione. È emerso che, in rapporto alla quantità di insediamenti longobardi rinvenuti sul territorio nazionale e non solo, il numero di toponimi denominati Bardi è risultato talmente esiguo da metterne in dubbio l’origine etnica. Si deve poi notare che la maggioranza delle sepolture e delle necropoli longobarde riportate alla luce, in Italia e altrove, si trovano presso località dal nome tutt’altro che longobardo22. Inoltre non si ha notizia, a tutt’oggi, di alcun stanziamento longobardo posto nelle vicinanze di Bardi, che ne possa giustificare l’etnico. Nel contempo la ricerca ha permesso di riscontrare un significativo numero di toponimi di formazione suffissale che portano alla base la parola *bard, particolarmente nel settore dell’Italia nord-occidentale (zona della prima grande celtizzazione dei secc. IX-IV a.C., e della seconda, secc. IV-III a.C), ed in Francia, la cui base non può essere rivelatrice in tutti questi luoghi di fondazioni o stanziamenti longobardi. Ho rinviato ad un prossimo futuro lo studio delle antiche forme attestate della regione del Bardengau, attuale Lüneburger la cui capitale oggi è Bardowick, quali Bardengave, Bardungave, Bardonga, Barthunga23 e quello dei toponimi simili d’area germanica e dei molti altri segnalati come ‘etnici’ dal tedesco Förstemann24 perché appartengono ad un’area linguistica dalle diverse caratteristiche il cui studio etimologico richiede tempi alquanto lunghi25.

L’etnico Bardi

Sul piano storico la notizia dell’etnico Bardi, usato in luogo del più lungo ‘Longobardi’, ce la restituiscono fonti di tipo analitico/cronachistico e vari testi poetici ed epigrafi metriche antichi”. La fonte più nota è certamente Paolo Diacono (Historiae Langobardorum III, 19²), il quale riporta per intero l’epitaffio di Droctulf che doveva trovarsi davanti alla chiesa del s. Vitale di Ravenna26. Tuttavia, sia il termine Bardi sia il termine Longobardi emergono in queste fonti come una costruzione astratta di carattere letterario, di cui lo stesso Paolo si serve quando avverte la necessità di dover attribuire un’unica identità a quellinsieme di stirpi dette, come nell’anonimo Origo e nella Historiae di Secondo di Non, Langobardorum gentes27. In sostanza essendo i Longobardi, gruppi di persone che ancor oggi a causa delle scarsità delle fonti resta impossibile classificare, Paolo Diacono avrebbe usato il termine Bardi per definirli collettivamente. Al riguardo è necessario precisare che l’etnonimo ‘Longobardi’, fu usato per primo da Procopio di Cesarea nei suoi racconti storici”28, ma non dai contemporanei Bizantini e Romani che, per definire i nuovi invasori, utilizzavano più semplicemente i termini convenzionali hostes e barbarus. Nei documenti altomedievali piacentini, il sostantivo Bardi compare sempre nella forme in Bardis, in loco Bardi e de Bardis e non come sostantivo singolo o d’insieme. Alla luce delle conoscenze acquisite grazie all’indagine svolta, espongo qui di seguito la mia proposta per un’ipotesi etimologica aperta.

La proposta etimologica

Nell’affrontare lo studio etimologico di una parola è necessario muovere dalla consapevolezza che la quantità di foni che l’essere umano ha a disposizione per crearla sono inferiori a cento. Fatto salvo questo limite si ha che, in aree geografiche dai contesti ambientali, socio-culturali e linguistici differenti, si sono formate in modo autonomo parole uguali, ma dal valore semantico diverso. Così sembra essere il caso dell’antico termine *bard, di probabile origine celtica, che, anche per effetto della migrazione dei popoli da un continente all’altro e mutando nello spazio e nel tempo, compare in diverse lingue con diversi significati. Per lo studio di questo vocabolo ho limitato l’indagine alle lingue italiana e francese, cercando di capire il senso che può aver assunto in queste aree linguistiche evitandone la comparazione con altri ceppi linguistici.

Il toponimo Bardi è attestato per la prima volta nel sec. IX nella forma in Bardi (locuzione dial. “vó a Bārdi”). Si tratta di un toponimo dalle origini incerte, solo omofono dell’etnico Bardi, ma in realtà probabilmente formato dal sostantivo celtico bàrd più la desinenza i semivocalica proveniente da e a sua volta dal dittongo latino ae (ae < e < i). Tale sostantivo potrebbe essere passato dal celtico al lat. come *bardae (bardae < barde < bardi), volgarizzato in Bardi che è da interpretarsi come ‘locativo plurale’. L’indagine ha permesso di riscontrare altri toponimi del tipo Bardi quali:

  • Bardi (Marina di), Zoagli (GE)

  • Bardi (Colle di) Riva Trigoso (GE)

  • Bardi (Abetina del), Fonte dello Sguardo, Pontenano di Talla (AR)

Tali toponimi come quelli inseriti nell’elenco qui sottoriportato sono da considerarsi derivati del sostantivo *bard e presentano un suffisso del tipo specificativo. Essi si caratterizzano per essere situati in zone collinari e montane, particolarmente nelle immediate vicinanze di rocche e sommità isolate d’intorno. Da tale morfologia paesaggistica appare plausibile che gli abitati che vi sorsero appresso ne abbiano derivato il nome.

Ritengo plausibile, quindi, che al toponimo Bardi si possa attribuire il significato di ‘rocca’29, ‘roccia eminente’, ‘pietra sollevata e isolata d’intorno’ o ‘altura’.

Non meno interessanti sono i significati ‘sommità’, ‘cima’, ‘vetta’ (vd. irlandese barr), ‘vertice’, ‘sommità’ (vd. gallese bar), che ha proposto il Pellegrini30. Nel gaelico irlandese per i termini bàrd / bárd / bardd è accolto anche il significato di ‘poeta’ (gall. Bardo, *bardo-s), così come sono accolti ‘diga’, ‘recinzione’, ‘prato’ ed anche ‘guardia’, ‘presidio’; dall’inglese ward, ‘pascoli recintati’31. Per quanto concerne, invece, l’etimologia dei toponimi d’area francese derivati di *bard, non tutti gli studiosi la pensano allo stesso modo tant’è che alcuni vi assegnano il significato di ‘fango’, ‘limo’, ‘melma’, ‘argilla’, terreno argilloso’ e simili32.

Elenco dei toponimi del tipo suffissato con base *bard

Emilia

Bardi (PR); Bàrdine, castel S. Giovanni (PC), scomparso; Bardinezza, Gossolengo (PC); Bardone, Terenzo (PR).; Bardea (idr.), Tizzano Val Parma (PR).​_

Liguria

Bardi (Marina di), Zoagli (GE); Bardi (Colle di) Riva Trigoso (GE); Bardeneo (ant.), Bargone, Casarsa Ligure (GE); Bardineto (SV); Bardino Vecchio, Tovo S. Giacomo (SV);

Bardona (Fortezza di) Riccò del Golfo (SP).

Lombardia

Bardelle (CR); Bardelletta (CR); Bardellone, Regnone (BS); Bardinelli, Polaveno (BS); Bardineio (PV); Bardisone, Collina del, Esine (BS); Bardelle (MN).

Piemonte

Bard (Cima di), Bar Cenisio (TO); ; Bardonecchia (TO); Bardonetto (TO); Bardella, Albugnano (AT).

Toscana

Bardi (Abetina del), Fonte dello Sguardo, Pontenano di Talla (AR); Bardiglio, Fivizzano (MS); Bardiglioni, Pelago (FI); Bardinaio, Montaione (FI); Bàrdine (Il), Cecina di S. Terenzo, Fivizzano (MS); Bàrdine, Gorasco, Aulla (MS); Bàrdine, Tenerano, Aulla ; Bàrdine (Al), Castelnuovo (MS); Bardinelli, S. Sepolcro (AR); Bardò, Pontremoli (MS); Bardone, Ghizzano di Peccioli (PI); Bardoni, Marlia, Capannori (LU); Bardo (il). Bagnoli a Ripoli (FI); Bardalone, S. Marcello Pistoiese (PT); Bardacci, S. Casciano Val di Pesa (FI); Bardani, Barga (LU); Bardecco, Monterchi (AR); Bardeggiano, Colle Val d’Elsa (SI); Bardela (Punta), Marina di Campo, Isola d’Elba (LI); Bardelli, Pontremoli (MS); Bardellino (il) Fivizzano (MS); Bardesa, Pontremoli (MS); Bardette (le), Camaiore (LU).

Valle d’Aosta

Bard, Forte di, (AO); Bard, Cime du (AO); Bard, Glacier du (AO); Bard, Risseau du (AO); Bard, Or de (AO); Bard, Prè de, Val Ferret (AO); Bard, Prè de Sott, Val Ferret (AO); Bard, Col de La Salle (AO); Bard, Mont de, Avise (AO); Bardoney, Cervinia (AO).

Veneto

Bardies, Mel (BL); Bardolino (VR).

Francia

Bard, La-Roch, dip. della Loira; Bard-Lés-Regulier, Costa d’Oro, Borgogna; Bard-Lés-Pesmes, Alta Saona, Borgogna; Bard-Lès-Èpoisses; MontBard, Cote d’Or, Borgogna; Bardine (Chateau) de) Lorignac; Bardigues, Tar-Et_garomme; Bardis, Puymirol.

Conclusioni

Alla luce di quanto su esposto, sia per i toponimi detti di origine etnica, dove il loro nome rinvierebbe a quello di un popolo aggregatosi all’esercito longobardo, sia per i toponimi detti di origine longobarda, i quali nominerebbero un particolare aspetto del territorio, nell’affrontarne lo studio etimologico è consigliabile usare grande cautela ampliando gli orizzonti della ricerca al troppo spesso trascurato periodo franco ed al periodo preromano.

Ringraziamenti

Per la gentile collaborazione ringrazio la Prof.ssa Maria Giovanna Arcamone, già Professore ordinario di Filologia germanica nell’Università di Pisa, è ora titolare presso la medesima Università dell’unico insegnamento presente in Italia di Linguistica onomastica; La Prof.ssa Enrica Salvatori del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Professore Associato di Storia Medievale, Responsabile scientifico del Polo 4 del SID, Direttore del Laboratorio di Cultura Digitale dell’Università di Pisa e il Prof. Lorenzo Coser, latinista, saggista e scrittore.

Note

1 Mussi 2019, pp. 101-103.

2Zanella – Luiselli 1997, pp. 310, 553; Serra 1931, p. 276; Petracco, Petracco Sicardi, Mussi 2011, pp. 91-109, p. 94; Marcato 1997, p. 62; Fumagalli 1974, p. 54.

3Förstemann 1856, p. 214; Marcato 1997, idem; Olivieri 2001, p. 91.

4Pellegrini 2018, p. 303; Raimondi 2003, pp. 44, 71.

5Pohl 2005, pp. 88, p. 13-24; Azzara 2011, pp. 43-53; Azzara – Bonnini 2011, pp. 139-147; Berto 2016, pp. 209-234; Cingolani 1995, pp. 15-28; Fabietti 2013, p. 229; Gasparri 2003, pp. 3-28; Gasparri 2006, pp. 21-36, p. 22; Gasparri 2010, p. 38; Geary 2003, p. 12 e sg.; Aime – La Rocca 2010, pp. 43-60; Pohl 1988, pp. 567-822; Phol 2000; Rocco 2011, N° 41, pp. 285-268; Sergi 2005, pp. 39-46; Sergi 2011, pp. 227, 228; Smecca 2014 – 2015, pp. 6-14.

6Guglielmotti 2007, pp. 12, 13.

7Wenskus 1961, pp. 1-656; Geary 2009, pp. 1-199; Pohl 2005, pp. 13-24; Tabacco 1964-66, pp. 12-228; Schneider 1924, pp. 399-415.

8Cfr. Gasparri 2006, pp. 1- p. 8. Qui lo studioso, citando “L’età longobarda” di Bognetti del 1966-67, ne fa questa disamina: “Il caso più macroscopico è quello della famosa teoria delle ‘colonie arimanniche’, molto popolare presso diversi storici locali e anche presso parecchi archeologi: il toponimo arimannia avrebbe indicato lo stanziamento di guerrieri longobardi, con le loro famiglie, insediati dal re su terre pubbliche per motivi militari. Ma si tratta di un toponimo che, come ha mostrato ben quarant’anni fa Giovanni Tabacco ne I liberi del re, un libro tanto citato quanto poco compreso, si lega invece alle fortune tarde (dal secolo IX in poi) di un ceto sociale, quello dei liberi guerrieri, in rapporto all’espansione della signoria fondiaria, e non certo alla strategia militare dei re longobardi (tant’è vero che è presente in regioni che non hanno mai fatto parte del regno longobardo, come la Val d’Aosta). Tuttavia, nonostante l’autorevolezza di Tabacco, arimannia, e ancora fara, sala ed altre parole germaniche sono state e sono tuttora usate tenacemente come prove di uno stanziamento longobardo separato. E anche se l’idea della fusione fra Longobardi e Romani è oggi largamente prevalente nella storiografia specializzata, tuttavia resiste questa sorta di opinione diffusa difficile da sradicare, tanto più grave in quanto non solo gli storici locali, ma anche gli archeologi sono fortemente radicati sul territorio, e dunque le loro ricostruzioni hanno spesso un impatto maggiore di quello degli specialisti di età longobarda. Esse si fondano inoltre su una storiografia ormai superata, quella degli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo (Bognetti in primo luogo, e poi i suoi epigoni), che non si ha ancora il coraggio di mettere da parte definitivamente”.

9Cfr. Gasparri 2006, pp. 21-36, p. 22, nota 3.

10Su questo tema cfr. Gasparri 1991, Dall’età longobarda al secolo X, in “Il Medioevo”, Storia di Treviso II, pp. 3-39, a cura di D. Rando e G. M. Varanini, Distribuito in forma digitale da “Reti Medievali”, i nomi Pietro, duca friulano, Giovanni duca di Persiceta, Stabilino di Treviso e quello romano Desiderio dell’ultimo re longobardo, così pure Cipolla C. 1900 Antichi documenti del monastero trevigiano dei Santi Pietro e Teonisto, in “Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medioevo”, 22, pp. 35-75 per gli altri romano-bizantini quali Agnello, Agrestio, Candiana, Daniele, Dondo, Eraclio, Felice, Florentino, Giovenale, Giuliano, Gregorio, Littore, Lorenzo, Marino, Maurino, Petronia, Predicernio, Sabbatino, Senatore, Stabile, Tiziano, Tiziana etc.

11Fumagalli Vito (Bardi, 15 giugno 1938 – Bologna, 16 aprile 1997), storico e politico italiano, considerato tra i maggiori studiosi italiani sul Medioevo.

12Si tratta di undici pergamene che furono rinvenute presso l’archivio della chiesa di Varsi (PR), località della media Val Ceno in provincia di Parma, attualmente sono conservate presso la Biblioteca Capitolare del Duomo di Piacenza. Varsi è una località della media Val Ceno in provincia di Parma il cui nome, nella forma Varissio, è attestato per la prima volta nella pergamena dell’11 gennaio 735. Al riguardo cfr. Bonacini 2002, in Le Carte Longobarde di Varsi, Varsi, p. 60.

13 Castagnoli 1961, pp. 165 -171.

14Fumagalli 1974, pp. 13 – 59.

15Fumagalli 1974, pp. 21, 61.

16Cfr. Bognetti 1967, pp. 305-345.

17Sul tema della diffusione dei nomi propri di persona di origine germanica e romana cfr. Pohl 2005, La discussa identità etnica dei Longobardi, in “I Longobardi e le Alpi”, Atti della Giornata di Studio “Clusae Longobardorum, i Longobardi e le Alpi”, La Biblioteca di Segusium, 6 marzo 2004, Vol. 4, SUSA, pp. 23, 24, dove lo studioso, prendendo da Francovich Onesti Nicoletta (2000), L’antroponimia longobarda della Toscana: caratteri e diffusione, in “Rivista italiana di onomastica”, VI (2), pp. 364-66, afferma che già nel secolo VIII l’onomastica longobarda si era diffusa tra i vescovi, tra i molti Romani del ceto dirigente ed anche tra i servi: Una popolazione che parla lingua latina, ma che usa nomi germanici Questa distribuzione non riflette per certo lontani origini etniche, ma un processo di longobardizzazione dell’auto-percezione: i nomi longobardi conferivano un prestigio superiore”.

18Muratori 1739, cc. 213-215; Tiraboschi 1785, pp. 48-50.

19Cfr. Castagnoli 1961, pp. 170, 171: “Si tratta di un atto di vendita stipulato presso l’attuale località Faggio di Piacenza (Corte al Faggio) nell’anno 898 di cui l’originale è conservato presso l’Archivio Capitolare della Cattedrale di Piacenza, coll. ‘Originale (A), Pergamene, Vendite, Cantonale 2°, cassetta 16’, che fu pubblicato per la prima volta dallo studioso piacentino Castagnoli Pietro nel 1961”.

20Enrica Salvatori, del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Professore Associato di Storia Medievale, Responsabile scientifico del Polo 4 del SID, Direttore del Laboratorio di Cultura Digitale dell’Università di Pisa, dopo aver esaminato su mia richiesta il documento annota: “Il documento è alto medievale, il castello era stato edificato da poco, lo confermano il significato dei termini ‘moderno’ e modo’; dal documento si capisce che il vescovo Heuerado compra il suolo su cui è edificato che evidentemente era in pietra (cosa normale se in alto); il termine ‘castrum’ è sempre fortificazione, può essere piccola (torre) o più ampia, ma a quest’epoca non riguarda un intero villaggio, se così fosse ci sarebbero probabilmente citati alcuni annessi (chiesa, mercato, etc.). Potrebbe essere stato un bel castrum come una struttura più piccola”.

21Cfr. Fumagalli 1974, pp.12, 13.

22Cfr. Azzara 6 marzo, 2004, pp. 25-38, p. 31: “Vennero così da loro prescelte le città che già avevano avuto un qualche rilievo nelle epoche anteriori, in età tardoromana e gota, dislocate lungo le maggiori vie di traffico e fornite di strutture adeguate, oppure dei centri sopraelevati sulla pianura, validi come punto di osservazione e guardia. Nell’arco alpino gli insediamenti significativi si collocarono a quote generalmente inferiori agli ottocento metri, quindi non in montagna, ma piuttosto allo sbocco delle valli, lungo le strade, che costituivano il vero polo d’interesse strategico. Attraenti per l’insediamento furono pure le aree più fertili, coltivate o adatte al pascolo”.

23 Rotili 2010, P. 4.

24Cfr. Förstemann 1913, pp. 362-365.

25In ogni caso, ritengo di non poter escludere a priori la possibilità che per alcuni toponimi d’area germanica dalla radice bard- possa realmente esistere un nesso causale tra il nome ed il popolo dei Longobardi.

26Ringrazio la Prof.ssa Lidia Capo per la gentile consulenza sul tema, riguardo al quale esprime questa opinione: “Nell’epitaffio di Droctulf (In Hl III, 19) Bardi vuol dire certamente Longobardi e il termine è attestato in questo senso da altri testi poetici e da epigrafi metriche. Normalmente è inteso come abbreviazione del troppo lungo termine Longobardi, il che spiega il suo uso poetico; però viene connesso ai longobardi anche in aree extra italiane: lo stesso Bardengau, nel Luneburg, prende il nome dai longobardi, che nell’area continuarono ad essere presenti anche dopo che una loro parte, forse la più consistente, aveva iniziato la seconda migrazione, quella che la porterà in Italia. Quanto alla possibilità che sia usato per attribuire un’unica identità a un insieme di popoli è addirittura verosimile: non è però nel passo di Paolo, che specifica che Droctulf era di stirpe sveva, cioè alamanna, e non longobarda, mostrando che per lui queste distinzioni avevano un senso reale”, cfr. Capo L. 1992, Paolo Diacono. Storia dei longobardi, p. 474, nota 3. Cfr. anche Iannucci 2011, in Poesia, storia e narrazioni esemplari: Droctulf da Croce a Borges, in “Bizantinisca, Rivista di Studi Bizantini e Slavi”, Fondazione Centro Italiano di Studi sull’Alto Medievo, Spoleto, n. 8. pp. 235.

Epitaffio di Droctulfo

Clauditur hoc tumulo, tantum sed corpore, Drocton;

Nam meritis toto vivit in orbe suis.

Cum Bardis fuit ipse quidem, nam gente Suavus;

Omnibus et populis inde suavis erat.

5 Terribilis visu facies, sed mente benignus,

Longaque robusto pectore barba fuit.

Hic et amans semper Romana ac publica signa,

Vastator genti adfuit ipse suae.

Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,

10 Hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam.

Huius prima fuit Brexilli gloria capti;

Quo residens cunctis hostibus horror Bardi

Quo Romana potens valuit post signa iubare,

Vexillum primum Christus habere dedit.

15 Inde etiam, retinet dum Classem fraude Faroaldus,

Vindicet ut Classem, classibus arma parat.

Puppibus exiguis decertans amne Badrino,

Bardorum innumeras vicit et ipse Bardi manus.

Rursus et in terris Avarem superavit eois,

20 Conquirens dominis maxima lucra suis.

Martyris auxilio Vitalis fultus, ad istos

Pervenit victor saepe triumphos ovans;

Cuius et in templis petiit sua membra iacere,

Haec loca post mortem bustis habere iubat.

25 Ipse sacerdotum moriens petit ista Iohannem,

His rediit terris cuius amore pio.

27Cfr. Roberto 2000, p. 385: “Al moderno studioso dell’etnogenesi non deve sfuggire che si tratta quasi sempre di nomi vuoti, di definizioni altamente artificiali e fittizie, dotate tuttavia di una significativa funzionalità… Dunque l’articolazione di grandi ed antiche categorie etnografiche come Celtae, Scythae o Germani in numerosi sottogruppi, cioè in nomi di popoli, deve riferirsi all’esigenza culturale e politica di organizzazione del mondo, di definizione in concetti fissi di percezioni piuttosto fluide e sfuggenti”.

28Cesaretti 2012, pp. 19-75.

29GPC 2019, bard.

30Pellegrini 2018, p. 111.

31Macbain 1911, P. 30.

32Pégorier 2006, bard, bart.

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Autore: Sergio Mussi

Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.

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