Il toponimo Bardi e l’etnico “Longobardi”: una nuova proposta etimologica.

Abstract

The toponym Bardi has often been read as an ethnic identifier. In this work, while critically examining these readings, the problem of theories that assign a term an ethnic origin without having demonstrated their plausible historical-linguistic correctness is addressed. These hypotheses sometimes appear to be based more on the assonance of the toponym with the name of a people, as well as on a fictionalized popular tradition, than on an adequate etymological study. Furthermore, these theories are often the result spoiled by research solely aimed at restoring to local communities a not better defined “ethnic identity”, as well as emphasizing its history for tourism and commercial purposes. This work therefore proposes an etymological rereading of this toponym starting from linguistic and social considerations.

Il toponimo Bardi è stato letto spesso come identificativo etnico. In questo intervento, nell’esaminare criticamente tali letture, si affronta il problema delle teorie che assegnano a un termine un’origine etnica senza che ne sia dimostrata la loro plausibile valenza sul piano storico-linguistico. Tali ipotesi appaiono alle volte basate maggiormente su l’assonanza del toponimo con il nome di un popolo, oltreché su una romanzata tradizione popolare che su un adeguato studio etimologico. Inoltre queste tesi sovente sono il risultato viziato da una ricerca volta a restituire ad ogni costo alle comunità locali una non ben definita “identità etnica”, oltre ad enfatizzarne la storia a scopo turistico-commerciale. Il contributo propone quindi una rilettura etimologica di questo toponimo muovendo da considerazioni linguistiche e sociali.

Premessa

Il convegno titolato Le presenze longobarde nelle regioni d’Italia. Longobardi: il quotidiano nelle fonti e nei dati materiali, tenutosi a Bardi nei giorni 21 e 22 settembre 2019, mi ha offerto l’occasione per affrontare nuovamente l’argomento dei toponimi “etnici”1, categoria a cui, secondo il parere di vari studiosi, apparterrebbe il nome di luogo Bardi accorciamento dell’etnico Longobardi e che per lo storico Vito Fumagalli sarebbe “indice di fondazione longobarda”2.

La tesi non trova unanime consenso tra i linguisti e i toponomasti, tant’è che alcuni considerano tale toponimo un derivato del personale Bardo3 ed altri dal germanico *bard nell’accezione di ‘colle’, ‘monte’ o dal celtico barr ‘cima boscosa’4. Questa diversità di pareri ha condizionato per decenni chiunque si prefiggesse di riconsiderare il tema dell’etnicità del termine e del luogo e di chiarire per la località un periodo storico di cui si hanno poche, confuse e soprattutto leggendarie notizie. Di fronte alla diversità dei pareri ha invece acquistato maggior peso nelle pubblicazioni locali l’ipotesi etnica, che presenta l’indubbio, ma anche pernicioso vantaggio, di fornire alla località così nominata una presunta identità e origine gloriosa, funzionale anche alla promozione turistica.

Se però andiamo a guardare gli studi più recenti e le novità scaturite dai dibattiti accademici sul tema dell’identità dei popoli germanici e sui processi di etnogenesi, particolarmente quella delle genti longobarde, troviamo una lettura ben diversa da quella narrata dalle storiografie romantiche e nazionalistiche otto-novecentesche germanica e italiana5 spesso “finalizzate a ricostruire il mito delle nazioni che purtroppo godono recentemente di una rivitalizzazione”6.

Ne consegue che gli esperti di toponomastica che volessero cimentarsi nello studio etimologico dei toponimi considerati di origine “etnica”, non dovrebbero prescindere dalla conoscenza dei saggi di Ernesto Sestan e di Reinhard Wenskus passando per Patrick Geary e Walter Pohl per arrivare a Giovanni Tabacco, fautore dello smantellamento della “teoria delle colonie arimanniche” sostenuta dal tedesco Fedor Schneider7, e infine a Stefano Gasparri i quali demoliscono il metodo che il Gian Piero Bognetti utilizza nella prima metà del secolo scorso per individuare insediamenti militari, fare e confini longobardi8. Tale metodo si fondava sostanzialmente sui seguenti principi:

  1. i toponimi che portano alla base il termine germanico arimann (heer-mann, ‘uomo dell’esercito’) sono la spia di uno stanziamento militare longobardo distinto da quello romano tanto nelle città come in campagna;

  2. i
    toponimi contenenti i termini fara, sala sono un sicuro indizio
    della presenza longobarda perché fanno riferimento al loro sistema
    d’organizzazione sociale;

  3. attraverso l’individuazione di toponimi d’origine germanica si possono stabilire i confini dei territori occupati dai longobardi;

  4. le intitolazioni di chiese a santi cui i longobardi erano particolarmente devoti, quali s. Michele Arcangelo e s. Giovanni Battista, sono anch’esse spia certa di fondazioni e insediamenti abitativi autonomi longobardi9.

Tali convinzioni vengono giudicate oggi dalla maggior parte degli studiosi di storia, di linguistica, di archeologia e di toponomastica frutto di un’interpretazione forzata e non accettabili acriticamente. Si tratta infatti di un modo di procedere nelle ricerche superato, in quanto s’è notato che:

  • l’onomastica non è necessariamente un elemento di identificazione etnica, come dimostrano vari nomi latini relativi a personaggi altolocati e sovrani longobardi (ad esempio il celebre longobardo Paolo Diacono10);

  • certi toponimi di origine germanica potrebbero essersi fissati in epoca successiva alla dominazione longobarda;

  • le dedicazioni di santi alle chiese non possono essere usate, da sole, come elementi probanti per stabilirne la vetustà in assenza di altre prove documentali o riscontri archeologici.

Sembra però che a tali ormai sorpassati principi si sia ispirato nel 1974 Vito Fumagalli11 per formulare l’ipotesi che attribuisce al toponimo Bardi l’origine ‘etnica’. Lo studioso si è basato in particolare su alcuni elementi che compaiono nelle carte longobarde di Varsi redatte dal 735 al 77412: l’espressione “silva arimannorum” menzionata in una Charta venditionis piacentina dell’89813, alcuni toponimi del circondario di apparente origine germanica e vari antroponimi riconducibili alla stessa lingua14. Non è chiaro come lo studioso bardigiano, pur avendo esaminato quelle carte, delle quali nemmeno una fu redatta in Bardi, dato che la località non v’è mai citata, abbia potuto individuare in quel luogo “l’originario piccolo presidio longobardo”15. Con ciò non si può escludere a priori tale ipotesi, ma rimane pur sempre un’ipotesi non dimostrata, perché, come già detto sopra, non esistono nemmeno reperti archeologici che siano interpretabili come indici di frequentazione insediativa riferibile a quel periodo.

Tale metodologia di studio16, adottata ancora oggigiorno da alcuni estimatori del Bognetti, in special modo dagli studiosi di storia locale, è da considerarsi alquanto insidiosa. Infatti, nonostante sia risaputo che il solo dato toponomastico non fornisce informazioni sufficienti ad elaborare ipotesi plausibili sul piano linguistico e scientifico, che deve necessariamente essere confrontato con i dati storico-archeologici, si concede troppo spazio all’emotività soggettiva, al fascino del mito delle origini, che è palesemente in contrasto con i criteri dettati dalla rigorosità scientifica.

Il toponimo

L’abitato di Bardi è posto in posizione indubbiamente strategica ad un altitudine di 625 m. slm., è adagiato su una sella situata tra le pendici del colle Montello, che si trova a sud del Mt. Crodolo, e l’imponente ‘rocca’ di diaspro rosso situata sulla sponda sinistra del torrente Ceno, sulla quale si erge una tra le più maestose fortezze d’epoca tardo medievale della provincia di Parma e da cui si domina tutta la vallata. Il primo esemplare di fortificazione fu edificato sulla metà superiore della roccia circa i primi del sec. IX, plausibilmente da Andrea habitator in Bardi, montanea Placentina, filius quondam Dageverti et p(ro)fessu sum lege vivere romana, forse di origine longobarda (a giudicare dal nome del padre), ma professante legge romana per ragioni che sfuggono17, il quale sul finire del secolo cedette l’altra metà della ‘roccia’ al vescovo di Piacenza Heurardo al prezzo di cento soldi. La charta venditionis dell’898 di Andrea è stata oggetto di molte discussioni pertinenti la sua autenticità nella prima metà del secolo scorso18, ma la questione è stata risolta dallo studioso piacentino Pietro Castagnoli in favore dell’autenticità nel 196119. Dalla lettura del documento si evince che il castrum edificatum esse videtur de moderno tempore e castrum modo edificatum esse videtur, a significare che nel momento della stipula – 898 – a Bardi era stato edificato “da poco” un castello20.

La prima attestazione del toponimo, tuttavia, nelle forme “de Bardi” e “in Bardi”, è precedente: si trova nell’atto di donazione che il prete Aliberto fece in favore dell’abbazia di s. Silvestro di Nonantola il 25 luglio 833: Alibertus presbiter filius quondam Iohanni de Bardi, che dona tam casis habitationis mee in Bardi vel alias tectoras, seu pro aliis singulis casalibus, una cum suprascripta ecclesia sanctorum Protasii et Gervasii, frasi che il Fumagalli estrapolò da un documento pubblicato da Lodovico Antonio Muratori nel 173921.

L’indagine

Allo scopo di addivenire ad una possibile soluzione del toponimo Bardi è stata avviata un’indagine per verificarne la diffusione. È emerso che, in rapporto alla quantità di insediamenti longobardi rinvenuti sul territorio nazionale e non solo, il numero di toponimi denominati Bardi è risultato talmente esiguo da metterne in dubbio l’origine etnica. Si deve poi notare che la maggioranza delle sepolture e delle necropoli longobarde riportate alla luce, in Italia e altrove, si trovano presso località dal nome tutt’altro che longobardo22. Inoltre non si ha notizia, a tutt’oggi, di alcun stanziamento longobardo posto nelle vicinanze di Bardi, che ne possa giustificare l’etnico. Nel contempo la ricerca ha permesso di riscontrare un significativo numero di toponimi di formazione suffissale che portano alla base la parola *bard, particolarmente nel settore dell’Italia nord-occidentale (zona della prima grande celtizzazione dei secc. IX-IV a.C., e della seconda, secc. IV-III a.C), ed in Francia, la cui base non può essere rivelatrice in tutti questi luoghi di fondazioni o stanziamenti longobardi. Ho rinviato ad un prossimo futuro lo studio delle antiche forme attestate della regione del Bardengau, attuale Lüneburger la cui capitale oggi è Bardowick, quali Bardengave, Bardungave, Bardonga, Barthunga23 e quello dei toponimi simili d’area germanica e dei molti altri segnalati come ‘etnici’ dal tedesco Förstemann24 perché appartengono ad un’area linguistica dalle diverse caratteristiche il cui studio etimologico richiede tempi alquanto lunghi25.

L’etnico Bardi

Sul piano storico la notizia dell’etnico Bardi, usato in luogo del più lungo ‘Longobardi’, ce la restituiscono fonti di tipo analitico/cronachistico e vari testi poetici ed epigrafi metriche antichi”. La fonte più nota è certamente Paolo Diacono (Historiae Langobardorum III, 19²), il quale riporta per intero l’epitaffio di Droctulf che doveva trovarsi davanti alla chiesa del s. Vitale di Ravenna26. Tuttavia, sia il termine Bardi sia il termine Longobardi emergono in queste fonti come una costruzione astratta di carattere letterario, di cui lo stesso Paolo si serve quando avverte la necessità di dover attribuire un’unica identità a quellinsieme di stirpi dette, come nell’anonimo Origo e nella Historiae di Secondo di Non, Langobardorum gentes27. In sostanza essendo i Longobardi, gruppi di persone che ancor oggi a causa delle scarsità delle fonti resta impossibile classificare, Paolo Diacono avrebbe usato il termine Bardi per definirli collettivamente. Al riguardo è necessario precisare che l’etnonimo ‘Longobardi’, fu usato per primo da Procopio di Cesarea nei suoi racconti storici”28, ma non dai contemporanei Bizantini e Romani che, per definire i nuovi invasori, utilizzavano più semplicemente i termini convenzionali hostes e barbarus. Nei documenti altomedievali piacentini, il sostantivo Bardi compare sempre nella forme in Bardis, in loco Bardi e de Bardis e non come sostantivo singolo o d’insieme. Alla luce delle conoscenze acquisite grazie all’indagine svolta, espongo qui di seguito la mia proposta per un’ipotesi etimologica aperta.

La proposta etimologica

Nell’affrontare lo studio etimologico di una parola è necessario muovere dalla consapevolezza che la quantità di foni che l’essere umano ha a disposizione per crearla sono inferiori a cento. Fatto salvo questo limite si ha che, in aree geografiche dai contesti ambientali, socio-culturali e linguistici differenti, si sono formate in modo autonomo parole uguali, ma dal valore semantico diverso. Così sembra essere il caso dell’antico termine *bard, di probabile origine celtica, che, anche per effetto della migrazione dei popoli da un continente all’altro e mutando nello spazio e nel tempo, compare in diverse lingue con diversi significati. Per lo studio di questo vocabolo ho limitato l’indagine alle lingue italiana e francese, cercando di capire il senso che può aver assunto in queste aree linguistiche evitandone la comparazione con altri ceppi linguistici.

Il toponimo Bardi è attestato per la prima volta nel sec. IX nella forma in Bardi (locuzione dial. “vó a Bārdi”). Si tratta di un toponimo dalle origini incerte, solo omofono dell’etnico Bardi, ma in realtà probabilmente formato dal sostantivo celtico bàrd più la desinenza i semivocalica proveniente da e a sua volta dal dittongo latino ae (ae < e < i). Tale sostantivo potrebbe essere passato dal celtico al lat. come *bardae (bardae < barde < bardi), volgarizzato in Bardi che è da interpretarsi come ‘locativo plurale’. L’indagine ha permesso di riscontrare altri toponimi del tipo Bardi quali:

  • Bardi (Marina di), Zoagli (GE)

  • Bardi (Colle di) Riva Trigoso (GE)

  • Bardi (Abetina del), Fonte dello Sguardo, Pontenano di Talla (AR)

Tali toponimi come quelli inseriti nell’elenco qui sottoriportato sono da considerarsi derivati del sostantivo *bard e presentano un suffisso del tipo specificativo. Essi si caratterizzano per essere situati in zone collinari e montane, particolarmente nelle immediate vicinanze di rocche e sommità isolate d’intorno. Da tale morfologia paesaggistica appare plausibile che gli abitati che vi sorsero appresso ne abbiano derivato il nome.

Ritengo plausibile, quindi, che al toponimo Bardi si possa attribuire il significato di ‘rocca’29, ‘roccia eminente’, ‘pietra sollevata e isolata d’intorno’ o ‘altura’.

Non meno interessanti sono i significati ‘sommità’, ‘cima’, ‘vetta’ (vd. irlandese barr), ‘vertice’, ‘sommità’ (vd. gallese bar), che ha proposto il Pellegrini30. Nel gaelico irlandese per i termini bàrd / bárd / bardd è accolto anche il significato di ‘poeta’ (gall. Bardo, *bardo-s), così come sono accolti ‘diga’, ‘recinzione’, ‘prato’ ed anche ‘guardia’, ‘presidio’; dall’inglese ward, ‘pascoli recintati’31. Per quanto concerne, invece, l’etimologia dei toponimi d’area francese derivati di *bard, non tutti gli studiosi la pensano allo stesso modo tant’è che alcuni vi assegnano il significato di ‘fango’, ‘limo’, ‘melma’, ‘argilla’, terreno argilloso’ e simili32.

Elenco dei toponimi del tipo suffissato con base *bard

Emilia

Bardi (PR); Bàrdine, castel S. Giovanni (PC), scomparso; Bardinezza, Gossolengo (PC); Bardone, Terenzo (PR).; Bardea (idr.), Tizzano Val Parma (PR).​_

Liguria

Bardi (Marina di), Zoagli (GE); Bardi (Colle di) Riva Trigoso (GE); Bardeneo (ant.), Bargone, Casarsa Ligure (GE); Bardineto (SV); Bardino Vecchio, Tovo S. Giacomo (SV);

Bardona (Fortezza di) Riccò del Golfo (SP).

Lombardia

Bardelle (CR); Bardelletta (CR); Bardellone, Regnone (BS); Bardinelli, Polaveno (BS); Bardineio (PV); Bardisone, Collina del, Esine (BS); Bardelle (MN).

Piemonte

Bard (Cima di), Bar Cenisio (TO); ; Bardonecchia (TO); Bardonetto (TO); Bardella, Albugnano (AT).

Toscana

Bardi (Abetina del), Fonte dello Sguardo, Pontenano di Talla (AR); Bardiglio, Fivizzano (MS); Bardiglioni, Pelago (FI); Bardinaio, Montaione (FI); Bàrdine (Il), Cecina di S. Terenzo, Fivizzano (MS); Bàrdine, Gorasco, Aulla (MS); Bàrdine, Tenerano, Aulla ; Bàrdine (Al), Castelnuovo (MS); Bardinelli, S. Sepolcro (AR); Bardò, Pontremoli (MS); Bardone, Ghizzano di Peccioli (PI); Bardoni, Marlia, Capannori (LU); Bardo (il). Bagnoli a Ripoli (FI); Bardalone, S. Marcello Pistoiese (PT); Bardacci, S. Casciano Val di Pesa (FI); Bardani, Barga (LU); Bardecco, Monterchi (AR); Bardeggiano, Colle Val d’Elsa (SI); Bardela (Punta), Marina di Campo, Isola d’Elba (LI); Bardelli, Pontremoli (MS); Bardellino (il) Fivizzano (MS); Bardesa, Pontremoli (MS); Bardette (le), Camaiore (LU).

Valle d’Aosta

Bard, Forte di, (AO); Bard, Cime du (AO); Bard, Glacier du (AO); Bard, Risseau du (AO); Bard, Or de (AO); Bard, Prè de, Val Ferret (AO); Bard, Prè de Sott, Val Ferret (AO); Bard, Col de La Salle (AO); Bard, Mont de, Avise (AO); Bardoney, Cervinia (AO).

Veneto

Bardies, Mel (BL); Bardolino (VR).

Francia

Bard, La-Roch, dip. della Loira; Bard-Lés-Regulier, Costa d’Oro, Borgogna; Bard-Lés-Pesmes, Alta Saona, Borgogna; Bard-Lès-Èpoisses; MontBard, Cote d’Or, Borgogna; Bardine (Chateau) de) Lorignac; Bardigues, Tar-Et_garomme; Bardis, Puymirol.

Conclusioni

Alla luce di quanto su esposto, sia per i toponimi detti di origine etnica, dove il loro nome rinvierebbe a quello di un popolo aggregatosi all’esercito longobardo, sia per i toponimi detti di origine longobarda, i quali nominerebbero un particolare aspetto del territorio, nell’affrontarne lo studio etimologico è consigliabile usare grande cautela ampliando gli orizzonti della ricerca al troppo spesso trascurato periodo franco ed al periodo preromano.

Ringraziamenti

Per la gentile collaborazione ringrazio la Prof.ssa Maria Giovanna Arcamone, già Professore ordinario di Filologia germanica nell’Università di Pisa, è ora titolare presso la medesima Università dell’unico insegnamento presente in Italia di Linguistica onomastica; La Prof.ssa Enrica Salvatori del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Professore Associato di Storia Medievale, Responsabile scientifico del Polo 4 del SID, Direttore del Laboratorio di Cultura Digitale dell’Università di Pisa e il Prof. Lorenzo Coser, latinista, saggista e scrittore.

Note

1 Mussi 2019, pp. 101-103.

2Zanella – Luiselli 1997, pp. 310, 553; Serra 1931, p. 276; Petracco, Petracco Sicardi, Mussi 2011, pp. 91-109, p. 94; Marcato 1997, p. 62; Fumagalli 1974, p. 54.

3Förstemann 1856, p. 214; Marcato 1997, idem; Olivieri 2001, p. 91.

4Pellegrini 2018, p. 303; Raimondi 2003, pp. 44, 71.

5Pohl 2005, pp. 88, p. 13-24; Azzara 2011, pp. 43-53; Azzara – Bonnini 2011, pp. 139-147; Berto 2016, pp. 209-234; Cingolani 1995, pp. 15-28; Fabietti 2013, p. 229; Gasparri 2003, pp. 3-28; Gasparri 2006, pp. 21-36, p. 22; Gasparri 2010, p. 38; Geary 2003, p. 12 e sg.; Aime – La Rocca 2010, pp. 43-60; Pohl 1988, pp. 567-822; Phol 2000; Rocco 2011, N° 41, pp. 285-268; Sergi 2005, pp. 39-46; Sergi 2011, pp. 227, 228; Smecca 2014 – 2015, pp. 6-14.

6Guglielmotti 2007, pp. 12, 13.

7Wenskus 1961, pp. 1-656; Geary 2009, pp. 1-199; Pohl 2005, pp. 13-24; Tabacco 1964-66, pp. 12-228; Schneider 1924, pp. 399-415.

8Cfr. Gasparri 2006, pp. 1- p. 8. Qui lo studioso, citando “L’età longobarda” di Bognetti del 1966-67, ne fa questa disamina: “Il caso più macroscopico è quello della famosa teoria delle ‘colonie arimanniche’, molto popolare presso diversi storici locali e anche presso parecchi archeologi: il toponimo arimannia avrebbe indicato lo stanziamento di guerrieri longobardi, con le loro famiglie, insediati dal re su terre pubbliche per motivi militari. Ma si tratta di un toponimo che, come ha mostrato ben quarant’anni fa Giovanni Tabacco ne I liberi del re, un libro tanto citato quanto poco compreso, si lega invece alle fortune tarde (dal secolo IX in poi) di un ceto sociale, quello dei liberi guerrieri, in rapporto all’espansione della signoria fondiaria, e non certo alla strategia militare dei re longobardi (tant’è vero che è presente in regioni che non hanno mai fatto parte del regno longobardo, come la Val d’Aosta). Tuttavia, nonostante l’autorevolezza di Tabacco, arimannia, e ancora fara, sala ed altre parole germaniche sono state e sono tuttora usate tenacemente come prove di uno stanziamento longobardo separato. E anche se l’idea della fusione fra Longobardi e Romani è oggi largamente prevalente nella storiografia specializzata, tuttavia resiste questa sorta di opinione diffusa difficile da sradicare, tanto più grave in quanto non solo gli storici locali, ma anche gli archeologi sono fortemente radicati sul territorio, e dunque le loro ricostruzioni hanno spesso un impatto maggiore di quello degli specialisti di età longobarda. Esse si fondano inoltre su una storiografia ormai superata, quella degli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo (Bognetti in primo luogo, e poi i suoi epigoni), che non si ha ancora il coraggio di mettere da parte definitivamente”.

9Cfr. Gasparri 2006, pp. 21-36, p. 22, nota 3.

10Su questo tema cfr. Gasparri 1991, Dall’età longobarda al secolo X, in “Il Medioevo”, Storia di Treviso II, pp. 3-39, a cura di D. Rando e G. M. Varanini, Distribuito in forma digitale da “Reti Medievali”, i nomi Pietro, duca friulano, Giovanni duca di Persiceta, Stabilino di Treviso e quello romano Desiderio dell’ultimo re longobardo, così pure Cipolla C. 1900 Antichi documenti del monastero trevigiano dei Santi Pietro e Teonisto, in “Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medioevo”, 22, pp. 35-75 per gli altri romano-bizantini quali Agnello, Agrestio, Candiana, Daniele, Dondo, Eraclio, Felice, Florentino, Giovenale, Giuliano, Gregorio, Littore, Lorenzo, Marino, Maurino, Petronia, Predicernio, Sabbatino, Senatore, Stabile, Tiziano, Tiziana etc.

11Fumagalli Vito (Bardi, 15 giugno 1938 – Bologna, 16 aprile 1997), storico e politico italiano, considerato tra i maggiori studiosi italiani sul Medioevo.

12Si tratta di undici pergamene che furono rinvenute presso l’archivio della chiesa di Varsi (PR), località della media Val Ceno in provincia di Parma, attualmente sono conservate presso la Biblioteca Capitolare del Duomo di Piacenza. Varsi è una località della media Val Ceno in provincia di Parma il cui nome, nella forma Varissio, è attestato per la prima volta nella pergamena dell’11 gennaio 735. Al riguardo cfr. Bonacini 2002, in Le Carte Longobarde di Varsi, Varsi, p. 60.

13 Castagnoli 1961, pp. 165 -171.

14Fumagalli 1974, pp. 13 – 59.

15Fumagalli 1974, pp. 21, 61.

16Cfr. Bognetti 1967, pp. 305-345.

17Sul tema della diffusione dei nomi propri di persona di origine germanica e romana cfr. Pohl 2005, La discussa identità etnica dei Longobardi, in “I Longobardi e le Alpi”, Atti della Giornata di Studio “Clusae Longobardorum, i Longobardi e le Alpi”, La Biblioteca di Segusium, 6 marzo 2004, Vol. 4, SUSA, pp. 23, 24, dove lo studioso, prendendo da Francovich Onesti Nicoletta (2000), L’antroponimia longobarda della Toscana: caratteri e diffusione, in “Rivista italiana di onomastica”, VI (2), pp. 364-66, afferma che già nel secolo VIII l’onomastica longobarda si era diffusa tra i vescovi, tra i molti Romani del ceto dirigente ed anche tra i servi: Una popolazione che parla lingua latina, ma che usa nomi germanici Questa distribuzione non riflette per certo lontani origini etniche, ma un processo di longobardizzazione dell’auto-percezione: i nomi longobardi conferivano un prestigio superiore”.

18Muratori 1739, cc. 213-215; Tiraboschi 1785, pp. 48-50.

19Cfr. Castagnoli 1961, pp. 170, 171: “Si tratta di un atto di vendita stipulato presso l’attuale località Faggio di Piacenza (Corte al Faggio) nell’anno 898 di cui l’originale è conservato presso l’Archivio Capitolare della Cattedrale di Piacenza, coll. ‘Originale (A), Pergamene, Vendite, Cantonale 2°, cassetta 16’, che fu pubblicato per la prima volta dallo studioso piacentino Castagnoli Pietro nel 1961”.

20Enrica Salvatori, del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, Professore Associato di Storia Medievale, Responsabile scientifico del Polo 4 del SID, Direttore del Laboratorio di Cultura Digitale dell’Università di Pisa, dopo aver esaminato su mia richiesta il documento annota: “Il documento è alto medievale, il castello era stato edificato da poco, lo confermano il significato dei termini ‘moderno’ e modo’; dal documento si capisce che il vescovo Heuerado compra il suolo su cui è edificato che evidentemente era in pietra (cosa normale se in alto); il termine ‘castrum’ è sempre fortificazione, può essere piccola (torre) o più ampia, ma a quest’epoca non riguarda un intero villaggio, se così fosse ci sarebbero probabilmente citati alcuni annessi (chiesa, mercato, etc.). Potrebbe essere stato un bel castrum come una struttura più piccola”.

21Cfr. Fumagalli 1974, pp.12, 13.

22Cfr. Azzara 6 marzo, 2004, pp. 25-38, p. 31: “Vennero così da loro prescelte le città che già avevano avuto un qualche rilievo nelle epoche anteriori, in età tardoromana e gota, dislocate lungo le maggiori vie di traffico e fornite di strutture adeguate, oppure dei centri sopraelevati sulla pianura, validi come punto di osservazione e guardia. Nell’arco alpino gli insediamenti significativi si collocarono a quote generalmente inferiori agli ottocento metri, quindi non in montagna, ma piuttosto allo sbocco delle valli, lungo le strade, che costituivano il vero polo d’interesse strategico. Attraenti per l’insediamento furono pure le aree più fertili, coltivate o adatte al pascolo”.

23 Rotili 2010, P. 4.

24Cfr. Förstemann 1913, pp. 362-365.

25In ogni caso, ritengo di non poter escludere a priori la possibilità che per alcuni toponimi d’area germanica dalla radice bard- possa realmente esistere un nesso causale tra il nome ed il popolo dei Longobardi.

26Ringrazio la Prof.ssa Lidia Capo per la gentile consulenza sul tema, riguardo al quale esprime questa opinione: “Nell’epitaffio di Droctulf (In Hl III, 19) Bardi vuol dire certamente Longobardi e il termine è attestato in questo senso da altri testi poetici e da epigrafi metriche. Normalmente è inteso come abbreviazione del troppo lungo termine Longobardi, il che spiega il suo uso poetico; però viene connesso ai longobardi anche in aree extra italiane: lo stesso Bardengau, nel Luneburg, prende il nome dai longobardi, che nell’area continuarono ad essere presenti anche dopo che una loro parte, forse la più consistente, aveva iniziato la seconda migrazione, quella che la porterà in Italia. Quanto alla possibilità che sia usato per attribuire un’unica identità a un insieme di popoli è addirittura verosimile: non è però nel passo di Paolo, che specifica che Droctulf era di stirpe sveva, cioè alamanna, e non longobarda, mostrando che per lui queste distinzioni avevano un senso reale”, cfr. Capo L. 1992, Paolo Diacono. Storia dei longobardi, p. 474, nota 3. Cfr. anche Iannucci 2011, in Poesia, storia e narrazioni esemplari: Droctulf da Croce a Borges, in “Bizantinisca, Rivista di Studi Bizantini e Slavi”, Fondazione Centro Italiano di Studi sull’Alto Medievo, Spoleto, n. 8. pp. 235.

Epitaffio di Droctulfo

Clauditur hoc tumulo, tantum sed corpore, Drocton;

Nam meritis toto vivit in orbe suis.

Cum Bardis fuit ipse quidem, nam gente Suavus;

Omnibus et populis inde suavis erat.

5 Terribilis visu facies, sed mente benignus,

Longaque robusto pectore barba fuit.

Hic et amans semper Romana ac publica signa,

Vastator genti adfuit ipse suae.

Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,

10 Hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam.

Huius prima fuit Brexilli gloria capti;

Quo residens cunctis hostibus horror Bardi

Quo Romana potens valuit post signa iubare,

Vexillum primum Christus habere dedit.

15 Inde etiam, retinet dum Classem fraude Faroaldus,

Vindicet ut Classem, classibus arma parat.

Puppibus exiguis decertans amne Badrino,

Bardorum innumeras vicit et ipse Bardi manus.

Rursus et in terris Avarem superavit eois,

20 Conquirens dominis maxima lucra suis.

Martyris auxilio Vitalis fultus, ad istos

Pervenit victor saepe triumphos ovans;

Cuius et in templis petiit sua membra iacere,

Haec loca post mortem bustis habere iubat.

25 Ipse sacerdotum moriens petit ista Iohannem,

His rediit terris cuius amore pio.

27Cfr. Roberto 2000, p. 385: “Al moderno studioso dell’etnogenesi non deve sfuggire che si tratta quasi sempre di nomi vuoti, di definizioni altamente artificiali e fittizie, dotate tuttavia di una significativa funzionalità… Dunque l’articolazione di grandi ed antiche categorie etnografiche come Celtae, Scythae o Germani in numerosi sottogruppi, cioè in nomi di popoli, deve riferirsi all’esigenza culturale e politica di organizzazione del mondo, di definizione in concetti fissi di percezioni piuttosto fluide e sfuggenti”.

28Cesaretti 2012, pp. 19-75.

29GPC 2019, bard.

30Pellegrini 2018, p. 111.

31Macbain 1911, P. 30.

32Pégorier 2006, bard, bart.

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Autore: Sergio Mussi

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