Borgoratto, Mormorolo, Borgo Priolo e dintorni…

OLTREPÒ PAVESE: Percorsi storico archeologici per la valorizzazione del territorio a cura di Silvia Lusuardi Siena e Simona Sironi. Borgoratto, Mormorolo, Borgo Priolo e dintorni: toponimi in una terra di confine contesa tra città e diocesi (Pavia e Piacenza, Tortona e Bobbio). Mi auguro che questo studio possa portare un decisivo contributo alla spinosa questione del suffisso ratto- , per ciò che attinge al toponimo Borgoratto dell’Oltrepò Pavese, nonché per le denominazioni Mormorolo, Borgo Priolo, Postema e Zebedo.

Sergio Mussi

Abstract

Lo studio rientra nell’ambito di un’auspicabile futura indagine toponomastica da estendersi a tutto il territorio delle valli Coppa e Staffora, con l’obiettivo di trovare soluzioni ai toponimi non ancora risolti, riconsiderando le proposte etimologiche errate, e di porre le premesse per nuovi dibattiti con l’augurio che ciò possa portare un significativo contributo al rinnovato interesse per la storia dell’Oltrepò Pavese; limitatamente ai toponimi riportati nel titolo e a pochi altri relativi alle zone d’interesse, lo studio ha permesso di formulare alcune ipotesi sostenibili.

Parole chiavi: toponomastica – valli Coppa e Staffora – Borgoratto – Mormorola – Mormorolo – Borgo Priolo – Postema – Zebedo.

The objective of the study falls within the ambit of a desirable future toponimy investigation to be span to the whole the territory of the Coppa and Staffora valleys, for the purpose to find one solutions to toponyms that have not yet been resolved, reconsidering of the incorrect etymologies and lay the foundations for new debates with the hope that this will make a significant contribution to the renewed interest in the history og Oltrepò pavese; restricted to toponyms reported in the title and a to few others relating to the areas of interest, the treaty made it possible to formulate some sustainable hypotheses.

Keynwords: toponymy – Coppa and Staffora valleys – Borgoratto – Mormorola – Mormorolo – Borgo Priolo – Postema – Zebedo.

Premessa

Lo studio si prefigge di dare risposte sostenibili su alcuni toponimi non ancora risolti della Val di Coppa riconsiderando le proposte etimologiche pregresse, formulando alcune ipotesi nuove e ponendo premesse per nuovi dibattiti nell’auspicio che ciò possa portare un significativo contributo al rinnovato interesse per la storia dell’Oltrepò Pavese. Particolare attenzione è stata dedicata al toponimo Borgoratto, che a tutt’oggi non trova una soluzione condivisibile: s’intende così fornire un piccolo contributo per una futura indagine toponomastica relativa a tutto il territorio delle valli Coppa e Staffora1.

Borgoratto

Ant. Borgarati2, dial: Bùrgrát / Bùrgrāt – loc. dial. “a vagh a Bùrgrát3

Il comune di Borgoratto Mormorolo è situato nellOltrepò Pavese, in provincia di Pavia. Il binomio che lo distingue dal Borgoratto Alessandrino, gli venne assegnato con regio decreto del 15 marzo 1863 n. 1211, dopo che nel XVIII secolo fu separato da quello di Fortunago e unito all’entità territoriale di Mormorola4 assumendo, prima il nome Valle di Borgoratto e poi solo Borgoratto5. Il borgo, di origini medievali, è adagiato su un terrazzo di valle rivolto a nord a un’altitudine media di circa 340 metri s.l.m. Il nucleo principale è formato di case addossate le une alle altre lungo un percorso che nel medioevo congiungeva Pavia a Bobbio6 attraverso la Val di Coppa7. La remota frequentazione di questo itinerario troverebbe conferma nei Miracula sancti Culumbani8, manoscritto anonimo del sec. X, in cui è descritto il viaggio di ritorno effettuato dai monaci bobbiensi tra il 17 e il 30 luglio del 929, dopo che si recarono a Pavia da re Ugo di Provenza per ottenere la restituzione dei beni sottratti dai fratelli Guido e Raginerio, rispettivamente vescovo e conte di Piacenza9.

Il territorio di Borgoratto nel passato fu oggetto di contesa, prima tra l’abbazia di Bobbio e la diocesi di Tortona, poi tra l’abbazia, la città e diocesi di Piacenza e il monastero di S. Martino di Pavia.10. A mettere per primo in discussione l’autonomia del coenobium bobiense, pretesa dall’abate Bertulfo – i cui possedimenti comprendevano anche la zona di Borgoratto – fu il vescovo Probo di Tortona che invece li rivendicò alla sua diocesi. La questione fu risolta a Roma, l’11 giugno 628, da Onorio I con l’emissione di una bolla a favore dell’abate.11 Nel corso dei secoli successivi furono molto i tentativi di sottrarre parte del territorio al monastero, dal quale dipendeva anche la curtis Memoriola, particolarmente ad ad opera di funzionari laici ed ecclesiastici. Tuttavia, la prima notizia della perdita della curtis risale ai primi decenni del sec. X quando venne usurpata al monastero di Bobbio da Gandolfo conte di Piacenza, nonché fedele di Berengario12. Nello stesso periodo il conte e marchese Radaldo, importante personaggio del regno «che già aveva avuto in beneficio la domuicoltilis (vd. domusculta) di Barbada»13, tentò di appropriarsi indebitamente di parte del territorio soggetto alla curtis di Memoriola, dove tuttora insiste l’abitato di Borgoratto, «inserendovi anche dei suoi uomini»14. Il tentativo fallì grazie ad un placito di Berengario del 915 che ne stabilì la restituzione al cenobio15. Pochi decenni dopo furono i fratelli Guido e Raginerio di Piacenza ad appropriarsi di altre terre ai monaci bobbiensi, Alla metà del sec. X anche la diocesi di Tortona riuscì nell’intento di sottrarre beni al monastero per mano del vescovo Giseprando16, quando nell’943 ne divenne l’abate. Ultimo testimone di queste vicende, forse, l’antica pieve di Mormorola dedicata ai SS. Cornelio e Cipriano, sovrastante il paese, e divenuta recentemente oggetto di studio17. Sarebbe necessario, però, procedere ad ulteriori verifiche della documentazione archivistica parrocchiale e diocesana perché la tradizione orale locale conserva memoria di un complesso monastico addossato alla chiesa di Mormorola – l’insieme di più edifici costituenti il presunto monastero, demoliti attorno agli anni cinquanta del secolo scorso18. Nel secolo XIX la popolazione di Borgoratto si serviva ancora di un oratorio situato in località Poggio, oggi scomparso. I defunti venivano sepolti presso il cimitero di Torre degli Alberi, a differenza dei monaci le cui tombe si troverebbero invece sotto il sagrato antistante la chiesa.

L’indagine

A seguito di unindagine cartografica, condotta sull’intero territorio della penisola e delle conseguenti ricerche di fonti documentarie e bibliografiche, è emerso un numero considerevole di località denominate Borgoratto e altre con radice rat19, raad e ròd e rot, situate per la maggior parte nell’Italia settentrionale, limitatamente all’area geografica occupata dalle regioni Lombardia, Piemonte, Emilia e Liguria. Una discreta presenza di toponimi con la radice rad, rat, rot e ruot si riscontra anche in Toscana20. L’assenza di una spiegazione plausibile per questa radice nel latino classico e in quello medievale ha indotto a ricercare il termine ràt nell’uso toponomastico di altre lingue. La zona oggetto di questo studio subì una forte celtizzazione nei secc. VIII-VI a.C. e successivamente nei sec. IV-III a.C.21. Un proficuo scambio d’opinioni con Elena Triantafillis22, ha portato a considerare la possibilità che la terminazione rát, del dial. Bùrgrát, sia un sostantivo di provenienza celtica col valore di ‘radura’. I lessici rath, ráith e rát, dall’aspetto semantico molto ampio e dallo sviluppo diacronico, sono presenti in modo particolare nel gaelico e nel tedesco, come è confermato nell’ampia letteratura linguistica e nei molti studi archeologici23. Nell’antico gaelico irlandese l’uso di ráth era molto diffuso24. In ambito agricolo, aveva il senso di «donazione data come contropartita», quindi ‘obbligazione’, ‘garanzia capitale’, ed era usato soprattutto per la regolazione dei contratti. Nell’ordinamento giuridico, ráth, era un concetto fondamentale adoperato per disciplinare molteplici norme, come sostiene Nuti: «si tratta di un impegno su cui s’impostavano molte delle più importanti leggi di quel ricco sistema giuridico. In sintesi, è una ‘garanzia’, formale e sostanziale, che si realizza nei modi e con le funzioni più varie: beni, prerogative sociali e persone stesse sono impegnate come garanti del rispetto di regole di ogni tipo e dei rapporti tra individui. L’adempimento delle condizioni di un contratto, ad esempio, è assicurato da un Ráth, che, in ultima analisi, rimanda ad assicurazioni di valore economico. Ráth, si noti, indica anche la persona stessa che funge da ‘garante’»25.

Fig. 1. Veduta aerea degli scavi di due Rath e relativi recinti portati in luce a Roestown nella Contea di Meath, Repubblica d’Irlanda (Kinsella 2010, p. 114). Si ringrazia il dottor Donald Murphy, direttore di ACSU (Archaeological Consultancy Services Unit Ireland), che ha gentilmente fornito l’immagine qui pubblicata (l’immagine è di proprietà dello Studio Lab).

Fig. 2. Ricostruzione di un Rath altomedievale a Cahercommaun, Contea Clare, Repubblica d’Irlanda, che mostra un probabile sito reale, con piccoli giardini per verdure e cereali immediatamenet contigui, e aperta campagna per il bestiame in ambienti più ampi (The Early Medieval Archaeology project). Per l’immagine si ringraziano ACSU (Archaeological Consultancy Services Unit Ireland) e Studio Lab.

Infatti, a partire dalle prime invasioni barbariche (sec V d.C.), nelle fattorie della campagna irlandese si provvide a munire i Ràth (agricoltural settlement, ‘insediamento agricolo’), di muretti o pali di legno a scopo difensivo. Nel mondo della magia e della religione, erano significate da Ráth le parole grazia’, ‘dono’, ‘favore’ e ‘beneficio’. Nel gaelico scozzese, a Ráth era attribuito il senso di ‘cerchia27. Nell’Aberdeenshire e nel Banffhire i Ráth erano delle fattorie ognuna delle quali apparteneva ad una sola famiglia, che aveva così la terra necessaria per il proprio sostentamento. I Rath, secondo il Brehon law28, per essere costituiti legalmente richiedevano una casa d’abitazione, una stalla per i buoi, un porcile, un recinto per le pecore e una stalla per vitelli, tutti circondati da un fossato o da un bastione costituito da piccoli pali per la protezione. Rath nelle leggi irlandesi significava fattoria, il nome è il corrispondente del nostro podere il quale, però, doveva essere costituito da sette edifici29. In Scozia esistono varie località nominate Ratho. Un toponimo ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi. Ad avvalorare l’ipotesi che il suffisso dial. –rat, ‘ratto’ sia di origine celtica e non latina, è il riscontro nella lingua cimbra e nell’antico alto tedesco del vocabolo Rat (*germ. raþa), al quale sono attribuiti i significati di ‘ruota’, ‘cerchio’ (pron. Râd). Si tratta del termine da cui sono derivate le forme Ráaéed < Ráat < Rat < Rad (pron. Rad