Il monte Bardone e le origini di Berceto

I secoli dell’Appennino“. Antiche Porte editrice, Reggio Emilia, dicembre 2011, La Nuova Tipolito snc, Felina (Reggio Emilia). I secoli dell’Appennino. info@anticheporte.it. Poteri, territorio e popolamento in Val di Taro tra antichità e Medioevo. Atti della giornata di studio Berceto, 2 luglio 2011, organizzazione a cura di Ermanno Winsemann Falghera

A. LA VIA DI MONTE BARDONE

Le fonti storiche

Le più antiche notizie del “Monte Bardone” risalgono all’VIII secolo dopo Cristo. Nella sua Historia Langobardorum, scritta fra gli anni 787 e 789 d.C., lo storico e poeta longobardo Paolo Varnefrido, meglio conosciuto come Paolo Diacono, parlando della spedizione del re longobardo Grimoaldo (662-671) contro Forlimpopoli, che riuscì a conquistare attaccandola di sorpresa dalla parte dell’Appennino, dice che il suo esercito era entrato prima in Toscana all’insaputa dei Bizantini … per Alpem Bardonis1 . E più avanti, dopo aver detto che il re dei Longobardi Liutprando nei luoghi dove viveva abitualmente faceva costruire molte basiliche in onore di Cristo, scrive: In summa quoque Bardonis Alpe monasterium quod Bercetum dicitur aedificavit2 . Sempre nell’VIII secolo Carlo Magno, in un capitolato stilato nel 754 a Quierzy3 , si impegna insieme a suo padre Pipino con papa Stefano II, e l’impegno è confermato nel 774 a papa Adriano I, a concedere alla Santa Sede il territorio a sud della linea che andava ...a Lunis (Luni), cum insula Corsica, deinde in Suriano (Sorano presso Filattiera), deinde in Monte Bardone, id est in Verceto (Berceto), deinde in Parma, deinde in Regio, et exinde in Mantua atque Monte Silicis (Monselice). E’ quindi nel capitolato di Quierzy, e non in Paolo Diacono, che parla sempre di “Alpe Bardonis” o, per identificare il luogo del monastero di Berceto, di summa Alpe Bardonis, che troviamo l’espressione “Monte Bardone”. Purtroppo questa espressione è stata usata anche per tradurre i brani di Paolo Diacono: in particolare quello che ricorda la fondazione del monastero di Berceto anche in tempi recenti è stato tradotto erroneamente in questo modo: “Anche sulla cima del monte Bardone edificò un monastero chiamato Berceto”4 . Eppure già nei suoi Annali d’Italia del 1764 Ludovico Antonio Muratori aveva ben più correttamente tradotto: “…edificò eziandio nell’Alpe di Bardone, cioè nelle montagne di Parma, il Monistero di Berceto”. Per parte nostra non ci scostiamo di molto dal Muratori nel tradurre: “Edificò inoltre un monastero, detto di Berceto, sito nella parte più alta dell’Alpe di Bardone”. Come si vede abbiamo scelto una traduzione il più possibile fedele al testo di Paolo Diacono, con la sola licenza di tradurre “detto di Berceto” anziché “detto Berceto”, in quanto Berceto è evidentemente il nome del luogo in cui è stato costruito il monastero, come è dimostrato, oltre che da altre considerazioni che svolgeremo in seguito, dallo stesso testo del Capitolato di Quierzy, che ha …in Verceto5.

Il “Monte Bardone”

Le espressioni dei due testi: “…in Monte Bardone, id est in Verceto…” e “…in summa quoque Bardonis Alpe monasterium quod Bercetum dicitur aedificavit…” si riferiscono quindi allo stesso luogo, cioè all’attuale Berceto, in cui è stato costruito il monastero, e certamente non alla cima di un monte o a un punto in cui il cammino da Parma a Luni superava lo spartiacque appenninico, come ad esempio il passo della Cisa. Se ne deve anche dedurre che le espressioni “…in Monte Bardone…” e “...in summa Bardonis Alpe…” sono equivalenti. In effetti fino a tempi abbastanza recenti (…rispetto a quelli di cui ci stiamo occupando!) con il termine “monte” non si intendeva una vetta, che per i contadini non aveva valore, in quanto economicamente inutilizzabile, bensì la parte alta del territorio appartenente a un centro abitato, in contrapposizione al termine “valle”. Si può notarlo facilmente leggendo i Catasi ed Estimi farnesiani dei secc. XVI-XVII. Ben più preciso il termine “alpe”, che aveva sostituito, con lo stesso significato di “alpeggio”, “territorio di pascolo montano”, i termini saltus e appenninus, che troviamo nella tavola di Veleia6. Il termine “alpe” è ancor oggi vivo con lo stesso significato in molti dialetti e riccamente testimoniato nella toponomastica. Nell’VIII secolo poi in molti documenti è stato dato il nome di “alpe” a un territorio montano, anche molto esteso, delimitato da confini precisi e utilizzato prevalentemente per l’alpeggio e lo sfruttamento dei boschi, ma anche, laddove era possibile, per le coltivazioni: un esempio ci è dato da un praeceptum del 714 dello stesso re Liutprando, relativo ai confini dell’Alpe quae dicitur Plana, in val d’Aveto7 . Tale era certamente anche l’Alpe di Bardone, che doveva comprendere tutta la costa montuosa che da Bardone, oggi frazione del comune di Terenzo, sale fino al crinale della Cisa, delimitata da un lato dal torrente Baganza, dall’altro dal fiume Taro e dal torrente Manubiola. Per summa Bardonis Alpe si sarà inteso il settore di questo territorio più prossimo al crinale appenninico, dove effettivamente sorge Berceto. Il toponimo Bardone può derivare da un originario Bardonis, genitivo di un nome di persona Bardo, che è anche l’etnico dei Longobardi (al proposito si veda il nome del comune di Bardi)8. In Bardone, una collocazione ideale per un grande fundus romano, dove doveva essersi insediata una fara9 longobarda, sia che il significato del toponimo sia “il luogo appartenente a Bardo”, sia che ci si debba invece più genericamente riferire all’occupazione del territorio da parte dei Longobardi, che è certamente avvenuta, insieme alla fissazione del toponimo, già nel VI secolo.

Monasterium quod Bercetum dicitur

Per quanto detto sopra, si può quindi affermare che in un luogo che era già chiamato Berceto fu posata la prima pietra del monastero attorno a cui, col passar degli anni, si è andato formando il paese che ancor oggi ne conserva il nome. Quando precisamente ciò sia avvenuto non si può sapere con certezza, in quanto Paolo Diacono non ce lo dice, ma si sa che Liutprando regnò dal 712 al 744 dopo Cristo. Sulla fondazione del monastero, e soprattutto sul suo primo periodo di vita sotto Liutprando e gli ultimi re longobardi, contiamo di ritornare con un nostro contributo il prossimo anno in occasione del tredicesimo centenario, che sarà celebrato, con una scelta a nostro avviso corretta, nell’anniversario dell’inizio del regno di Liutprando.

Berceto in epoca romana

Sappiamo che il toponimo Berceto era preesistente alla fondazione del monastero ed è molto probabile, anche se non assolutamente certo, che sia il continuatore dei saltus praediaque Berusetis riportati dalla Tavola di Veleia (inizio del II secolo d.C.) come parte delle proprietà dei Coloni lucenses. I Coloni lucenses, probabilmente dei proprietari terrieri della Lunigiana, che apparteneva al territorio del municipium di Lucca, si erano consorziati per acquistare e sfruttare delle proprietà in Lucensi et in Veleiate et in Parmense et in Placentino et Montibus. I saltus praediaque Berusetis appartenevano verosimilmente al territorio di Parma. L’area poteva essere utilizzata già allora sia per il pascolo e lo sfruttamento del bosco che per le coltivazioni, come sembrerebbe suggerire l’espressione saltus praediaque, ma l’interesse maggiore dei Coloni Lucenses10 doveva essere per l’alpeggio estivo delle loro greggi, che andavano poi a svernare in Lunigiana. Berusetis, certamente un toponimo d’area, come dimostra la forma all’ablativo plurale, poteva essere dunque nel II secolo d. C. la denominazione di quella che sarebbe poi stata la summa Bardonis Alpe. Quanto all’etimologia del toponimo, sappiamo che si tratta certamente di un fitotoponimo, cioè un nome di pianta, come dimostra il suffisso latino -eto, ma la base *beruso- che si ricava non è latina e di conseguenza non è facile individuarne il significato. Anche questo costituirà per noi un obiettivo di ricerca in vista del prossimo anno. La via di “Monte Bardone” nel VI e VII secolo L’itinerario che attraversa l’Appennino tra Parma e Luni passando per la Cisa è di gran lunga quello che utilizza il valico più basso e facilmente transitabile in tutto il settore nord-occidentale dell’Appennino tosco-emiliano. Come tale doveva essere frequentato in epoca imperiale, anche se non c’è giunta notizia sicura di una strada che lo percorresse11 . Con la rottura dell’unità del territorio italiano nel VI secolo d.C. e la sua trasformazione in un campo di battaglia, dapprima fra Goti e Bizantini, poi fra questi ultimi e i Longobardi, anche le terre traversate da questo itinerario, il cui controllo era diventato strategico, seguirono le alterne vicende dei confronti militari. La presenza dei Bizantini in Lunigiana ebbe inizio con l’occupazione di Luni nel 554, nell’ultimo scorcio della guerra greco-gotica, ma il controllo dell’Appennino deve essere stato assunto dai Bizantini già nel 553, se, pur essendo tutta la Toscana ancora saldamente in mano ai Goti, il loro ultimo re Teia, venendo da Pavia, per scendere in Campania dovette passare vicino all’Adriatico. La situazione dei Bizantini nel 554 non è facile, perché, mentre sono impegnati nell’assedio della piazzaforte gota di Lucca, che resisterà per mesi prima di arrendersi, in Italia è disceso un numerosissimo esercito di Franchi, comandato dai duchi Leutari e Butilino, che si è attestato in Parma12 . Per impedire che le residue forze dei Goti potessero congiungersi coi Franchi, o che questi andassero al soccorso di Lucca, era essenziale per i Bizantini mantenere saldamente il controllo dell’Appennino e potervi spostare rapidamente le forze disponibili. L’area di Berceto doveva essere in quel tempo un punto nodale del sistema di comunicazioni dei Bizantini, essendo posta all’intersezione del percorso da Parma a Luni con un percorso immediatamente a nord del crinale appenninico. La vittoria definitiva di Narsete sui Franchi e sui Goti nel 555 segna per l’Italia l’inizio di un breve periodo di pace, che terminerà con l’invasione longobarda del 568. E’ da ascrivere al 570 la discesa dei Longobardi in Toscana, con ogni probabilità proprio attraverso la via della Cisa: da quella data ha perciò inizio l’occupazione longobarda di Bardone e Berceto. In quell’anno anche la Lunigiana cadde quindi in mano ai Longobardi, che nei venti anni successivi per passare dall’Emilia in Toscana dovettero utilizzare la via Parma-Luni fino ad Aulla e risalire poi la valle dell’Aulella, per calare a Lucca attraverso la Garfagnana. Scendere direttamente in Garfagnana non era possibile, finché i Bizantini mantennero il controllo del castrum di Bismantova, che era certamente ancora in loro mani all’inizio del periodo dell’interregno dei duchi nel 57413 . La situazione cambiò a partire dal 590. L’offensiva condotta in quell’anno dall’esarca Romano in alleanza coi Franchi portò per un breve periodo alla sottomissione ai Bizantini dei duchi longobardi di Parma e Piacenza14. I Bizantini dovettero approfittarne per recuperare il controllo della Lunigiana, sbarrando così il corridoio che permetteva di comunicare con la Toscana attraverso la Garfagnana. La controffensiva del nuovo re longobardo Agilulfo gli permise di riconquistare Parma e Piacenza, che da allora non furono più governate da duchi, bensì da gastaldi dipendenti direttamente dal re, e lo portò fino alle porte di Roma. Il passaggio dell’Appennino avvenne verosimilmente più a est, probabilmente attraverso il passo di Pradarena, e in questa occasione Bismantova15 dovette cadere in mano ai Longobardi. E’ probabile che la Lunigiana sia invece rimasta bizantina dal 590 fino alla conquista della Maritima Italorum da parte di Rotari attorno all’anno 643 e che a questo lungo periodo risalgano, le fortificazioni ritrovate nell’area di Filattiera 16 e a Monte Castello . Per oltre mezzo secolo la via di “Monte Bardone”, divisa fra Longobardi e Bizantini, cessò dunque di essere un collegamento fra il nord e il centro d’Italia, come dimostra la Vita sancti Bertulfi di Giona, in cui Bismantova è ricordata come una delle tappe del viaggio fatto nel 628 d.C. dal santo tornando a Bobbio da Roma. Questo ruolo fu riassunto nella seconda metà del VII secolo, per non essere più perduto.

B. I TOPONIMI DEL PRIVILEGIO DI RE UGO

Con un diploma rogato in Pavia il 17 febbraio 927 Ugo di Provenza, re d’Italia dal 926 al 945, concedeva vari possessi ai canonici del monastero di Berceto, affinchè potessero provvedere al proprio mantenimento, confermando una bolla di papa Benedetto17. Se si tratti di documento autentico, di una falsificazione, o addirittura di un falso è oggetto di discussione, non però l’importanza del documento18. In questa sede non intendiamo comunque entrare nella discussione sull’autenticità del documento, bensì procedere all’analisi dei toponimi in esso contenuti e all’identificazione, nella misura del possibile, dei possedimenti concessi al monastero di Berceto. Di seguito diamo l’elenco dei possedimenti, con l’avvertenza che esso è ripetuto due volte nel testo del diploma, di cui ci è arrivata una copia del XVII secolo, per cui lo stesso toponimo è a volte reso,
o compreso, in forme leggermente diverse: per parte nostra abbiamo scelto quella a nostro avviso più fedele, riportando l’altra fra parentesi. Abbiamo dunque: …in Pagazziano mansos duo, in Matalitulo similiter duos, in Roationi unum, in Insula unum, videlicet in Casaca mansos duos cum silva que dicitur Orbitula molendinosque ibi sitos duos seu et gaium unum, nec non in Bergaute (alcuni leggono Bergante) mansos tres, et in Busitulo mansos duos, et in Ulmitulo unum, et in Bante similiter unum, et petias duas de prato, quod iam antea soliti fuerunt habere, videlicet curticellam de Viriano (anche Virialo) cum mansis triginta tribus et precariis tribus cum servis et ancillis ibidem pertinentibus et aliis quos modo in illorum detinet manus… . Come si vede si tratta di quindici mansi, distribuiti in nove località diverse, che i canonici iam ante soliti fuerunt habere, più la curticella de Viriano, che sembra quindi una nuova concessione, che da sola conta ben trentatre mansi. Procediamo quindi all’analisi dei singoli possedimenti nell’ordine in cui sono citati nel diploma.

1. in Pagazziano mansos duo

Corrisponde a Pagazzano, frazione del comune di Berceto, posto su un crinale a circa 700 metri di altitudine. La pronuncia dialettale è Pagasàn. Nel Rotulus decimarum del 1230 abbiamo …ecclesia de Pagazano. Il toponimo è un prediale derivante dal gentilizio romano Pacatius19, vi è quindi all’origine un *fundus Pacatianus. In provincia di Bergamo vi è un toponimo identico: il comune di Pagazzano, in dialetto Pagasà, attestato nel 1186 come Pagazanum20.

2. in Matalitulo duos

Corrisponde alla località chiamata in dialetto Matalèi, con la t intensa, ubicata sulla sinistra del torrente Grontone, a nord-est di Pagazzano e a sud di Isola, in comune di Berceto. Le case indicate nella cartina dell’IGM come C. Matteo in dialetto vengono nominate Cà d’Matalèi. La pronuncia dialettale corrisponde a un *Mataleto o *Mattaleto21. Sempre nel Parmense, in comune di Langhirano, abbiamo un identico toponimo Mattaleto. Non abbiamo trovato altri esempi al di fuori della provincia di Parma e non deve essere un caso, perché è proprio in provincia di Parma che per indicare il sorbo montano si è conservato il termine dialettale matàl, proveniente dal sostrato celtico. Si tratta quindi di un fitotoponimo composto da matàl + -eto. E’ invece incerto se il significato sia specificamente quello di “bosco di sorbi” o più genericamente di “luogo dove crescono piante adatte a fornire pali”. Ancor oggi si chiama infatti ‘màtero’ il pollone di castagno, utilizzato per fare pali per le viti, màttero o matterello il legno tondo usato per spianare la pasta. Inoltre il termine ‘matallo’, costruito evidentemente a partire da matàl, è utilizzato in documenti scritti, nel 1625 per indicare il sorbo montano, ma nel 1731 per indicare il viburno. Abbiamo infine il termine di origine celtica, transitato anche in latino, mattaris / mataris / matara con il significato di giavellotto. Si può quindi ipotizzare una base celtica originaria *mattàl / mattàr col significato di “palo”, “asta”22.

3. in Roationi unum

Corrisponde alla località Razzola, in dialetto Rasöla (con s sonoro), o anche al Rasöli, giacchè le Razzole sono tre: di sopra, di sotto e di mezzo. Si tratta di una zona ampia, con molto bosco e una parte di coltivo, situata a sud-ovest di Pagazzano, in comune di Berceto, ad un’altezza media di 700 metri. Roationi deriva da un latino tardo *rogationis, probabilmente un *loca rogationis, col significato di “luoghi del taglio”. Il termine rogatio nell’Alto Medioevo veniva utilizzato per indicare il taglio, nel nostro caso del bosco23. Roationi costituisce uno stadio iniziale nell’evoluzione del toponimo, in cui si è già verificata solo la caduta della g intervocalica, ma non la fusione delle vocali. L’aggiunta del suffisso -ola è certamente avvenuta in epoca medioevale, dato che nei Catasti Farnesiani troviamo alle Ragiole o alle Regiole.

4. in Insula unum

Corrisponde a Isola, località posta nel cuneo formato dalla confluenza del torrente Grontone nel Taro, in comune di Berceto24. La forma dialettale è ísla. Consiste in un grande podere con boschi e campi.

5. in Casaca mansos duo cum silva que dicitur Orbitula molendinosque ibi sitos duo seu et gaium unum

Corrisponde a Casacca, posta a 470 metri di altezza sopra la riva destra del Taro, a nord-est di Ghiare e a ovest di Pagazzano, in comune di Berceto. La pronuncia dialettale è Casáca, con s sorda e intensa. Le prime attestazioni scritte successive al privilegio di Re Ugo sono del XIII secolo: Caxacca nel Rotulus del 1230 e Casachia nella Ratio decimarum del 1299. Nel XV secolo abbiamo Casacha, Caxacha e Casacca. Nei Catasti Farnesiani abbiamo anche Cassacha25. All’origine vi è un prediale romano formato dal gentilizio Cassius e dal suffisso -aco, di origine celtica, quindi probabilmente una *colonia Cassiaca, oppure, se si tratta di un neutro plurale, *loca Cassiaca. La scomparsa della i la troviamo anche nei tanti Cassano, derivati da originari *fundus Cassianus. Hanno la stessa etimologia di Casacca anche Cassacco, in Friuli a nord di Udine, testimoniato come tale (*in Cassacco) già nel 1202, e Cassago, in Brianza26. La vicinanza del paese di Cassio, anch’esso un toponimo prediale formato dal gentilizio Cassius, ma nella forma senza suffisso, suggerisce che la gens Cassia abbia avuto un ruolo importante nella proprietà fondiaria romana della zona. La silva Orbitula corrisponde alla zona boschiva compresa fra Casacca e il rio Erbettola, la cui pronuncia dialettale è erbètla / arbètla, con la vocale iniziale indistinta. Erbettola è certamente il continuatore di Orbitula, che ha alla base il gentilizio Orbius, o un suo derivato27 26 , più il suffisso –ula. Il nome della silva Orbitula richiama anche quello del fundus Orbianiacus della Tavola di Veleia, sito nel pago Dianio del territorio veleiate, cioè nell’odierna Valmozzola, dall’altra parte del Taro rispetto a Casacca. I due molini dovevano essere lungo il corso del rio Erbettola. Il gaium si spiega con il termine longobardo gahagi, col significato di “luogo recintato e sottoposto a defensum”. Da gahagi, attraverso le forme intermedie gahaio, gaio e gagio, attestate nei documenti, si arriva agli esiti gaggio o gazzo della toponomastica attuale. Corrisponde al bosco posto alle spalle di Casacca, che risale la costa del monte. Infatti nei Catasti Farnesiani del 1598 di Casacha di Berzetto tale Agostino di Gabbi, cittadino di Parma, denuncia alcune terre che sono poste in detta villa, fra le quali una “…in Costa di Monte in locho detto al Monte dello Gogio, confina con le proprietà di Lario per una parte, al detto padrone per un’altra parte e a Bertino del Monte Alto28 per un’altra parte, quale è salda pascholiva, in monte in locho detto come di sopra…”.

6. in Bergaute mansos tres.

Corrisponde a Bergotto, frazione del comune di Berceto, posta a 500 metri di altezza, dove confluiscono i due rami sorgentizi del torrente Manubiola29. La pronuncia dialettale è Bargút / Bergút. Le forme storiche più antiche sono: Cappelle de Bergotto nel 1230, Ecclesia de Banguto, sempre nel 1230, Barguto nella seconda metà del XIV secolo30. Non possono perciò esservi dubbi che la lettura corretta è Bergaute e non Bergante. Si tratta certamente di un toponimo di origine germanica. Si può ipotizzare una derivazione da berg + haupt, ove haupt ha lo stesso significato di caput latino, quindi un calco sul latino caput montis, “là dove termina il monte”, con riferimento al monte che scende ripido nel cuneo fra le due Manubiola, di Corchia e di Valbona, proprio davanti a
Bergotto.

7. in Busitulo mansos duos

Corrisponde a Bussetolo, località in comune di Berceto, a nord-ovest di Roccaprebalza, posta a circa 400 metri di altezza sopra la sponda destra della Manubiola. La pronuncia dialettale è Büsèidel. Si tratta di un fitotoponimo, composto da buxus (bosso) più il suffisso -eto, quindi un “bosco di bossi”, a cui è stato aggiunto il suffisso -ulo, forse a indicare un luogo piccolo.

8. in Ulmitulo unum

Corrisponde a Medolo, località in comune di Berceto, a nord di Roccaprebalza, posta in costa a 700 metri di altezza. La pronuncia dialettale è al Mèidel. Si tratta anche in questo caso di un fitotoponimo, composto da ulmus (olmo) più il suffisso -eto, cioè un “olmeto”, a cui è stato aggiunto il suffisso -ulo. A Medolo si arriva con la caduta del nesso iniziale ul-.

9. in Bante unum et petias duo de prato

Non siamo riusciti a trovare nella toponomastica attuale una corrispondenza per questa località, che dovrebbe comunque trovarsi, come tutte le altre otto che la precedono, nel territorio di Berceto. Per l’origine del toponimo, si può forse pensare a un prediale. Bantius era infatti un gentilizio romano31.

10. curticellam de Viriano cum mansis triginta tribus et precariis tribus cum servis et ancillis ibidem pertinentibus et aliis quosmodo in illorum detinet manus.

Riteniamo che la lettura esatta del toponimo sia Viriano, e non Virialo come riportato nella seconda parte del diploma. La gens Viria doveva essere ben presente in Emilia occidentale, se la Tavola di Velleia ci ha tramandato cinque proprietari di quella famiglia e sei fondi Viriani, tutti però ubicati nel territorio di Piacenza o nel settore centro-occidentale del territorio veleiate. Viriano è dunque un toponimo prediale romano, ancora conservato nella sua forma originaria al tempo in cui veniva scritto il diploma. L’esito nella toponomastica attuale dovrebbe essere *Verano32. Pur avendo esteso l’indagine a tutto il territorio della diocesi di Parma, non è stato però possibile trovare un toponimo che continuasse il Viriano del privilegio di Re Ugo. Abbiamo allora considerato la possibilità che il toponimo Viriano fosse uscito dall’uso, sostituito dal nome della curticella che in esso si era costituita33. Seguendo quest’ipotesi ci siamo convinti che la curticella de Viriano possa corrispondere a Corchia, frazione del comune di Berceto posta a 650 metri di altezza in un’ampia conca formata dal ramo sorgentizio sinistro della Manubiola. La pronuncia dialettale di Corchia è Còrcia. La forma storica più antica a noi nota è Corthia, della seconda metà del XIV secolo, mentre nel XVI secolo troviamo Corgia nei Catasti Farnesiani. Conosciamo tre toponimi analoghi: Pian di Cortia, vicino a Sermezzana, sullo spartiacque fra Lunigiana e Garfagnana; Corchia, formata dai due alpeggi di Puntato e Campegine, in comune di Stazzema, che ha dato il nome anche all’omonima cima delle Alpi Apuane; Corcia, frazione di Gualdo Tadino, in Umbria. La derivazione, attraverso una forma intermedia *curtla, è da un originario *curtula, a sua volta il corrispondente nella lingua parlata di curticella34. Non lontano da Corchia, ma già nella valle della Manubiola di Valbona, troviamo il toponimo Corciara (Curciàra in dialetto), che ha alla base un *loca curtularia, col significato di “zona appartenente alla curtula”. Si può quindi ragionevolmente pensare che la curticella de Viriano comprendesse, oltre la conca di Corchia, anche parte, se non tutta, della conca di Valbona. Una comparazione con le informazioni ricavabili dai Catasti farnesiani, pur considerando che nel tempo può esservi stata un’espansione del coltivo, ci fa ritenere che essa potesse comprendere i trentatre mansi riportati dal testo del privilegio35.
Per completezza va detto che in territorio di Berceto, e precisamente nell’unico piccolo settore posto sulla sponda sinistra del Taro di fronte a Pietramogolana, vi è il toponimo Scorza, che va ricondotto a un originario *ex curtula, cioè “parte della curtula”, e segnala quindi anch’esso l’esistenza di una curtis, con ogni probabilità quella di Pietramogolana, che doveva estendersi sulle due sponde del Taro36.

Conclusioni
Le risultanze dell’analisi smentiscono l’opinione dello Schiaparelli, secondo cui la copia del privilegio di re Ugo che ci è pervenuta sarebbe “…alquanto scorretta, specialmente nei nomi di località…”37. Al contrario, le forme toponimiche contenute nel diploma han potuto quasi tutte essere riscontrate in località attualmente esistenti e appaiono coerenti sia con le pronunce dialettali, che con le forme storiche conosciute. Denotano piuttosto l’appartenenza ad uno stadio iniziale dell’evoluzione dei toponimi dalle forme originarie, risultando compatibili sia con la redazione del diploma nel X secolo, che con la copiatura da un documento del secolo precedente, non invece con una redazione in tempi più recenti. A seguito dell’analisi si può inoltre affermare, con certezza per quanto i canonici iam antea soliti fuerunt habere, ma con grande probabilità anche per la curticella de Viriano, che i possedimenti concessi nel privilegio di Ugo di Provenza al monastero di Berceto si trovavano nel territorio dell’attuale comune di Berceto.

Distribuzione all'interno del territorio di Berceto dei possedimenti concessi nel privilegio di Re UGO

Distribuzione all’interno del territorio di Berceto dei possedimenti concessi nel Privilegio di Re Ugo (Cartina realizzata a cura del dott. Nico di Biaso)

 

Note


1 Cfr. Pauli, Historia Langobardorum, libro V, par. 27.

2 Cfr. Pauli, Historia Langobardorum, libro VI, par. 58.

3 Cfr. L.Duchesne (a cura di -), Le Liber Pontificalis, II ediz., Parigi 1955, vol. I, p. 498.

4 Si vedano per esempio le traduzioni di A. Zanella nel 1991 e di E. Bartolini nel 1988.

5 Il suono di b e v era indifferente in epoca romana e, come dimostrano questi testi, ancora nell’alto medioevo, sicché la stessa parola poteva essere scritta nei due modi: questo fenomeno è ancor oggi presente nei parlanti spagnolo.

6 Cfr. G. Petracco Sicardi, Saltus, praedium e colonia nella Tavola Veleiate, in Studi in onore di A . Biscardi, Milano, 1982, III, pp. 289-302; e, della stessa autrice, Il nome “Appennino” in Memorie dell’Accademia Lunigianese di Scienze “G. Capellini”, 67-69 (1997-1999), pp. 41-44.

7 Cfr. C. Brűhl (a cura di -), Codice diplomatico longobardo, vol. III, Roma 1973, pp. 45-48.

8 Per il significato del toponimo Bardi, alla luce di nuovi studi, s.v. qui S. Mussi 2019, Il toponimo Bardi e l’etnico “Longobardi”: una nuova proposta etimologica, in Le presenze longobarde nelle regioni d’Italia. Longobardi: il quotidiano nelle fonti e nei dati materiali”,  Bardi 21-22 settembre 2019, VII Convegno Nazionale organizzato dalla FederArcheo di Udine, http://www.federarcheo.it/longobardi/bardi-2019/ in collaborazione con “L’Associazione il Cammino Valceno di Bardi”.

9 I Longobardi usavano il termine fara per indicare l’unità di base del loro popolo in armi : un centinaio di soldati (arimanni), che si spostavano insieme alle loro famiglie.

10 Sui Coloni lucenses si veda più ampiamente: G. Petracco – G. Petracco Sicardi, La dichiarazione dei “Coloni Lucenses nella tavola di Veleia”, in Archivio Storico per le Province Parmensi, vol. LVI – anno 2004, Parma 2005,
pp. 283-297.

11 Per approfondire la complessa e dibattuta questione dei collegamenti fra Parma, Luni e Lucca attraverso l’Appennino in epoca romana cfr. P.L. Dall’Aglio, Dalla Parma Luni alla Via Francigena, Sala Baganza 1998, cap. I – VI, pp. 1-76, mentre i capitoli successivi risentono dell’accettazione da parte dell’autore della interpretazione della Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio fatta da P. M. Conti nel 1975.

12 Per gli avvenimenti del 554 cfr. Agazia Scolastico, Storie, libro I. Per la discesa in Campania di Teia cfr. Procopio di Cesarea, La guerra gotica, libro IV, par. 34.

13 Bismantova compare infatti, nell’Eparchia dell’Italia Annonaria, negli elenchi della Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio, una modesta opera geografica del VII secolo giunta sino a noi, preziosa proprio perché basata sostanzialmente sulla ricopiatura di documenti precedenti. Per quanto riguarda l’Italia, doveva esservi all’origine una relazione indirizzata alla corte imperiale contenente la lista delle sedi dei corpi militari bizantini, databile probabilmente al 574/575, comunque non prima di questa data e non dopo il 578.

14 Cfr. Pauli, Historia Langobardorum, libro III, par. 35, e soprattutto Epistulae Austrasicae selectae, XL e XLI.

15 I resti di fortificazioni a Castelvecchio e presso la Pieve di Sorano, nell’area di Filattiera, non possono essere identificati, come a lungo si è fatto, con il κάστρον Σωρεών riportato da Giorgio Ciprio nell’elenco dell’Italia Urbicaria. Sorano, era infatti originariamente un Surianum, come scritto nel testo del capitolato di Kierzy, cioè un prediale derivato dal gentilizio latino Surius, di cui vi sono molti esempi in Italia. Κάστρον Σωρεών era invece la base di un corpo di soldati reclutati dai Bizantini nella zona di Sora, in Ciociaria, e corrisponde all’odierno Sorano in provincia di Grosseto, attestato nel 1187 come Sorani, posto su una rupe tufacea sovrastante la valle del Lente, ai confini fra Toscana e Lazio, a occidente del lago di Bolsena.

16 L’ipotesi di una rioccupazione bizantina della Lunigiana dal 590 al 643 rende possibile collocare in questo periodo la costruzione del castrum di Monte Castello, sopra Filattiera, probabilmente attuata contemporaneamente a quella del castrum di S.Antonino di Perti, sopra Finale Ligure, in un unico disegno di rafforzamento delle difese della Maritima Italorum.

17 Cfr. I diplomi di Ugo e Lotario, di Berengario II e di Adalberto, a cura di L. Schiaparelli, Roma 1924 (FISI, 38), pp. 22-25, n° VII. Per quanto riguarda la bolla di papa Benedetto, è incerto se ci si riferisca a Benedetto III, papa dall’855 all’858, o, forse più probabilmente, a Benedetto IV, papa dal 900 al 903.

18 Cfr. Luigi Canetti, Culti e dedicazioni nel territorio parmense – Il dossier bercetano dei santi Moderanno e Abbondio (secoli VIII-X), pp. 9-13.

19 Cfr. Wilhelm Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen, Berlino-Zurigo-Dublino 1966, pp. 203-204 e 364.

20 Cfr. Dizionario di Toponomastica, Torino UTET 1990-1997, p. 551, alla voce Pagazzano, a cura di Carla
Marcato. [Nota tipografica : il secondo ω in Σωρεων ha l’accento circonflesso e non l’accento acuto].

21 La differenza fra Mataleto e Matalitulo si spiega col mantenimento, in questo caso, della forma originaria nella tradizione orale. L’aggiunta del suffisso –ulo, frequentissima in Val Taro, può dipendere dall’essere una località piccola.

22 Cfr. C. Battisti – G. Alessio, Dizionario Etimologico Italiano, Firenze 1952, vol. III, alle voci matallo, màtero e màttero, pp. 2388, 2390 e 2393.

23 Cfr. J. F. Niermeyer, Mediae Latinitatis Lexicon Minus, Leiden 1976, p. 922.

24 Il termine latino insula veniva usato nel tardo antico e nell’alto medioevo anche per indicare il terreno compreso fra due corsi d’acqua, come in questo caso, o circondato per tre lati da un meandro di un fiume. A ciò si deve la grande quantità di toponimi derivati, senza che si debba per forza pensare all’esistenza di un’isola.

25 Dobbiamo un elenco completo delle forme storiche di Casacca alla cortesia della dott.ssa Cornelia Bevilacqua.

26 Cfr. Dizionario di Toponomastica (cit.), p.185.

27 Cfr. W.Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen (cit.), pp. 199, 221, 364, 381, 455.

28 Potrebbe trattarsi della località Montale, poche centinaia di metri a sud di Casacca.

29 Il torrente Manubiola, come molti altri torrenti, è chiamato al femminile “la Manubiola”. In epoca romana infatti il loro nome attuale era un aggettivo, preceduto dal sostantivo acqua.

30 Abbiamo tratto le forme storiche di Bergotto e Corchia da: A. Schiavi, La Diocesi di Parma, Parma 1925-1940. La forma Banguto per Bergotto è chiaramente un errore e dovrà leggersi Barguto, come nell’attestazione della seconda metà del XIV secolo.

31 Cfr. W.Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen (cit.), pp. 212, 561, 575.Cfr. W.Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen (cit.), pp. 212, 561, 575.

32 In provincia di Piacenza abbiamo Verano, in comune di Podenzano, attestato come Viriano nell’830 e Veriano nell’874, e Verano, in alta val Perino, in comune di Farini d’Olmo. E’ certamente possibile, anche se non sicuro, che possano corrispondere a qualcuno dei fondi denunciati nella Tavola di Veleia. Non derivano invece dal gentilizio Virius i molti Varano, presenti anche in provincia di Parma, che hanno alla base un fundus Valerianus.

33 Questo fenomeno di sparizione toponimica è particolarmente frequente a partire dall’XI secolo e avviene per lo più con la sostituzione del titolo di una chiesa al nome del luogo in cui era stata costruita. Così, per esempio, nelle carte del Monastero di Bobbio fra l’862 e il 1000 troviamo numerose citazioni della Ecclesia Sancti Salvatoris in Clauziano, mentre successivamente si parla solo di San Salvatore, località ancor oggi esistente, ubicata in un’ansa del Trebbia fra Bobbio e Marsaglia. Se non ci fossero pervenute le carte più antiche, non sarebbe rimasta nessuna traccia dell’esistenza in quel luogo di un fundus Claudianus.

34 Cfr. S.Pieri, Toponomastica delle valli del Serchio e della Lima, Torino 1898, p. 178, che fa derivare Corchia da *cortula, ma Pian di Cortia da *cortica, ipotesi quest’ultima che ci sembra superabile, tenendo conto della forma storica Corthia per Corchia. In alternativa a quella da *curtula si potrebbe ipotizzare la derivazione da *curticula /curticla, che presenta però maggiori difficoltà linguistiche.

35 Nel Medioevo con il termine mansum si intendeva il terreno che poteva essere lavorato da una famiglia contadina con un solo paio di buoi. All’inizio del X secolo, prima cioè della rivoluzione della produttività agricola avvenuta intorno al 1000, la dimensione del manso (composto da dodici jugeri) doveva ancora essere calcolata sulla base dello jugero romano, ed era quindi di circa tre ettari, corrispondenti a dieci biolche parmensi. In una relazione del 1839 di P. Savani, La macchia di Corchia nel latifondo della Cisa, che utilizza i dati dei Catasti farnesiani, è riportato che nel solo territorio di Corchia vi erano 386 biolche, lavorate da 31 famiglie.

36 Petra Mugulana quod est super fluvio Taro…è citata come punto del confine fra Parma e Piacenza già da un preceptum del re longobardo Pertarito del 674 (cfr. E. Falconi – R. Peveri, Il Registrum Magnum del Comune di Piacenza, Milano, Giuffrè, 1984-1997, vol. I, doc. 141). La Petra Mugulana era collocata sulla riva parmense del Taro ed ai tempi di re Ugo doveva già ospitare un castello. Quanto al settore del territorio di Berceto posto sulla sinistra del Taro, in cui si trova Scorza, dalla lettura del preceptum di Pertarito appare assai probabile che in origine
facesse parte del territorio di Piacenza.

37 Cfr. I diplomi di Ugo e Lotario, di Berengario II e di Adalberto, a cura di L. Schiapparelli (cit.), pp. 22-25, n° VII.

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