Giace sepolta la città d’Umbria, il più gran tesor che al mondo sia

DEA Documenti di Evidenze di Archeologia. Ministero per i Beni Culturali – Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, Edizione STUDIO GUIDOTTI snc., Riccò di Fornovo, Parma, ottobre 2012, a cura di Manuela Catrasi- Elisa Adorni.

APPUNTI DI TOPONOMASTICA

GIORGIO PETRACCO  – SERGIO MUSSI

Si analizzano di seguito il toponimo Umbría e alcuni toponimi del territorio circostante che possono essere significativi per l’interpretazione del sito.

  1. Umbría. In dialetto per andare a Umbria si dice oggi ‘anúma a sitá’. Il mito della ‘città d’Umbria’, sorto all’inizio del XVII secolo (a quest’epoca risale anche la prima citazione del toponimo, nella forma ‘Ombría’ ) ha quindi finito per modificare anche la parlata popolare. L’area di Umbria è posta sopra Tosca, a circa 970 m. di quota, a nord del crinale che corre dal Pizzo d’Oca al Barigazzo, vicino al monte Cravedosso ed è in facile comunicazione con i pascoli posti a sud del crinale e con Gravago. E’ un’area pianeggiante occupata dalla faggeta, e vi si possono notare ancor oggi molti vecchi faggi capitozzati, pratica utilizzata dall’alto medioevo fino almeno al XIX secolo per favorire il pascolo in un bosco rado (pascolo alberato) (1). Il toponimo deriva da un originario *loca umbriva ed è ancora presente, nella duplice forma ombría e umbría, come voce dialettale in alta Val Nure e a Pontremoli (e diffusamente in Italia e nell’area romanza) col significato di ‘ombra’, ‘luogo ombroso’, ‘meriggio per le pecore’. Il toponimo dipende quindi dalle caratteristiche del luogo e probabilmente anche dalla sua utilizzazione per la pastorizia.

  1. Pizzo d’Oca. In dialetto si dice ‘anúma a písu d’oca’ ‘andiamo al Pizzo d’Oca’. Col termine písu nel dialetto locale si intende un rilievo montuoso con la cima a punta : il riferimento è quindi alla sommità, posta a 1004 m. e affacciata con un’alta scarpata rocciosa sulla Val Ceno, di fronte a Bardi e alla confluenza del Noveglia nel Ceno. Anche per questo toponimo la prima attestazione è dell’inizio del XVII secolo, quando, nello stesso testo che nomina per la prima volta Ombría, si dice che le rovine della città stanno ‘in cima al monte Occa’. A nord-ovest di Bergamo, sullo spartiacque fra la valle Imagna e quella di S.Martino, vi è un altro monte Oca, una sommità dirupata su cui i Visconti eressero una fortificazione per controllare il passo del Pertús, distante un centinaio di metri. L’etimologia di Oca/Occa può essere individuata nella radice indoeuropea ouk- ‘alto’ (2). Da questa derivano il greco όκρις ‘monte con scarpata’ e il latino ocris, con identico significato, forse un calco dal greco, forse invece un prestito dall’osco-umbro ukar/ocar (gen. ocrer). Antrodoco, l’antica Interocrium, letteralmente ‘trai monti’, nella pronuncia dialettale è ntreόcu. Si può quindi pensare per Oca/Occa a una voce ligure o celtica con lo stesso significato, che ben corrisponde alle caratteristiche del luogo.

  1. Tosca. In dialetto ‘andiamo a Tosca’ si dice ‘andúma a la Túsca’. Tosca è un abitato sparso, situato, ad una quota intorno ai 600 m., sulla sinistra della valle del rio Spigone, che separa il suo territorio da quello di Varsi. Il fondo Landi ci ha conservato numerose attestazioni medioevali, sempre nella forma ‘Tusca’, la più antica del 1232, dove si cita un ‘castello di Tosca’, che non sembra comunque poter corrispondere a Umbria (3). Il toponimo conserva il nome dei ‘fundos Buelabras et Tuscluatum..in Veleiate pago Salutare’ della Tavola di Veleia (TAV. I,60).

  1. Scolengardo. In dialetto ‘a vo sü a sculengárdu’ ‘salgo a Scolengardo’. Si tratta di una posizione elevata, posta a 700 m. di altezza, sulla costa che dall’estremità nord-est della Riva dei ratti scende verso il Ceno. Costituisce anche un nodo di comunicazioni, che si dipartono verso il Ceno, Bardi, la Tosca e Varsi. Nel fondo Landi la località è citata in diversi documenti fra il 1450 e il 1515 come Scodegardo, Scodingardo, Scondegardo, Scondengardo, Scordengardo (3). Un toponimo Scodegarda, evidentemente lo stesso, è posto dieci chilometri fuori Vicenza, lungo la ‘via Pelosa’ che porta a Padova seguendo la riva sinistra del Bacchiglione. Il Pellegrini (4) lo ha fatto derivare dal germanico *Stodigard ‘recinto per cavalli’, ma la sua ipotesi non può spiegare Scolengardo, di cui non conosceva l’esistenza. Pensiamo piuttosto che entrambi i toponimi derivino da un originario *Sculdenward, composto di sculden ‘debiti’ e ward ‘guardia’, quindi ‘il luogo presidiato in cui si riscuotevano i debiti (tasse, pedaggi, ecc..)’. Lo Sculdahis (5) era un importante funzionario longobardo, che nell’Editto di Rotari è identificato come ‘colui che esige le cose dovute’, cioè un ‘esattore’; solo più tardi diventerà ‘capo di una circoscrizione territoriale’.

  1. Scafardi. Si tratta di un toponimo di area, corrispondente a una zona agricola a nord-est di Tosca, oltre il rio Spigone, in territorio di Varsi, in cui vi è un piccolo gruppo di case, che già nei Catasti Farnesiani del XVI secolo erano le ‘case de li Scaffardi’, mentre la zona viene sempre chiamata Scaffardo. In dialetto si dice ‘anúma a u scafárdu’. Non si conoscono altri toponimi simili, né famiglie con cognome Scaffardi che si possano far risalire a luoghi diversi da questo: se ne deve dedurre che in questo caso la famiglia ha preso nome dal luogo, che doveva essere in origine di proprietà di un personaggio che presso la corte longobarda aveva il ruolo di scaf(f)ardus (5). Paolo Diacono nel libro V par.2 della sua Historia Langobardorum scrive che “Perctarit vero statim suo pincernae (‘coppiere’), quem vulgo scaffardum dicimus, praecepit, ut…”. In una charta commutationis del 771 (Corpus Diplomaticus Longobardus, II, 351.19) abbiamo fra i testimoni “Signum + manus Bertoniscafardo domne regine testis”. La derivazione può essere da una base germanica *skap- ‘contenitore’, o dal longobardo skaffa ‘stipetto a muro’, + *ward-a- ‘custode’. Il ruolo era quindi certamente quello di coppiere regio (ma anche di ‘custode’ della coppa, e forse non solo di quella), a cui potevano aggiungersi altri compiti ‘di fiducia’, come ‘amministratore’ o ‘economo’, attestati però solo da documenti più tardi di area bavarese o francese.

NOTE

  1. Cfr. R. Cevasco 2007, Memoria verde, Reggio Emilia, pp.193-207.

  2. Cfr. S. Feist 1939, Vergleichendes Wörterbuch der Gotischen Sprache, Leiden, pp. 66-67 s.v. auhuma.

  3. Cfr. R. Vignodelli Rubrichi 1984, Fondo della famiglia Landi. Regesti delle pergamene. Il rimando ai singoli regesti è nell’Indice generale: per Tosca s.v. Tusca a p.1069; per Scolengardo s.v. Scodegardo a p.1059.

  4. Cfr. G.B. Pellegrini 1987, Ricerche di toponomastica veneta, Padova, p. 241.

  5. Cfr. G. Principi Braccini 1998/99, Germanismi editi ed inediti nel Codice Diplomatico Longobardo: anticipi da uno spoglio integrale e commentato da fonti latine in vista di un ‘Tesoro’ longobardo’, in Quaderni del Dipartimento di Linguistica – Università di Firenze, n.9, s.v. scaf(f)ardus, pp. 200-201; sculdahis pp. 201-202.

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